Questione ecologica

Premessa

A meno di cecità, malafede o disonestà intellettuale, oggi non possiamo che registrare un peggioramento dei problemi ambientali e sociali in tutto il mondo: il 90% dei grandi pesci è scomparso; c’è dieci volte più plastica che fitoplancton negli oceani; popolazioni di anfibi, uccelli migratori, molluschi stanno scomparendo, il cambiamento climatico sta avvenendo molto più rapidamente del previsto. Contemporanramente, sotto il dominio della finanza internazionale, le classi politiche stanno imponendo la disoccupazione di massa, l’aumento della precarietà, il declino dei servizi pubblici e della protezione sociale, l’aumento delle disuguaglianze. Se la logica capitalista è la principale colpevole riguardo agli attacchi alla biosfera (e quindi agli esseri umani!), l’ostinazione degli eco-scettici , nuovi “utili idioti” del capitalismo, da un lato, e dall’altro lato il pio desiderio di uno sviluppo sostenibile – l’ansia di svuotare l’ del suo potenziale sovversivo, da parte dei fautori della politica, ed anche le manovre delle ONG strumentalmente sponsorizzate dalle multinazionali, hanno ampiamente contribuito a un disastro che ora prende la forma di un vero collasso.

Per troppo tempo le lotte ambientali hanno generato solo sterilità: ignoranza politica, riluttanza ad identificare chiaramente il “sistema capitalistico”, rifiuto dello scontro con il potere, l’ottimismo e l’ingenuità che le attanagliava, il rifiuto della dimensione politica e la valorizzazione della sola tecnica (geo-ingegneria climatica, la clonazione delle specie in pericolo, energia “verde”, trasporto dolce…), culto del “buon esempio” di cittadinanza ambientale, azioni frammentarie… Anche se queste idee, se tali approcci sono ancora oggi troppo numerosi, in parte giustificando l’espressione “ecologia di lusso”, la situazione sta cambiando, e specialmente forse in paesi poveri o addirittura emergenti.

Il Paradosso della Potenza Cinese

Caricatura accelerata dello sviluppo delle antiche nazioni industrializzate, l’ascesa dell’economia cinese è stata raggiunta in trent’anni con drammatiche conseguenze sul piano sociale e ambientale. Al punto che, scrive Marie-Claire Bergère, storica e sinologa, dati “la distruzione dell’ambiente ed il peggioramento delle disuguaglianze sociali causati dal ritmo accelerato della crescita cinese è probabile che, nel medio o anche nel breve termine, a bloccare questa crescita sarà l’esaurimento delle risorse naturali e/o l’intensificazione della sofferenza sociale”. I famigerati “villaggi del cancro” (borghi e città vicini a siti industriali dove si registrano tassi di cancro anormalmente alti) si sono moltiplicati. Inoltre, delle trentasei città più inquinate al mondo, con particelle di diametro inferiore a dieci micron, diciannove sono in Cina e, secondo stime recenti, 750.000 morti premature ogni anno sarebbero dovute all’.

Allo stesso tempo, “rivolte verdi” stanno diventando più frequenti. Consumati dalle devastazioni dell’inquinamento industriale, le vittime scendono in strada (manifestazioni pacifiche, ma anche blocchi stradali, sequestri di dirigenti, scontri con la polizia – il numero delle rivolte sarebbe tra 20.000 e 30.000 all’anno). Di conseguenza, l’inquinamento è diventato una delle principali cause di conflitto sociale insieme alla corruzione e agli abusi giudiziari.

Sotto la pressione della “società civile”, lo stato reagisce (multe sulle emissioni inquinanti, chiusura delle miniere più inquinanti), ma la necessità di mantenere una crescita economica significativa e la famosa “transizione ecologica” basata sull’uso dei metalli rari, a loro volta all’origine di un significativo inquinamento, mantengono questo circolo vizioso e distruggono gli sforzi compiuti.

Un’Ecologia dei Paesi Poveri

In “L’Ecologia Vista dal Sud (Sangue della Terra)”, Mohammed Taleb, storico delle idee e filosofo, sottolinea che la protesta dei popoli del mondo contro gli attacchi all’ambiente non si riduce a semplici azioni di opposizione, ma sta anche generando significato, producendo conoscenza e pensiero, creando soluzioni alternative. Il secondo Congresso del (Movimento dei Senza Terra), nel 1990, proclamò: “Occupare, resistere, produrre”. Questa “ecologia del Sud” non è identica a quella dei paesi industrializzati, perché percepisce le relazioni Nord-Sud sulla base dello scambio ineguale, e di una rottura con il capitalismo e con i suoi vecchi equilibri tra demografia, economia ed ecologia, fondati su un approccio chiaramente tecnocratico ed economicista che ha portato all’ipersviluppo nel Nord ed al sottosviluppo nel Sud, cioè alla dipendenza strutturale del Sud dai centri economici e tecnologici occidentali. Possiamo in particolare affermare, come ha detto Taleb, che molti dei problemi socio-ecologici in Africa dipendono direttamente dalla logica predatoria delle multinazionali.

Che si tratti di circondare gli alberi per impedire che siano abbattuti, di opporsi alla creazione di una fabbrica di Coca-Cola o alla costruzione di una grande diga, di resistere all’estensione dell’uso delle piante geneticamente modificate o delle monoculture per gli agrocarburanti, che la cosa sia in India, Africa o in , troviamo sempre una sana relazione tra le persone ed il loro ambiente, un intimo e costante contatto con la natura, la coscienza che la terra è la fonte primaria dei mezzi di sostentamento e persino una “educazione ambientale”, attraverso attività tradizionali come la caccia, la pesca, la raccolta o l’agricoltura, in contrasto con i paesi “civilizzati” del mondo, dove i luoghi e gli stili di vita artificiali e la mercificazione della vita hanno sancito la divisione tra uomo e natura.

Nella stessa prospettiva, Joan Martinez Alier, in “Ecologismo dei Poveri, respinge l’idea perfidamente diffusa che i poveri siano più interessati alla difesa del loro potere d’acquisto che a quello dell’ecologia. Nel descrivere i numerosi conflitti sulle mangrovie, sull’estrazione mineraria, la perforazione, il disboscamento, la bio-pirateria, ecc., l’autore ci ricorda che è il nostro modo di vivere (non solo le strategie predatorie di quei “bastardi capitalisti”, ma anche la “disinvoltura consumista” delle classi medie nei paesi industrializzati) che distrugge il loro ambiente, il loro substrato locale.

Quale “Ecologia Radicale”?

Un “radicale” è etimologicamente colui che sostiene di voler risolvere il problema alla radice. In “L’Ecologia Radicale”, Frédéric Dufoing, filosofo e politologo, fa il punto – necessariamente discutibile data la complessità della situazione – sulle forze presenti: l’ecologia profonda, il bio-regionalismo, l’anarco-primitivismo alla John Zerzan, l’ecologia sociale di Murray Bookchin, la decrescita, l’ecologismo agrario. Un’altra’opera in due volumi, “Ecologia e Resistenza”, riguarda il tema del cambio di strategia e della tattica da attuare se vogliamo costruire una resistenza efficace, e “interporre i nostri corpi e le nostre vite tra il sistema industriale e tutta la vita sul pianeta”. Come nota in questo libro Lierre Keith, scrittrice, femminista radicale, ambientalista e attivista per la sicurezza alimentare: “Poche centinaia di persone, ben addestrate ed organizzati, hanno ridotto le esportazioni di petrolio dalla Nigeria di un terzo”.

Da parte sua, in “Zone da Difendere”, Philippe Subra, esperto di geopolitica, spiega come, sempre più spesso, la proliferazione di “grandi progetti inutili ed imposti”, caricatura di una pianificazione capitalistica, possa portare a mobilitazioni spettacolari su cui si può innestare una nuova forma di protesta. Questo è il motivo per cui dobbiamo prepararci a moltiplicare questi luoghi di resistenza e di alternativa che costituiscono le ZAD (o forme equivalenti), queste “cisti” da estrarre, secondo l’espressione di un ex ministro degli Interni. Occorre ripristinare i collegamenti tra gli esseri ed i luoghi abitati: in “Gli Agricoltori Stanno Tornando”, Sylvia Perez-Vitoria scrive: “Forse non torneremo ad essere tutti agricoltori, ma è improbabile che le nostre società abbiano un futuro senza un grande e forte movimento di contadini”.

Per sperare di vincere una lotta, è importante identificare chiaramente il nemico. Oggi l’avversario è il capitalismo che domina e distrugge il pianeta – sistema che si fa forte della nostra debolezza, non lo dimentichiamo. Poi, comprenderne il funzionamento, cioè capire perché è strutturalmente impossibile riformarlo: il capitalismo deve perpetuare la crescita, ed una crescita illimitata è, per motivi biofisici, rigorosamente incompatibile con le limitazioni fisiche del pianeta. Questo sistema non è quindi in grado di assicurare la continuità della vita sulla Terra. Nessuna cultura che distrugge le basi della vita – il suolo – può essere sostenibile. Dal mJean-Pierre Tertraisomento che la conversione della natura in merce è indissolubilmente legata allo sfruttamento del lavoro umano, le lotte ambientali e sociali devono convergere.

Le sfida è duplice: per smantellare il capitalismo occorre ricostruire comunità umane basate sulla giustizia sociale, l’uguaglianza economica, il rispetto degli equilibri ecologici. Strutture necessariamente piccole, sia per limitare l’impatto ecologico sia per promuovere l’autogestione, il senso della misura, la percezione dello scopo del lavoro. Strutture che assicurino nei limiti delle risorse disponibili la soddisfazione dei bisogni sociali e che consentano ad un’organizzazione collettiva di garantire la libertà: “L’ordine nella società deve essere il risultato del più grande sviluppo possibile di tutte le libertà locali, collettive ed individuali” (Bakunin).

Il successo di una tale impresa è condizionato dal potenziale di impegno, coraggio, creatività, sperimentazione che le persone dimostreranno. In una resistenza politica organizzata, ciascuno deve operare secondo le sue capacità. Il pianeta non ha bisogno di eroi, ma una delle strategie più efficaci sarebbe quella di accelerare il collasso già in atto, senza perdere di vista il fatto che più il sistema si sente minacciato, più diventerà repressivo ed implacabile. I punti deboli del sistema risiedono nella concentrazione, nel gigantismo delle infrastrutture (produzione, trasporto, comunicazione). L’obiettivo è quindi quello di “smantellare il sistema” provocando momenti di rottura, fermare l’economia privandola del carburante da cui è diventata dipendente. In diverse regioni del pianeta, donne e uomini ci stanno lavorando, spesso mettendo a rischio la propria vita: sarebbe salutare, almeno, non denigrarli. Oltre l’emarginazione di chi fa controinformazione e la repressione degli attivisti, l’associazione Global Witness conta – principalmente in Brasile, Filippine, Honduras e Congo – 117 attivisti ambientali uccisi nel 2014, 185 nel 2015, 207 nel 2016, 197 nel 2017. Quante migliaia di morti ci vorranno per liberare le masse dal loro torpore?

Jean-Pierre Tertrais

Articolo tratto da n° 1798 del settembre 2018.