La sfida anarchica al sovranismo

Pubblichiamo, con vivo piacere, l’articolo inviatoci dalla filosofa , che già da anni subisce minacce da gruppi di estrema destra per il suo impegno contro l’antisemitismo (e alla quale, dalla scorsa estate, è stata revocata, senza alcuna motivazione ufficiale, la scorta assegnatale nel 2015 in seguito a tali eventi), che già nei giorni scorsi aveva pubblicamente preso posizione contro lo sgombero dell’ torinese.

La violenta azione poliziesca contro l’Asilo di Torino, attaccato dall’oggi al domani con modalità semibelliche, si inscrive nell’amministrazione dell’odio e nel governo della paura. Chi esprime dissenso viene criminalizzato, denunciato pubblicamente, tacciato di terrorismo. Mitra puntati, evocazione della Diaz, accusa di associazione sovversiva per coloro che da anni lottano contro i centri di internamento per gli stranieri. Nel mirino è chi solidarizza con gli ultimi degli ultimi, i poveri dei poveri, i .

Per capire è indispensabile aprire gli occhi sullo scenario attuale. È in atto uno scontro epocale fra lo Stato e i migranti. Agli occhi dello Stato il migrante costituisce un’anomalia intollerabile, una sfida alla sua sovranità. Non è solo un intruso, un fuorilegge, un illegale; con la sua esistenza infrange il principio cardine intorno a cui lo Stato si è edificato. Nell’intento di vigilare le proprie frontiere lo Stato-nazione discrimina, segna la barriera fra i cittadini e gli stranieri. È grazie a questo definire e discriminare che la compagine statale può costituirsi, può anzi «stare», essere Stato. L’esatto opposto della mobilità. Il migrante smaschera lo Stato: dal margine esterno ne interroga il fondamento, punta l’indice contro la discriminazione, rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica, perciò spinge a ripensarlo. In tal senso la migrazione porta con sé una carica sovversiva.

Nel mondo attuale, spartito in una molteplicità di Stati-nazione che si fronteggiano e si fiancheggiano, per i cittadini è ovvia la prospettiva statocentrica, è scontato guardare alla migrazione dall’interno, trincerati dietro i confini statali. Non per caso, quando nel dibattito pubblico si discutono i temi della cosiddetta «crisi migratoria», gli interrogativi ruotano solo intorno ai modi di governare e regolare i «flussi». Le differenze sono tutt’al più tra chi negli immigrati vede un’utile chance, un’opportunità, e chi ne denuncia il pericolo. Ai cittadini, appartenenti allo Stato e resi sempre più complici, viene riconosciuta la libertà di decidere, la prerogativa di accogliere o escludere lo straniero che bussa alla loro porta. Il potere sovrano di dire «no» appare indubbio e incontrastato.

È l’ideologia del , che per un verso si articola in una grammatica del «noi» e del «nostro», dell’appartenenza e dell’identità, per l’altro si traduce nel potere di controllare la frontiera e governare la residenza. La xenofobia di Stato, forte di un campanilismo della proprietà e di uno sciovinismo del benessere, può spacciare l’accoglienza come un’incombente minaccia. Così nel discorso politico-mediatico, dove le parole vengono spesso svuotate del loro contenuto o piegate a designare il contrario, la «politica dell’accoglienza» è la formula che designa una gestione poliziesca dei flussi migratori, un controllo delle frontiere che arriva all’internamento e al respingimento.

Sovversivo sarebbe in questa prospettiva chi non accetta la guerra dello Stato contro i migranti, chi si schiera dalla loro parte e, una volta reclusi nei «Centri per il Rimpatrio», li incita a ribellarsi finché sono in tempo. Non si dirà mai abbastanza che questi centri fanno parte dell’universo concentrazionario. Solo dal Novecento è diventato «normale» internare gli stranieri e trattenerli. L’arresto è chiamato con un eufemismo «detenzione amministrativa» perché non è l’esito di un giudizio. Chi è dentro – donne vittime di tratta, lavoratori che hanno perso l’impiego, richiedenti asilo cui non è stata riconosciuta la protezione, ecc. – non ha commesso alcun reato. I centri sono contenitori per vite di scarto, per avanzi della globalizzazione, scorie che potrebbero inquinare e contaminare. Ma queste discariche legalizzate, dove si combatte una guerra non dichiarata contro quei resti di umanità cui è negata una vita vivibile, sono anche la discarica di ogni coscienza civile, dove è abbandonata ogni forma di responsabilità e di vigilanza.

Disobbedire è un imperativo. Perché chi disobbedisce argina l’odio, il razzismo, le discriminazioni. Soprattutto, assumendosi il rischio della propria azione, va contro una legge iniqua e illegittima spezzando la catena di complicità. Per questo il gesto di chi dice «no» non può essere interpretato come un irresponsabile atto delinquenziale. In un mondo dove la mostruosità dell’insieme rischia di non essere vista, dove l’indifferenza esonera dal reagire, dove l’impotenza politica viene scambiata per neutralità sovrana, la civile è un obbligo.

La politica poliziesca è il risultato di una sovranità svuotata, esangue, che non sa e non vuole tramontare. Il sovranismo nasce da una nostalgia violenta per un potere ormai delegittimato che, proprio per questo, morde il freno alimentando l’ossessione della sicurezza. Scalfito e incrinato nelle sue funzioni, lo Stato reagisce criminalizzando la migrazione, aggredendo tutti gli spazi autogestiti, minacciando ogni dissenso.

Nulla può opporsi a questa violenza sovranista come l’anarchia che, da sempre, mostra l’abisso su cui vorrebbe poggiare lo Stato. Indispensabile è far implodere ciò che pretende di essere normativo e che ricorre alla forza del diritto per ammantarsi di legittimità. Per questo non basta difendere il migrante nella sua nudità esistenziale, il suo bagaglio di sofferenza, disperazione, disagio. Occorre far sì che sia protagonista di un nuovo scenario anarchico.

Donatella Di Cesare