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L'Altra Internet

Immaginate che una persona riceva una lettera anonima, una contenente delle minacce, magari scritta usando le lettere ritagliate dai giornali. Immaginate che questa cosa si ripeta una, due, tre e più volte. Immaginate che la persona alla fine vada alla polizia e chieda aiuto. Immaginate che la polizia si rechi all'ufficio centrale di smistamento della posta e lo chiuda, in quanto le lettere anonime sono passate proprio da quell'ufficio, impedendo di conseguenza anche la consegna di tutta l'altra corrispondenza in transito. Adesso svegliatevi, perché questa storia non è frutto della vostra immaginazione ma la realtà.
Lo scorso 18 aprile, agenti del F.B.I. hanno staccato la spina e portato via il server di "ECN" (European Counter Network), il più vecchio "provider" di movimento in Europa, il primo che in Italia ha fornito liste di discussione e spazio per pubblicare pagine web a centinaia di attivisti e gruppi, compreso il sito web creato per questo giornale (http://www.ecn.org/uenne), dove sono ancora archiviati undici anni di articoli.
Su queste pagine abbiamo più volte segnalato le politiche censorie e repressive, dirette contro la comunicazione elettronica e portate avanti dalle autorità statali, un po’ in tutto il mondo. Non dovrebbe quindi meravigliarci la lettura del rapporto annuale recentemente diffuso da “Reporter Senza Frontiere” (http://en.rsf.org/beset-by-online-surveillance-and-12-03-2012,42061.html) al quale rimandiamo per i particolari relativi ai diversi casi di censura denunciati.
Partendo proprio da quel testo qui vorremmo ricordare alcuni dei sistemi usati dai governi per imbavagliare i propri cittadini e, contestualmente, alcune delle risposte che è possibile opporvi.
Il primo sistema consiste semplicemente nel chiudere - drasticamente - le Reti, in particolare quella della telefonia mobile e quella Internet. In questo caso c’è poco da fare a meno di non avere una rete alternativa, magari fatta con apparati radiotrasmittenti in grado di veicolare anch’essi i “pacchetti” di dati sui quali si basa Internet.
Google, o la “grande G” come pure viene chiamata una delle società più note su Internet e non solo, gestisce tutta una serie di servizi che vanno oltre il famoso motore di ricerca, la casella di posta elettronica, lo stranoto “yuotube” e le mappe. L’elenco completo comprende di tutto: dalla gestione condivisa di documenti alle traduzioni, dal servizio di notifica delle news fino all’ultimo “G+”, un tentativo nemmeno tanto mascherato di insidiare lo strapotere di “Facebook”.
Fino alla fine dello scorso mese di febbraio ognuno di questi servizi aveva un suo proprio sistema di registrazione e conservava separatamente i dati degli utenti che dovevano fornire un nome ed una password per ognuno di essi. Dal 1 marzo scorso sono cambiate le regole sulla riservatezza dei dati (“privacy policy”) e come sempre accade per tutto quello che riguarda “big G”, la cosa ha suscitato interesse e preoccupazione. Addirittura si sono scomodate le istituzioni europee, che hanno chiesto maggiori chiarimenti, ipotizzando che queste modifiche violino la Direttiva Europea sulla Protezione dei Dati.
L’ultima azione firmata “Anonymous”, almeno fino a questo momento, è un attacco al sito web di un noto parlamentare italiano come risposta all’oscuramento, per “diffamazione”, di un sito di informazione sul disastro della diga del Vajont. Solo nelle ultime settimane sono stati portati attacchi, sempre con la stessa firma, a siti governativi e finanziari, in concomitanza con la protesta in atto in Grecia contro le misure imposte al paese dall’UE e dal FMI, contro la posta elettronica del dittatore siriano e addirittura contro la CIA.

Tra gli ultimi provvedimenti annunciati dal Governo dei sedicenti “tecnici” non poteva mancare uno dei cavalli di battaglia per tutti quelli che lo hanno preceduto che in questo caso è stato ribattezzato “pacchetto semplificazione e sviluppo”. Si tratta della promessa di una Amministrazione pubblica più veloce, snella e - addirittura - in grado di interagire con i cittadini solo via computer e Rete. Uno degli annunci che, almeno da una decina d’anni a questa parte, hanno rallegrato la vita ed il lavoro di tutti coloro che hanno anche una solo pallida idea del caos (non creativo) regnante in questo settore.  Senza entrare minimamente nei particolari del provvedimento, prendiamo in considerazione solo un esempio strettamente collegato al tema. Nel famigerato “Codice dell’Amministrazione Digitale” (CAD), ancora non completamente in vigore sebbene abbia già subito tanti di quei cambiamenti che si farebbe prima a buttarlo via e riscriverlo [1] si parla di una bella invenzione chiamata “Posta elettronica certificata” (PEC per gli amici) che però esiste esclusivamente in Italia.
Probabilmente il giudice inglese che il 13 gennaio scorso ha deciso che Richard O’Dwyer può essere estradato e processato negli USA non ha mai sentito parlare della “SOPA” che non è, come qualcuno potrebbe credere un particolare tipo di zuppa (in spagnolo “sopa”) ma l’ennesimo acronimo dietro il quale si cela la più recente proposta di legge per combattere la pirateria on-line.
Il giudizio emesso il 24 novembre scorso dalla Corte di Giustizia Europea è stato definito da molti, con scarsa fantasia e troppo entusiasmo, una “sentenza storica” nella lunga battaglia tra i sostenitori del copyright e quelli della libertà di Internet.
La faccenda era iniziata nel 2004, quando la belga SABAM (più o meno l’equivalente della SIAE) aveva chiesto ai giudici di imporre a un provider locale (Scarlet) di attivare dei filtri per impedire ai propri utenti di scambiarsi materiale coperto dal  diritto d’autore. I magistrati della Corte d’Appello belga avevano rimandato il caso alla Corte di Giustizia Europea accompagnandolo con questo quesito: “Le leggi europee permettono a un giudice nazionale di imporre ad un Internet Provider di filtrare preventivamente tutta le comunicazione elettroniche che passano attraverso la sua rete?”
La recente notizia [1] che una ditta italiana sta installando in Siria un sistema di controllo di tutto il traffico web e degli e-mail in entrata e in uscita dal paese è una delle tante occasioni per ricordarsi che quando si accede ad Internet, qualsiasi operazione venga fatta lascia delle tracce più o meno profonde, sia sul computer che usiamo sia su quelli ai quali ci colleghiamo. Se poi ci colleghiamo da un computer che non è il nostro personale, magari da un Internet Point, da scuola, dal lavoro o da casa di qualcuno le tracce lasciate aumentano ancora di più e parallelamente aumentano i rischi di compromettere delle informazioni che vorremmo mantenere lontane dagli occhi degli spioni di stato.
Come per i cittadini siriani, anche per noi è utile conoscere almeno in generale due dei sistemi che esistono per provare ad ovviare, almeno parzialmente, agli inconvenienti descritti sopra: “Tor Browser Bundle” e “Tails”.
Chi segue, da più di qualche anno, le cronache di quello che accade intorno ad Internet si sarà sicuramente accorto che uno degli sport preferiti dai parlamentari italiani sembra che sia quello di presentare proposte volte a “regolamentare” la comunicazione elettronica. Il termine “regolamentare” significa, invariabilmente, fare delle proposte di legge il cui unico fine è quello di minacciare censura e repressione a tutti quelli che usano la Rete in modo attivo piuttosto che passivo. Già in passato ci siamo occupati di alcuni di questi tentativi, molti dei quali sono fortunatamente falliti mentre altri invece sono andati a buon fine e oggi è la volta dell’ultima trovata, presentata il 26 luglio scorso alla Camera dei deputati.
Il titolo, lunghissimo è: “Modifica degli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione e per il contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete internet”. Gli articoli invece sono solo due. Qui si può leggere il testo completo http://www.camera.it/126?PDL=4549&leg=16&tab=2
Quando questo numero del giornale sarà arrivato ai lettori potrebbe essere stata appena approvata una Delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le Comunicazioni) che contiene un attacco abbastanza pesante alla libertà di comunicazione e informazione in Rete. La Delibera 668/2010 [1], dopo aver presentato il suo discutibile punto di vista sul problema della difesa dei diritti d’autore su Internet e sulle TV, si propone come il principale cane da guardia del copyright in barba al fatto che un reato di solito andrebbe giudicato e sanzionato dal potere giudiziario e non da una Autorità di Garanzia che, sempre per chi crede nello Stato, dovrebbe avere un ruolo indipendente tra le parti.
In particolare l’AGCOM scrive:
“In base al citato quadro normativo, si ritiene che l’Autorità possa esercitare - nel perimetro del diritto d’autore - i poteri ad essa assegnati nei confronti dei fornitori di servizi di media audiovisivi, dei gestori dei siti web, degli operatori di rete, dei fornitori di connettività (gli ISP), dei fornitori di servizi di caching/hosting, e più in generale nei confronti di tutti gli operatori di comunicazione elettronica.” (3.5.1)
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