Uscire dall’alveo e ripartire dai territori locali

Come milioni di persone nel mondo, ho sperimentato l’abitare la piccola di provincia, la media e la grande , la metropoli e qualche capitale europea. Inutile dire che queste esperienze permettono alla persona di crescere e accrescere le proprie conoscenze e consapevolezze e, così, anche la sperimentazione della praticabilità delle proprie teorie può essere sia confermata quanto messa in discussione, perché i territori cambiano e sono diversi gli uni dagli altri.

Per quanto mi riguarda, bisogna fare una fondamentale distinzione tra abitare nella città e abitare la città (o territorio). Abitare nella città significa essere più o meno coinvolti, ossia lasciare che i processi di trasformazione territoriale e sociale facciano il loro corso senza che io, abitante nella città, prenda parte consapevolmente e volontariamente ai processi di modificazione del luogo in cui vivo; abitare la città, di contro, significa partecipare ai processi sociali di cambiamento del territorio e dei rapporti sociali, apportando il proprio contributo in maniera cosciente, affinché si concorra al miglioramento delle condizioni di vita della città e, pertanto, il territorio non è il luogo in cui vivo ma il luogo che vivo.

Come accennato in precedenza, le peculiarità di ogni singolo territorio fanno sì che chi si approccia alla città in modo cosciente, dunque abitando il territorio, debba essere pronto a capire e interpretare il luogo, per tradurre le proprie teorie socio-politiche in possibilità di miglioramento effettivo. Questo, ovviamente, vale anche per noi anarchici e anarchiche, libertari e libertarie.

Interpretare il territorio e la città significa capire quali sono gli spazi in cui è possibile incidere positivamente, contribuendo ad apportare dei miglioramenti delle condizioni di vita e, pertanto, come potere partecipare ai processi di trasformazione degli spazi urbani ed extraurbani rendendo i territori che si abitano più vivibili, aperti, partecipati e inclusivi.

Per fare ciò, però, bisogna partire da una consapevolezza: la necessità di agire nel locale, ovvero nel luogo che si vive, così da potere contribuire il più possibile al miglioramento del territorio. Infatti, le possibilità di incidere nel proprio territorio sono di gran lunga più realizzabili del tentare di modificare un intero sistema che non è più statale, ma mondiale.

A tal proposito, la domanda retorica è se davvero c’è ancora chi crede di potere eliminare quello che viene comunemente chiamato il sistema, che è al contempo statale, sovrastatale, finanziario, istituzionale, giuridico, militare (a parte, ovviamente, l’eventualità di una fantascientifica rivoluzione mondiale guidata da anarchici e anarchiche).

Nel locale, invece, le possibilità di incidere positivamente, e in maniera determinante, sono ancora aperte, laddove spesso i rapporti sono più diretti e immediati, anche con chi ricopre la posizione di amministratore. Ecco dunque l’importanza dell’inserirsi in quegli spazi dove c’è ancora l’opportunità di potere contribuire alla creazione di territori sostenibili, interagendo con quegli interlocutori che di volta in volta sono disponibili ad un progetto comune, anche se questi interlocutori siedono all’interno della Pubblica Amministrazione.

Per esemplificare, parto dalla questione dei docenti della Rete per l’Educazione Libertaria che insegnano anche all’interno delle scuole pubbliche. Molto brevemente, il dubbio è relativo al come portare il più possibile un approccio libertario all’interno delle scuole pubbliche e, ad esempio, uno degli argomenti più dibattuti è la questione del voto. Certo non si può pensare all’eliminazione dei voti, in quanto obbligatori all’interno della scuola pubblica. Allora, come proposto da molti, perché non pensare a forme alternative come l’autovalutazione e la cooperazione tra alunni e alunne al posto di compiti in classe e/o interrogazioni in cui è il docente, e solo lui, a valutare le conoscenze?

Ugualmente, a livello territoriale, laddove rispetto a determinate tematiche è indispensabile passare per il Comune, perché non approcciarsi in modo più possibile libertario? Pensiamo ad esempio alla mobilità urbana e all’assetto del territorio. Le città sono piene di mezzi di trasporto a motore che producono ossido di azoto e CO2, mentre pochissimo spazio viene garantito alle altre forme di spostamento ecosostenibili come la bici o, molto più semplicemente, lo spostamento a piedi. Inoltre, gli spazi verdi sono limitati e, in molti casi, quasi pari allo zero; spesso le città sono pensate per garantire il più ampio comfort per il maschio umano, adulto ma giovane, che si sposta velocemente con un mezzo privato, principalmente per adempiere a degli obblighi lavorativi e/o di servizio, e nativo del luogo, lasciando da parte tutte quelle che sono minoranze o vengono percepite come tali, come donne, altri animali, ciclisti, pedoni, anziani, bambini, migranti e stranieri (a meno che non siano turisti e, possibilmente, economicamente agiati), chi si sposta con mezzi pubblici, o lo fa per puro svago, divertimento e lentamente. Al contempo, però, ci sono anche molte città che si stanno convertendo per modificare i propri spazi: pensiamo agli ecoquartieri di Oslo, ai sempre più ampi spazi garantiti alle biciclette a Berlino, alla bicipolitana di Pesaro, ai sempre più presenti orti urbani di Napoli e Bologna, ovvero le città con più orti urbani d’Italia (sebbene questi siano solo pochissimi esempi, di progetti del genere ce ne sono migliaia anche solo in Italia). Oppure, perché non pensare al Mimmo Lucano che a Riace, insieme ad altri interlocutori, ha contribuito a creare una comunità inclusiva e aperta, con progetti socio-politici importanti, tanto che si è dovuto muovere il ministro dell’Interno Salvini per criminalizzare, smontare e far cessare il tutto.

Dinanzi a tutte queste possibilità di partecipazione, di fronte alla possibilità di inserirsi e provare a portare un’idea di territori dialoganti, aperti, sostenibili, perché non interloquire anche alcune delle strutture della Pubblica Amministrazione locale per progetti condivisibili?

Attenzione, non sto dicendo che i primi interlocutori vadano rintracciati all’interno delle amministrazioni locali, né tantomeno sto farneticando rispetto ad una legittimazione elettorale: ciò che sto proponendo è cercare di interpretare i territori per capire quali sono gli spazi entro cui è possibile provare a portare avanti un’idea di città e di territorio non in contrasto con un’idea libertaria di comunità.

I territori sono diversi, e anche gli approcci devono esserlo e, così, i bisogni e le istanze di determinate comunità sono diversi da quelli espressi da altre determinate comunità, dunque, com’è possibile credere che un approccio libertario debba o possa essere fisso e immutabile nel tempo e nello spazio? Mi chiedo, semmai un architetto libertario avesse la possibilità di collaborare con un Comune per la creazione di spazi urbani dove creare socialità gratuita e intergenerazionale, magari realizzare un parco laddove prima c’era una zona industriale, o un urbanista anarchico avesse la possibilità di collaborare con un Comune per la realizzazione di una rete di piste ciclabili al posto di strade ingombrate da automobili inquinanti, perché non cogliere queste possibilità? Davvero c’è qualcuno “con il documento di anarchico” che pensa che questi due professionisti non possano sentirsi anarchici per avere collaborato con un’amministrazione pubblica locale?

Io credo che all’interno di territori locali, laddove ci siano le opportunità di collaborare con i Comuni per realizzare progetti che necessitano di interloquire con alcuni amministratori cittadini, queste opportunità vadano colte. Laddove invece si abbia la possibilità di agire anche senza l’intervento dell’amministrazione locale, e il progetto sia ugualmente realizzabile, che si bypassi la Pubblica Amministrazione, ma non possiamo credere di potere escludere a priori di collaborare con quegli amministratori locali lungimiranti che pure esistono e lavorano, in nome di una durezza e purezza libertaria e/o anarchica.

Parlo di territori locali, e non di grandi sistemi, perché è proprio all’interno di questi spazi topici che si può cercare di costruire progetti non in contrasto con teorie libertarie e perché, inoltre, è proprio all’interno di questi territori che si possono comprendere appieno le istanze e i bisogni delle comunità e degli ambienti locali. L’idea, infatti, non dev’essere quella di entrare a prescindere in conflitto, ma quella di vivere il territorio e non nel territorio e, spesso, per fare questo, è imprescindibile confrontarsi anche con i Comuni affinché ci possano essere le fattuali possibilità di realizzare progetti urbani e/o extraurbani locali assolutamente condivisibili.

Concludendo, dunque, credo sia necessario abbandonare tutti quei dogmi di sedicente e apparente autenticità, integrità e verginità anarchica, per ripartire realmente dai territori locali cercando di inserirsi in quegli spazi dove è possibile farlo nel modo finora sostenuto, anche collaborando (ma non necessariamente tutte le volte non sia indispensabile) con le amministrazioni locali lungimiranti, al fine di vivere la città e non nella città perché le possibilità ci sono e vanno intuite e raccolte.