Identitarismo e potere

La credibilità di una teoria passa necessariamente attraverso la sua pratica e, dunque, anche la teorizzazione della libertà o passa attraverso la sua attuazione (liberazione positiva) o attraverso l’astensione di atti che la negano (liberazione passiva) od entrambe.

In sistemi in cui non si è quasi mai gestori del proprio tempo e delle proprie scelte (in senso assoluto), certamente nessuno può dichiararsi immune da condizionamenti esterni e, inevitabilmente, spesso ci si trova dinanzi a condizioni che ci pongono in contraddizione con le nostre idee e prospettive. Laddove però ci sono gli spazi per determinare autonomamente la propria direzione bisogna azionarsi per intervenire attraverso pratiche, attive o passive, politicamente e socialmente risolute. Ciò significa che in contesti dove la libertà viene sistematicamente disattesa o addirittura negata, ça va sans dire, l’attività di contrasto non può mancare. In un siffatto quadro, l’idea libertaria, a mio parere, rappresenta il principio che maggiormente si fa portatrice di istanze di libertà: ma cos’è la libertà?

In modo assolutamente generico, credo che la libertà sia quel principio che porta a considerare te stesso al pari degli altri e che ti fa porre su un piano di legittimazione di ricerca della soddisfazione dei propri bisogni al pari di chiunque altro, dunque senza imposizione coercitiva sugli altri, sia essa fisica, psichica, morale, etica, giuridica, istituzionale; pertanto, la libertà è quel principio che ti dà il diritto di riconoscerti o meno nell’altrui diversità ma, nel momento in cui l’altrui diversità non è fatta propria, la libertà non solo ti obbliga a desistere dal praticare azioni di contrasto, ma ti porta anche ad azionarti per arrestare quelle pratiche di negazione di quella stessa diversità. Ciò detto, la libertà è l’idea e la pratica contro ogni forma di dominio, sia questo dettato dall’appartenenza di genere, sesso, età, provenienza, cultura, specie.

Ad oggi, se chi si dichiara libertario o libertaria imprescindibilmente riconosce la libertà nei confronti di ogni essere umano, lo stesso non può dirsi se il discorso si sposta sugli altri animali: le stesse libertà considerate connaturate all’essere umano non sono riconosciute nei confronti degli altri animali e, così, si iniziano a legittimare pratiche e azioni che se solo un’infinitesima parte di queste venissero trasposte verso gli umani si inizierebbe a parlare di autoritarismo, dispotismo, tirannia.

Quotidianamente infatti miliardi di animali non umani vengono sfruttati, imprigionati, seviziati, torturati, mercificati e questo indipendentemente se fatto attraverso la grande industria o tramite il piccolo allevatore di provincia (credo che non ci sia sostanziale differenza, se non in termini meramente numerici, tra sfruttare un solo africano o sfruttarne cento se la legittimazione di tale pratica, qualora la persona sia nera, è il suo colore della pelle e, dunque, perché il discorso dovrebbe essere diverso se parlassimo, ad esempio, di mucche?).

Queste pratiche di sfruttamento e sopraffazione o, meglio, di vero e proprio dominio, sono rese possibili solo attraverso un lungo e profondo percorso di costruzione di fiere ed orgogliose, in altre parole di un deciso e vigoroso identitarismo umano così tanto radicato che l’idea di noi e loro – laddove con il noi ci si riferisce agli umani e con il loro a tutti gli altri animali – è la base su cui si legittima la dominazione umana nei confronti degli altri animali. Un noi che viene strutturato anche attraverso l’assimilazione di usi e costumi più o meno comuni ad un determinato gruppo di persone variamente numeroso ed esteso, e variabile in base al contesto spazio-temporale che soggettivamente viene preso in considerazione.

Insomma, processi identitari che portano all’autolegittimazione delle pratiche coercitive e dominanti quali il fascismo, il razzismo, il maschilismo, il machismo e, appunto, lo : sulla base dell’identitarismo nazionalista si costruisce l’identità nazionale e dunque il fascismo; sull’identitarismo del colore della pelle si costruisce il razzismo; sull’identitarismo sessista si basa il maschilismo; sull’identitarismo di genere si basa il machismo e l’omotransfobia; sull’identitarismo umano si poggia lo .

Ovviamente, come accennato in precedenza, l’identitarismo varia nel tempo e nello spazio ed uno degli esempi contemporanei più calzanti è forse il fascio-leghismo salviniano. Infatti, se solo fino a poco più di un anno addietro la Lega vantava ancora l’identità di partito nordista, con una raffinata operazione di national-washing, Matteo Salvini è riuscito al contempo a “smontare” l’identitarismo nordico a vantaggio di uno nazionale: laddove si era nemici, ora si è alleati di una lotta comune e, dunque, perfino il leghista campano è alleato del leghista veneto nella lotta contro il richiedente asilo.

Ad ogni modo, sebbene viene da sé considerare gli identitarismi tanto deboli quanto profondamente difficili da combattere – fragili in se stessi laddove, variando nel tempo e nello spazio, radicalizzano appartenenze identitarie basate su dati e ipotesi inesistenti, ardui però da combattere perché trovano il loro vigore nella capacità di rigenerarsi continuamente – la loro grande forza attrattiva risiede nella capacità di permette al soggetto di riconoscersi in una più o meno larga comunità (la cui grandezza dipende da quale identitarismo si fa proprio) soprattutto tramite la condivisione di usanze e tradizioni attraverso cui ci si sente in un certo qual modo protetti e sicuri.

Il fatto che lo specismo non sia altro che un identitarismo umano tra i tanti, lo si può desumere non tanto e non solo dall’energica difesa dell’idea dell’essere umano che è, ma di quello che sarà o potrebbe essere. Infatti, la vantata superiorità umana su cui si basa lo specismo (base che già di per sé rappresenta la più violenta manifestazione dell’appartenenza, comune a tutti gli identitarismi), parte dal presupposto che gli altri animali non sarebbero in grado di porre in essere metodi, ragionamenti e azioni pari e/o di maggiore rilievo rispetto alle capacità umane.

A tal proposito, nonostante questo mio contributo potrebbe semplicemente iniziare e concludersi in una semplice domanda tipo “qual è il motivo per cui mangiare animali, e/o i loro prodotti, sarebbe corretto, se non il desiderio della soddisfazione del proprio piacere, posto che si potrebbe vivere in perfetta salute anche solo sfamandosi di vegetali?”, risulta piuttosto evidente che la giustificazione allo sfruttamento animale è legittimato dall’identitarismo umano che conduce all’aprioristica difesa del proprio simile a svantaggio di tutti gli altri: lo specismo si basa sull’identitarismo umano il quale si costruisce sul presupposto non solo delle individuali capacità ma anche di quelle non proprie ma appartenenti ad un proprio simile, rendendole oggettive appunto perché appartenenti ad un altro umano. Dunque l’identitarismo umano, che edifica autoproclamate superiorità umane, si radica laddove non importa se io posso vantare determinate peculiarità ma se un mio simile le possiede. Così, prendendo in esempio due capacità spesso poste alla base della millantata superiorità umana quali il parlare e il ragionare sul proprio passato e futuro, si riconosce tali facoltà anche a tutti quegli umani che non le posseggono, ma ai quali vengono comunque riconosciuti quei diritti di tutti gli altri esseri umani: in sostanza, tali facoltà non sono solo del singolo individuo ma di tutti gli umani e, pertanto, la difesa anche di coloro che non sono in grado di parlare o ragionare sul proprio passato e futuro (ad esempio il neonato).

Allora però, posto che la legittimazione dello sfruttamento degli altri animali passa attraverso l’idealizzazione di magnificate superiorità umane (ovviamente ponendosi sempre sulla base della propria appartenenza umana e mai su quella di un qualsiasi altro animale) costruite su determinate facoltà e capacità, perché non legittimare pratiche di sfruttamento anche nei confronti di quegli umani che tali facoltà non le posseggono? La risposta va ricercata e trovata nell’orgoglio dell’appartenenza, ossia nell’identitarismo umano: la sola appartenenza alla specie umana, garantisce determinati diritti non estendibili a tutti gli altri.

Concludendo, si può ancora una volta confermare come lo specismo si basi esclusivamente sulla gestione del potere, in altre parole di uno dei tanti poteri esercitabili. Invero, sono sempre i detentori del potere, in base all’appartenenza e all’identitarismo, a stabilire quali sono le ragioni e i metodi che vanno presi in considerazione per normalizzare l’esercizio del dominio: è autoritarismo il solo fatto di potere decidere se riconoscere o meno il diritto di un altro soggetto, qualunque soggetto (umano o meno), a non essere sfruttato. Pertanto, lo specismo, autolegittimandosi sulla scorta dell’identitarismo umano, così come qualsiasi altro identitarismo giustifica altri domini come il razzismo, il fascismo, il sessismo e il maschilismo, rappresenta une delle tante gerarchie esistenti ai fini della gestione e continuità del potere.