Né dio, né stato, né patriarcato

Di seguito pubblichiamo alcuni comunicati e contributi in vista dello sciopero dell’. L’articolo del collettivo anarcofemminista Wildcat è stato pubblicato anche sul cartaceo.

Qui il documento del Gruppo di lavoro 8 marzo della FAI

NE’ CHIESE, NE’ STATO, NE’ PATRIARCATO

In molte parti del mondo le donne continuano a scendere in strada perché costrette a lottare contro le ingiustizie crescenti, le violenze e le politiche sempre più oppressive che calpestano milioni di individui non conformi alle categorie di genere.

Le violenze e le discriminazioni per genere, orientamento sessuale, appartenenza razziale o povertà, fanno parte di un modello culturale e relazionale che affonda le sue radici nel capitalismo e nella cultura patriarcale radicata e costantemente rinnovata dal suo essere funzionale alle logiche dello sfruttamento.

Per andare alle radici delle ingiustizie e delle diseguaglianze bisogna costruire un tessuto sociale e culturale nuovo, capace di ribaltare l’esistente e di creare diverse pratiche relazionali e sessuali tra i generi, affrontando la cultura patriarcale che si infiltra anche nelle nostre relazioni.

La lotta contro la violenza e il sessismo va coniugata con le lotte contro ogni forma di gerarchia e contro tutti gli altri sistemi di potere e dominio quali il razzismo, lo sfruttamento nel mondo del lavoro, lo sfruttamento dell’ambiente e il militarismo.

L’8 marzo quindi – aderendo allo sciopero lanciato dal movimento Non Una di Meno la cui forza sta nella sua preparazione in mesi di agitazione permanente che hanno permesso di costruire relazioni orizzontali – scioperiamo astenendoci da ogni attività lavorativa fuori e dentro casa, con un’azione dal basso in modo autonomo e autogestito.

Scioperiamo per rendere sempre più visibili le diseguaglianze e le discriminazioni, contro tutte le forme di dominio che vorrebbero assoggettare le nostre vite e i nostri corpi.

Scioperiamo contro le guerre la cui conseguenza diretta sono migliaia di donne stuprate e migliaia di rifugiate in tutto il mondo.

Scioperiamo perché non vogliamo più che bambine e donne immigrate vengano ricattate e gettate nella tratta della prostituzione.

Scioperiamo per denunciare la relazione che esiste tra stato, patriarcato, chiese e capitale, che ci relegano alle funzioni riproduttive, assistenziali e precarie sfruttando i nostri corpi.

Scioperiamo contro le differenze salariali a parità di mansioni, la disoccupazione, la sottoccupazione, la precarietà, i tagli alla spesa sociale, la divisione sessuale del lavoro, la finta libertà di lavorare fino al giorno del parto e vogliamo la maternità pagata per tutte indipendentemente dal contratto.

Scioperiamo per non permettere più a preti e fascisti, preoccupati di proteggere la purezza della ‘stirpe italica’ di scatenare odio e sensi di colpa e di rimodellare le nostre vite, come stanno tentando di fare col disegno di legge Pillon e le nuove crociate integraliste contro l’aborto.

Scioperiamo per costruire pratiche di libertà contro i ricatti sessuali nei posti di lavoro. Scioperiamo perché vogliamo autodeterminazione e libertà di scelta sulle nostre vite, libertà di muoverci e di restare, libertà nelle relazioni, libertà dalla violenza maschile e dalle violenze di genere, libertà dai ruoli tradizionali imposti e dalla morale sessista.

TUTT* IN PIAZZA! Piazza Duca d’Aosta, ore 18

Federazione Anarchica – Milano (Viale Monza, 255 Milano) https://federazione-anarchica-milanese-fai.noblogs.org

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Né dio né stato né patriarcato

Perché siamo anarco-femminist*? Perché non semplicemente anarchich* o femminist*?
L’intersezione tra i due ambiti è una scommessa di contaminazione culturale e, insieme, un processo che scaturisce dal vivo delle lotte, dall’imporsi nell’ambito politico e sociale degli esclusi dalla scena, costitutivamente o-sceni, fuori dal reticolo normativo escludente che ne costituisce le identità negate e insieme congelate in maschere fisse, rigide, lontane dalle vite concrete di ciascun* e di tutt*.
L’anarchismo è costitutivamente antisessista e nemico del patriarcato, perché la distruzione di ogni forma di dominio, di asimmetria nella partecipazione ai processi decisionali, di negazione dell’altr* sono suoi elementi costitutivi.
Ma i femminismi sono tanti. E qualche volta sono andati in rotta di collisione con un approccio libertario, che avversa ogni identità escludente. Il della differenza prova a capovolgere la gerarchia, non a spazzarla via. Questo è intrinsecamente autoritario, perché mira alla conquista del potere, valorizzando le gerarchie al femminile, senza intaccare il nucleo fondativo del dominio, tenendosi ben lontano dalle periferie del mondo, dove sul confine di corpi asserviti nel nome della razza e del genere si combattono guerre feroci.
Il transfemminismo intersezionale, che in questi anni è dilagato per il pianeta, nasce dalla acuta consapevolezza dell’estrema violenza della reazione patriarcale ai percorsi di libertà delle donne e di tutte le soggettività non conformi.
Il disconoscimento della guerra contro le donne, innescata dai tanti percorsi di libertà ed autonomia che hanno segnato gli ultimi quarant’anni, ha dato slancio ad un femminismo consapevole che la posta in gioco è alta, che nulla è scontato, che la lotta al patriarcato è necessaria per ogni reale trasformazione verso la libertà e l’uguaglianza.
Il femminismo intersezionale cogliendo l’intreccio tra il patriarcato e le altre forme di dominio, si pone come uno degli snodi di una critica e di una lotta radicali alle relazioni politiche e sociali in cui siamo forzati a vivere.

L’anarco-femminismo si costituisce nell’intreccio tra questi percorsi, facendo tesoro della critica transfemminista agli stereotipi di genere nell’avventura del superamento delle identità precostituite ed imposte.
L’anarco-femminismo si nutre anche, e non secondariamente, della consapevolezza che un femminismo rivoluzionario deve tagliare definitivamente il cordone ombelicale che troppo a lungo lo ha legato alla retorica dei diritti e delle tutele, tipica della sinistra statalista.
La critica femminista deve emanciparsi dalla fascinazione dell’istituito e sottrarsi alla palude welfarista. Chi delega allo Stato la propria libertà accetta che sia lo Stato a determinarne l’estensione, la valenza, le condizioni.
Salute, istruzione, servizi possono e devono essere sottratti al controllo statale, dando forza alla spinta all’autonomia reale che emerge dai movimenti e dai singol*.
Non solo. Oggi la pratica dell’autogestione è possibile ed anche necessaria, date le caratteristiche dello scontro sociale, che non prevedono compromessi e ammortizzatori. Il disciplinamento delle donne, specie di quelle povere, è parte del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Anzi! Ne è uno dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.

Viviamo tempi grami. Potenti raggruppamenti identitari e sovranisti danno voce alle paure di chi sa che anche nel nord ricco del pianeta ci sono persone senza futuro né prospettive. I movimenti che rimettono al centro la patria, la bandiera, la famiglia, la frontiera offrono un salvagente simbolico fatto di identità escludenti, si fanno forti nella negazione dell’altro, che diviene nemico. Stranieri, migranti, profughi sono i nemici che vengono da fuori, i poveri il cui presente potrebbe divenire il nostro futuro. Le donne sono il nemico interno, il loro asservimento è indispensabile alla riaffermazione della famiglia, nucleo politico ed etico del patriarcato alle nostre latitudini.
La famiglia nella sua materialità è l’incubatrice di infinite violenze di genere, luogo “privato”, separato dalla sfera pubblica.

ll matrimonio è stato a lungo un legame sancito dallo Stato e dalla Chiesa che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni, e per sempre inadeguate ed incapaci, passavano dalla potestà paterna a quella maritale.

Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in buona parte cancellato quella servitù, ma non sono riuscite ad intaccare il nucleo sociale ed etico su cui si fondano: la famiglia.
La famiglia è la fortezza intorno alla quale si pretende di ri-fondare un ordine politico e sociale gerarchico ed escludente.
A sinistra come a destra il dibattito non è sulla famiglia ma solo su “quale” famiglia. Chi la vorrebbe estesa alle coppie omosessuali, chi la vuole modellata sulla “sacra” famiglia.
L’attacco in corso, la guerra mascherata e subdola contro le identità erranti, plurime, transitanti, si nutre di leggi e regolamenti, ma anche della complicità di chi nega il carattere sistemico, politico della violenza contro le donne, annegandola nel luogo da cui trae origine e si alimenta, la famiglia.
Lo Stato, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi, di non piegarsi alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza, di rifiutare l’imposizione di un modello rigido di relazione, costruita sulla coppia e sui loro figli. Una relazione che, in quanto tale, diviene socialmente riconoscibile. E riconosciuta.
Oggi un governo clerico-fascista prova a ri-modellare le nostre vite cercando di impedire la libera scelta di avere o non avere figli, e rendendo più difficile divorziare.
Siamo contro la famiglia, per le stesse ragioni per cui siamo contro lo stato e tutte le religioni. Le nostre vite, le nostre relazioni con gli altr* non si lasciano rinchiudere in un reticolo normativo fissato dalla chiesa o dal governo.

Il femminismo libertario e anarchico pone al centro una critica radicale dell’istituito, perché ciascun* attraversi la propria vita con la forza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Lo sguardo femminista è imprescindibile per un processo rivoluzionario che miri al sovvertimento in senso anarchico dell’ordine sociale e politico in cui siamo forzati tutti a vivere.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

Wild C.A.T. Collettivo Anarco-femminista Torinese

Riunioni ogni giovedì alle 18 presso la FAT in corso 46

FB https://www.facebook.com/Wild.C.A.T.anarcofem/

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8 MARZO SCIOPERO GLOBALE

L’-CIT Reggio Emilia promuove lo sciopero dell’8 marzo con un presidio alle ore 10 in centro a Reggio Emilia oltre a una iniziativa serale al Circolo Berneri. Per ulteriori info: usireggioemilia.noblogs.org // FB: -Cit Reggio Emilia // -reggioemilia@inventati.org

Come USI-CIT Reggio Emilia rilanciamo lo sciopero generale dell’8 Marzo sui luoghi di lavoro anche per il 2019.

Uno sciopero che riteniamo necessario per andare a scardinare l’oppressione e la violenza di genere, in una società ancora pervasa da forte discriminazione e sessismo nonostante le numerose lotte per l’emancipazione femminile che hanno caratterizzato il XX secolo. Ancora oggi gran parte del mondo è basato su una percezione patriarcale dei ruoli di genere con confini definiti e rigidi.

Questo si evince da numerosi contesti in cui il corpo delle donne continua ad essere regolamentato in base alla morale vigente che riflette i bisogni di una classe dominante. Le donna rappresenta da sempre un soggetto a cui vengono storicamente attribuiti compiti di cura della casa, dell’ambiente familiare e dei figli. Così oltre al lavoro gratuito di cura si somma, per molte di loro, il lavoro salariato.

L’Italia, come l’Europa, è ancora un paese dove una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, dove quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale e dove ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Il 77% di tali violenze avviene in famiglia e in egual misura nei confronti di italiane e straniere. Inoltre, ancora nel 2019, in molti paesi europei si cerca di limitare la libera scelta delle donne nei temi di contraccezione di emergenza e di aborto. In Italia per esempio, nonostante la legge 194 del 1978, sono sempre più in crescita le percentuali di ginecologi obbiettori all’interno degli ospedali (circa il

70%). Una maggioranza schiacciante che rende, in alcune regioni italiane, quasi impossibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. In ambito lavorativo persiste il gap salariale, che vede una differenza di salario tra uomini e donne che varia dal 20% al 40 % a seconda delle professioni. Inoltre il 50,7 % delle donne non ha un’occupazione che determina un reddito stabile e un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità. I posti di lavoro sono inoltre il luogo dove spesso avvengono molestie sessuali e

violenze nei confronti delle lavoratrici o aspiranti tali. Infatti sono sempre di più le donne che già durante i primi colloqui di lavoro testimoniano di aver subito diversi tipi di molestie. Si tratta in molti casi di giovani precarie che il più delle volte tacciono per non subire conseguenze dal punto di vista lavorativo. Esempio massimo di questa concezione della donna come soggetto inferiore da tutelare e regolamentare è la legittimazione dello stupro ancora oggi da molti giustificato dalla rappresentazione della donna come provocatrice di presunti “istinti maschili”, schiacciata sullo stereotipo di o santa o puttana.

Per le donne migranti la situazione è ancora peggiore. Lo vediamo con le pesanti discriminazioni che subiscono perché maggiormente ricattabili e tre volte discriminate in quanto donne, proletarie e straniere. Il Decreto Salvini peggiora una situazione già grave, dall’accesso non garantito alla

sanità, alla difficoltà maggiore nel trovare strutture di supporto in caso di relazioni violente con propri familiari, sino alla minaccia continua dell’espulsione verso paesi dove talvolta la condizione femminile è ancora peggiore.

Chi negli anni scorsi si è distinto in mezzo al branco per una più forte propaganda razzista e sessista oggi siede sui banchi di governo, continuando a cianciare sul corpo delle donne con una cultura patriarcale, paternalistica e quindi profondamente autoritaria. Una cultura di cui quest’ultimo

governo non ha il patrimonio unico ma ne è semplicemente l’interprete più becero. Lo si evince dai

discorsi sulla natalità e sulla famiglia tradizionale, dalla permanente campagna elettorale in favore della famiglia tradizionale, di una gerarchia tra i sessi e della fissità dei ruoli di genere. Un governo in perenne campagna elettorale che parla del corpo femminile come “bene nazionale” da porre sotto tutela e negando a tutti gli effetti la soggettività individuale delle donne.

A tutto questo dobbiamo aggiungere il DdL del Ministro leghista Pillon che punta a normare le separazioni e gli affidi dei figli imponendo, anche in caso di presunte violenze fisiche di uno dei coniugi, una forma di affido paritetica tra i due genitori. Inoltre l’affido paritetico presupporrebbe anche la cancellazione dell’assegno di mantenimento e la creazione di una sorta di bilancio spese da dividere tra i due coniugi. In un paese dove il 50,7% delle donne non ha un’occupazione che determini un reddito stabile risulta evidente il ricatto economico. Queste sono solo alcune delle tante caratteristiche del Disegno di Legge che renderebbero ancor più difficile per una donna denunciare la violenza e separasi dal coniuge, generando una condizione

di aperta ricattabilità. Una legge simile metterebbe una pregiudiziale economica di fronte alle coppie che volessero separarsi indipendentemente dai motivi e si ripercuoterebbe ulteriormente sui loro figli. Si tratta solo di alcuni esempi che testimoniano come la discriminazione di genere sia ancora oggi

una delle tante contraddizioni della nostra società, che categorizza le donne come vittime da aiutare, come oggetto di proprietà esclusivamente maschile e come persone incapaci di scegliere e di difendersi da sole. La lotta femminista combatte per scardinare gli attuali rapporti di forza e cammina di pari passo con la lotta di classe e con la lotta antirazzista. Per questo rilanciamo la

scadenza dell’Otto Marzo come scadenza intersezionista e internazionalista, di lotta radicale, antirazzista e antisessista in quanto comprende tutti questi ambiti che non sono e non possono essere separati.

Come Unione Sindacale Italiana pensiamo che soltanto con l’intersezionalismo, ovvero la capacità di tessere relazioni tra lotte solo apparentemente separate, si potrà abbattere la cultura patriarcale di cui sono imbevuti il capitalismo e lo statalismo. Lo sciopero come risposta a tutte le forme di violenza sul corpo e sulla mente delle donne. Lo sciopero come prassi per riprendersi la gestione

delle proprie vite e dei propri corpi dalle mani dello stato, come percorso di abbattimento del nucleo primo dell’autoritarismo: il patriarcato. Lo sciopero per costruire un percorso che vada oltre la semplice rivendicazione di diritti, perché nasca nel nostro tempo un germoglio di libertà di una futura società di liber* e uguali.

8 marzo sciopero globale!

Se toccano un* toccano tutt*!

USI-CIT Reggio Emilia

Via Don Minzoni 1/d – RE

FB: Usi-Cit Reggio Emilia

usi-reggioemilia@inventati.org

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PALERMO

Noi, Fimmini Libertarie, aderiamo allo sciopero dell’8 marzo con lo scopo di creare un momento di condivisione delle lotte, che rappresenti la rottura con questo sistema vigente. 

Dalla collaborazione fra diverse realtà come il collettivo AnarcoSakalash, Assemblea Anarchica Palermitana, movimento L.U.A.’’Azione Antispecista e Ambientalista e donne che condividono gli ideali dell’anarchismo, nasce Fimmini Libertarie.

Per ”Fimmini”, non si intende la partecipazione esclusivamente femminile, ma un’adesione 

Agenere, aprendosi da subito a tutte quelle individualità oppresse dall’attuale stereotipo binario femmina/maschio. 

Fimmini, termine siciliano usato anche per ridicolizzare una personalità non riconosciuta all’interno di questo sistema patriarcale, i “Fimminieddi”, ovvero individui che per la loro sensibilità vengono etichettat* come deboli.

L’8 marzo per noi vuole essere un’occasione lontana da ogni logica meramente testimoniale, un momento di rottura e di lotta intersezionale.

In un momento storico dove la politica istituzionale rivendica la famiglia tradizionale e mette nuovamente in discussione tematiche come l’aborto, il divorzio, il lavoro meritocratico basato sulla differenza di genere, crediamo sia necessario agire per far luce sulla mentalità patriarcale.

Il nostro obiettivo è sciogliere la ragnatela che il sistema patriarcale ha tessuto intorno a noi, rendendoci schiav*.

Quante volte abbiamo subìto ingiustizie, discriminazioni, appellativi, apprezzamenti fuori luogo e molestie? Troppe volte ci siamo scontrate con gli esiti dell’educazione dei generi binari e con le conseguenze degli stereotipi atti a giudicare, regolamentare e controllare i nostri corpi e le nostre menti.

Il potere patriarcale si insinua nelle coscienze, camuffandosi dietro ad espressioni confortanti quanto ingannevoli, le quali ci illudono di vivere in una società dove oramai le differenze e gli stereotipi di genere non scalfiscono la libertà individuale.

Esiste l’esigenza di respingere qualsiasi stereotipo di genere, ogni ruolo che ci viene imposto dal sistema economico e patriarcale che regola le nostre vite. 

Dobbiamo scardinare i meccanismi di violenze fisiche e psicologiche della mascolinità tossica, le torture e i ricatti celati nelle mura di casa, dalle quali molte di noi hanno difficilmente scampo.

La violenza assume diverse sembianze, ma proviene dalla matrice di un unico sistema, che è sessista, xenofobo e omofobo.

Crediamo che l’egemonia patriarcale sia insita in ogni forma di potere, dai governi alle famiglie, dai luoghi di lavoro alle scuole e che oggi più che mai siano necessarie pratiche di autodeterminazione ed autogestione, aldilà di ogni logica istituzionale.

L’8 MARZO MANIFESTIAMO CONTRO OGNI FORMA DI POTERE