Rojava e dintorni

Il 9, 10 ed 11 novembre 2018 si è tenuta all’ex Asilo Filangieri di Napoli la tre giorni di Arte e Cultura Anarchica, che ha visto la partecipazione di oltre un migliaio di persone. Il 9 pomeriggio si è tenuta, a cura di ed Ennio Carbone, una partecipata conferenza sulla Solidarietà Internazionale con il Rojawa e sulla Staffetta Sanitaria di Medicina Preventiva e l’Accademia Medica della Mesopotamia. Quella che segue è la trascrizione di Enrico Voccia dell’intervento di , non rivisto dall’autrice: ogni eventuale errore e/o imprecisione non le è pertanto ascrivibile.

Sono stata molto attiva dal 2014, a partire dall’assedio di Kobane da parte dello “Stato Islamico”, nei processi di solidarietà all’esperienza del Rojawa e delle popolazioni coinvolte. Da allora ha circolato molto materiale informativo in merito sia all’esperienza di resistenza, sia ai processi di ricostruzione sociale in senso egualitario e libertario che si sono sviluppati. Il Rojawa è la regione del presente nel nord est della – altre parti sono nello stato turco, iraniano, iracheno ed Armeno – e comprende i tre cantoni di Kobane, Cizire ed Afrin, quest’ultimo invaso dallo stato Turco il 20 gennaio del 2018.

La situazione è molto complessa: la mia conoscenza deriva non solo dalla lettura del web e dei materiali che sono girati, ma anche da contatti diretti – ovviamente con tutte le difficoltà del caso legate alla traduzione di testi presenti spesso in lingue poco conosciute da noi come il kurdo, il turco, l’arabo – che mi hanno permesso gradatamente, con un lungo percorso di studi, di comprendere cosa effettivamente stavano progettando e realizzando come modello di società alternativa quelle popolazioni sul territorio che avevano strappato allo “Stato Islamico”. Un lavoro, insomma, che è stato di solidarietà, ma anche di conoscenza.

Parlerò di quattro punti fondamentali: la solidarietà (come si sono sviluppati i processi di supporto alla rivoluzione e cosa si può fare oggi), la guerra (parliamo di un paese in guerra permanente, una guerra che è ripartita all’interno stesso del Rojawa il 20 gennaio con l’attacco ad Afrin dello stato Turco, lo storico alleato dello “Stato Islamico”), il sistema comunalista, il suo rapporto con l’ecologia sociale di Murray Bookchin e la “Rivoluzione delle Donne” (gli aspetti che, ovviamente, colpiscono di più i libertari).

Partiamo dalla guerra. Si tratta di una regione, come dicevo, in guerra permanente dalla fine della Prima Guerra Mondiale quando il popolo kurdo, che conta almeno trentacinque milioni di persone, è stato diviso negli stati che citavo prima. Non solo, però, diviso, ma anche represso e perseguitato da allora fino ad oggi, con la negazione completa di un qualsiasi status identitario da parte di tutti gli stati in cui questo popolo si trova a vivere e, come se ciò non bastasse, con l’intervento diretto ed indiretto delle piccole, medie e grandi potenze internazionali – Francia, Gran Bretagna, USA, Cina, Arabia Saudita, Israele… – per cui potremmo addirittura parlare di una sorta di conflitto mondiale incentrato intorno al popolo ed alla regione del Kurdistan.

Un conflitto che è stato ed è tuttora ben poco visibile, in cui ultimamente la stessa Unione Europea in quanto tale ha messo piede: pensiamo all’enorme quantità di milioni che arrivano dall’Unione allo stato Turco per l’“emergenza migranti” e la costituzione dei campi lager di accoglienza, con la conseguenza che cittadini kurdi si trovano ad essere ospitati in queste strutture gestite, lasciamo stare come, dallo stesso stato che li ha bombardati e costretti all’esilio. Ovviamente in questa situazione non si trovano solo i kurdi, ma anche le popolazioni insieme a cui vivono: assire, arabe, turcomanne, alevite, azite (anche se quest’ultime si definiscono anch’esse di appartenenza kurda).

Torniamo indietro nel tempo e vediamo brevemente alcune operazioni politico-militari che, dopo la Prima Guerra Mondiale e la spartizione dei territori che includevano il Kurdistan, hanno coinvolto il popolo kurdo: innanzitutto la formazione della Repubblica Turca, della Siria, ecc., poi le operazioni dette della “Cintura Araba” in Siria prima, del “Pugno di Ferro” in Turchia dopo, che sono state volte alla arabizzazione ed alla turchizzazione della popolazione kurda. Intere città e paesi sono stati spostati per operare una trasformazione demografica del territorio sia in Bakur (il territorio kurdo in Turchia), sia in Siria.

Oltre a ciò vi sono stati massacri veri e propri, che hanno visto la reazione della popolazione kurda che ha dato vita a varie rivolte, come quella di Dersim del 1938, che ha visto notevoli eccidi tra i kurdi, una situazione che è durata fino al 1946, periodo in cui la regione è stata, complice la Seconda Guerra Mondiale, pressoché chiusa a qualsiasi forma di osservazione a livello internazionale. D’altronde la Repubblica Turca, durante il Novecento ed anche in questo secolo, è stata costellata di colpi di Stato (il più conosciuto è quello del 1980), dove la gestione delle carceri passa dall’amministrazione civile a quella militare – con tutte le conseguenza del caso a livello di condizioni di esistenza, di torture e quant’altro. Anche il tentato colpo di Stato del 2016 ha visto una sorta di contro colpo di Stato che ha portato in galera moltissimi oppositori del regime di Erdogan, tra cui ovviamente moltissimi esponenti del movimento kurdo.

Tornando un attimo indietro, in questo bailamme spunta apparentemente dal nulla lo “Stato Islamico”, uno Stato de facto che basa la sua economia pressoché totalmente sul commercio “nero” del petrolio presente nelle regioni conquistate ed in questo ha rapporti commerciali strettissimi e praticamente alla luce del Sole con la Repubblica Turca e con la stessa Unione Europea, con tutte quelle imprese disposte a comprare la materia prima petrolifera al mercato nero. Oltre al petrolio, poi, anche l’acqua è una risorsa fondamentale per cui si combattono dure battaglie. Il vero supporter dello “Stato Islamico” comunque è la Turchia, che riesce spesso a mettere sotto scacco con la sua politica nella regione le stesse potenze internazionali – una cosa simile, spesso, la riesce fare anche lo Stato d’Israele.

È all’interno di questo contesto che nel 2011 viene dichiarata la rivoluzione in Rojawa da parte di una parte dei trentacinque milioni di kurdi che, non lo dimentichiamo, è il più grande popolo senza stato sulla faccia della terra. Non si tratta di una rivoluzione estemporanea, ma è una cosa che è stata costruita nel tempo: nel momento in cui viene dichiarata la rivoluzione, la struttura comunalista, assembleare e consiliare già esisteva ed aveva già portato alla distribuzione delle terre alla popolazione organizzata in cooperative egualitarie. Un’esperienza unica di socialismo libertario che, come dice Graeber, al momento attuale è durata più a lungo della Rivoluzione Spagnola.

Negli ultimi mesi, purtroppo, quest’esperienza è nuovamente sotto attacco ed il cantone di Afrin è stato occupato dall’esercito turco: ad essere sotto attacco è la rivoluzione comunalista, libertaria e delle donne che si è sviluppata in quella regione. Questi aspetti fanno la differenza con le rivoluzioni arabe sviluppatesi anch’esse nel 2011, quelle rivoluzioni che dal Maghreb al Medio Oriente alla Turchia dove le popolazioni hanno reagito all’oppressione dei loro regimi, regimi che un poco ovunque hanno effettuato una feroce reazione. La particolarità della rivoluzione del Rojawa è stata, oltre alle idee socialiste ed autogestionarie, la questione delle donne: è dagli anni ottanta che il movimento kurdo la ha messa in primo piano.

La cosa è nata dal fatto che, dopo numerosi massacri ed incarcerazioni, le donne del movimento kurdo avevano assunto un ruolo fondamentale nell’organizzazione, essendo rimaste in buona parte fuori dalle galere. Le donne, però, avevano subito anch’esse in larga parte lo stupro di guerra e tornate nelle loro comunità si erano trovate a vivere l’ostracismo di quest’ultime, caratterizzate da una cultura agropastorale e religiosa che viveva come una vergogna riaccogliere in casa una moglie, una madre, una figlia stuprata e magari incinta: partendo da questo e dalla loro presenza forte nell’organizzazione, dove comunque subivano anche in essa forme di subordinazione, hanno portato quest’ultima a prendere fortemente posizione contro ogni discriminazione di genere.

Si trattava di donne che avevano scelto di uscire dalla famiglia, di fare attivismo politico casa per casa, anche di raggiungere la guerriglia in montagna queste che hanno fatto riconoscere il loro diritto all’autoorganizzazione. Importante è anche stata l’influenza della propaganda egualitaria, libertaria, antimilitarista ed antinazionalista dei movimenti anarchici che si sono diffusi nelle popolazioni locali almeno dalla Prima Guerra Mondiale in poi. Nella stessa Repubblica Turca, poi, c’era stato il movimento di Piazza Taksim che, nato almeno in apparenza come movimento ambientalista locale per la salvaguardia di un parco contro la costruzione di un centro commerciale, in realtà poi è divenuto un movimento di contestazione globale diffuso in tutta la Turchia che, pur subendo una notevole repressione con morti, feriti ed incarcerati da parte dell’esercito, ha influenzato anch’esso il contesto globale, dando vita anche a manifestazioni in appoggio esplicito al movimento kurdo.

Per inciso, i compagni turchi del hanno testimoniato a più riprese come, di ritorno dalle manifestazioni, i militanti si trovassero attaccati dagli squadroni jahidisti che operavano come supporto alla repressione “ufficiale” e che ha compiuto anche numerosi attentati stragisti, in uno dei quali ha perso la vita anche un compagno anarcosindacalista turco. Poi, quando Erdogan è giunto al potere sembrava espressione di un islamismo “moderato”, il che ha portato anche all’apertura di un tavolo di trattative di pace. Quando sono stata lì, erano in corso tali trattative e mi dicevano che erano composte da delegati del Ministero dell’Interno, avvocati delegati del popolo kurdo e di delegati del “carcerario”: lì quando vieni incarcerato, non è detto che tu faccia parte di un’organizzazione politica d’opposizione – è sufficiente che tu abbia espresso con un minimo di vivacità la tua identità kurda di là della carta d’identità turca e delle leggi contro l’uso della lingua, ecc.

Tornando alla rivoluzione, perché anarchici ed anarchiche tengono sotto la lente d’ingrandimento quest’esperienza comunalista? Non solo perché è una rivoluzione e ci sentiamo genericamente ribelli o perché vediamo fare là quello che non possiamo fare qua, ma perché molti dei principi di questa rivoluzione li sentiamo nostri: un popolo che non solo non ha lo stato, ma addirittura non lo vuole – e questo già basterebbe. Non si definiscono anarchici o anarchiche, ma fanno una critica teorica e pratica ad ogni forma di gerarchia, non vogliono creare uno stato e nemmeno una nazione kurda, non vogliono separarsi dagli altri popoli, si vogliono confederare con tutti in un sistema comunalista. Tra l’altro loro all’inizio avevano un sistema basato sui “consigli”, che erano espressione di comunità cittadine o rurali abbastanza ampie e non permettevano una partecipazione effettiva di tutti, perciò si è passato al sistema delle “comuni”, molto più piccole (possono essere anche due o tre caseggiati cittadini od un piccolissimo paese che è poco più di una famiglia allargata, ad esempio) che coinvolge nel processo decisionale in ogni suo aspetto ogni membro della comunità.

Va tenuto presente che la zona del Rojawa non è altamente industrializzata: salvo alcune manifatture, è per lo più dominata dall’attività agropastorale ed artigianale e, di conseguenza, non ha sviluppato i concetti basati sulla lotta di classe operai di fabbrica / detentori del capitale industriale: il comunalismo si è invece innestato su di una tradizione federalistica sviluppatasi tra villaggi che si scambiavano beni e servizi dove lo Stato con le sue strutture non arrivava.

La rivoluzione, altro aspetto importante, è stata influenzata dal pensiero ecologico, non però nel senso dell’ambientalismo, ma in quello radicale legata al pensiero di Murray Bookchin ed alla sua ecologia sociale. Il Partito dei Lavoratori Kurdi – PKK – era stato fondato nel 1978 da parte di un gruppo di studenti, tra cui Ocalan e Sakine Cansiz, che si rifacevano all’ideologia marxista leninista ed ai paesi del “socialismo reale”, con una rigida struttura gerarchica ed avanguardistica, portando avanti la strategia della lotta armata per la liberazione del popolo kurdo. Nel 2000 questo partito decide di cambiare paradigma: alcuni, tra cui i leader stessi, mettono in discussione i principi del marxismo leninismo, venendo gradatamente seguiti dalla maggioranza degli aderenti. In questo cambio di paradigma compare il rifiuto dello Stato con tutto ciò che ne consegue: il rifiuto della gerarchia, anche all’interno del partito, la trasformazione in “movimento a ombrello” per usare le loro parole.

Un piccolo inciso. All’interno di questo processo Ocalan è già all’ergastolo e, da qui, riesce tramite un intermediario, a far recapitare una lettera a Murray Bookchin in cui afferma che il movimento è estremamente interessato alle sue idee del municipalismo libertario e dell’ecologia sociale, ritenendo, da sociologo che analizza la realtà del suo territorio, che la zona in cui agiscono politicamente sia particolarmente adatta alla sperimentazione di queste. La reazione del Bookchin ottantenne – come testimoniato dalla figlia Debbie in un articolo non ancora tradotto in italiano – è di incredulità, avendo presente nella mente l’immagine del PKK marxista leninista e filosovietico e non dà seguito alla corrispondenza, ritenendo di non aver nulla a che a fare con una tale organizzazione, morendo tra l’altro di lì a poco. L’articolo termina, però, con la constatazione della figlia che se il padre avesse potuto vedere la rivoluzione del Rojawa ne sarebbe stato estasiato in quanto hanno applicato pressoché alla lettera i suoi principi – compresa la rivoluzione delle donne, tenendo presente l’aspetto ecofemminista del suo pensiero. Al proposito, poi, è da notare come il movimento autoorganizzato delle donne kurde abbia ripreso il nome delle anarchiche spagnole della rivoluzione del 1936 – Movimento delle Donne Libere.

Chiudo con la questione dell’esercito: come si concilia con i principi antigerarchici e con il rifiuto della lotta armata la necessità, legata allo stato di guerra, di mantenere un esercito combattente che è un tipico elemento statale? Nel testo di Ocalan “Oltre lo Stato, la Violenza ed il Potere” è descritta la teoria della rosa: la nostra è solo autodifesa, come la rosa che usa le spine per la propria sopravvivenza senza che queste siano un arma di offesa verso gli altri. In questo modo vengono concepite le Unità di Autodifesa del Popolo, le Unità di Autodifesa delle Donne e tutte le Brigate Urbane o Internazionali. L’obiettivo di tali strutture è permettere una situazione di pace in cui poter costruire il loro sistema sociale ed economico in piena autonomia.

Norma Santi