Gradisca
Nella notte di sabato 24 luglio esplode l’ennesima rivolta all’interno del centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Tutto parte da un tentativo di espulsione di uno o più tunisini: per resistere, i reclusi salgono sui tetti delle celle e la polizia risponde, come altre volte, con un fitto lancio di lacrimogeni. Dopo poco tempo i reclusi di un’altra area trascinano i materassi in cortile e li incendiano per sviare l’attenzione dei poliziotti. È a questo punto che uno dei migranti sul tetto viene colpito da un candelotto lacrimogeno e cade sui materassi in fiamme ustionandosi in modo talmente grave che dev’essere portato in ospedale a Udine. Per diverse ore non sarà possibile avere sue notizie. Domenica il ferito viene riportato all’interno del CIE in condizioni critiche ma per fortuna meno gravi di quello che si temeva e lunedì viene visitato da un avvocato solidale.
Il martedì successivo il detenuto che aveva opposto resistenza all’espulsione viene processato per direttissima e condannato a 9 mesi di reclusione, per resistenza e violenza contro pubblico ufficiale.
Per denunciare tutto questo diversi compagni e compagne del coordinamento libertario contro i CIE (sigla che raccoglie quasi tutti i gruppi anarchici che nel Friuli Venezia Giulia fanno opposizione ai centri di espulsione) si danno appuntamento sabato 24 luglio a Gradisca per un presidio e un volantinaggio nell’affollato mercato del sabato mattina. Vengono dati 500 volantini e viene ricordato alla popolazione della cittadina che lì a due passi c’è un lager, dove la violenza da parte della polizia è prassi quasi quotidiana e innumerevoli sono i casi di autolesionismo.
Inoltre viene denunciata la corruzione e lo spreco di denaro da parte di chi vive sulla pelle dei migranti, e in particolare di chi gestisce il centro di Gradisca, la Connecting People.
L’ultima trovata “umanitaria” di questa cooperativa, in collaborazione con il Comune di Gradisca, è quella di far fare ai richiedenti asilo nel CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo – che è separato dal CIE solo da un muro ed è gestito dalla stessa Connecting People), che possono muoversi liberamente fuori e dentro il centro ma non possono avere un lavoro regolare, lavori socialmente utili come sistemare le aiuole e pulire i prati.
Tutto ciò “su base volontaria”, quindi assolutamente gratis. L’obbiettivo, secondo la Connecting People, “è quello di far cambiare opinione ai gradiscani nei confronti degli immigrati che vivono nel CARA”... Quindi da una parte si picchia (o perlomeno si assiste ai pestaggi) nel CIE, dall’altra nel CARA si vorrebbero far lavorare le persone senza retribuzione e in più lo si sbandiera come prova di accoglienza e integrazione.
Un bell’umanesimo, non c’è che dire.
r.v.