Da nord a sud i CIE bruciano
Una settimana di rivolte nei centri di identificazione ed espulsione di tutta Italia. Da Gradisca d’Isonzo a Trapani, da Torino a Milano, gli immigrati rinchiusi nei lager hanno dato vita a battaglie che, in alcuni casi, si sono positivamente concretizzate con la fuga e la libertà.
La prima rivolta si è consumata a Trapani, nella notte tra il 13 e il 14 luglio, all’interno del famigerato “Serraino Vulpitta”. Le proteste e il rifiuto del cibo hanno innescato uno scontro che ha coinvolto decine di immigrati. Suppellettili danneggiate, alcuni agenti che hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche, quattro arresti per resistenza e lesioni, e almeno quindici immigrati che sono riusciti a far perdere le loro tracce.
Il giorno dopo è la volta di Torino, Cie di corso Brunelleschi. Anche in questo caso gli scontri sono aspri, viene dato fuoco a un materasso, un’intera sezione diventa inagibile. La repressione è durissima, e vengono inizialmente negate persino le cure mediche a chi è rimasto ferito. Solo grazie alle pressioni dei militanti della rete “10luglioAntirazzista” un immigrato che si era ustionato durante l’incendio sarà portato in infermeria in tarda serata. Un altro immigrato tunisino, Sabri, resisterà tre giorni sul tetto prima di essere tirato giù a forza.
Nella notte tra il 17 e il 18 luglio tocca a Gradisca. Gli immigrati salgono sui tetti delle celle e la polizia spara i lacrimogeni. Vengono incendiati dei materassi, un immigrato viene colpito da un candelotto e si ustiona cadendo sul fuoco.
Nelle stesse ore, anche a Milano in via Corelli divampa la rivolta. Trenta reclusi salgono sul tetto e protestano contro le condizioni di invivibilità della struttura. Prima dell’intervento della polizia vengono danneggiati gli arredi e i dispositivi di sorveglianza. Dopo di che, una decina di immigrati tenta il tutto per tutto, ma saranno solo in tre a conquistare la libertà. Anche in questo caso, feriti e contusi sia tra i reclusi che tra gli agenti di polizia.
Questa successione di eventi è assai significativa. I centri di identificazione ed espulsione sono delle polveriere sempre pronte a esplodere perché sono luoghi infami in cui nessuno potrebbe mai accettare di restare. Da quando la normativa italiana in materia di immigrazione sono ulteriormente peggiorate con l’introduzione del reato di clandestinità, con l’allungamento fino a sei mesi della detenzione nei Cie, e con l’incredibile facilità con cui è possibile cadere in questa rete repressiva, la resistenza a queste strutture è aumentata esponenzialmente proprio tra gli stessi immigrati. Sullo sfondo delle battaglie di metà luglio ci sono anche le deportazioni di immigrati nordafricani che il Ministero dell’Interno ha disposto grazie agli accordi con Algeria e Tunisia. Ed è così che diventa normale manifestare duramente la propria rabbia di fronte alla possibilità di essere rimpatriati immediatamente, magari dopo anni di lavoro e permanenza in Italia.
L’atteggiamento del governo è assolutamente criminale. L’aumento della repressione è l’unica prospettiva su cui intende muoversi l’esecutivo. Il ministro Maroni ha annunciato la volontà di aprire nuovi Cie in tutta Italia, tanto che a Trapani è già quasi pronto quello che sostituirà il “Vulpitta”, mentre in Toscana si vorrà realizzare un lager nuovo di zecca nei pressi di Firenze. Ma non è tutto. Tanto per dare un esempio della delinquenziale irresponsabilità di chi fa politica sulla pelle delle persone, riportiamo le dichiarazioni del vicesindaco e assessore alla sicurezza al Comune di Milano Riccardo De Corato che, nel giudicare “grave” la fuga dei tre immigrati dopo la rivolta di via Corelli, ha recriminato sul fatto che “i Cie in Lombardia e al Nord sono insufficienti rispetto all’enorme flusso di clandestini da espellere”. Ed è per questo che De Corato ha chiesto che venga individuata una nuova struttura, possibilmente vicino a Malpensa “per rendere più immediate le espulsioni. Malpensa – ha detto De Corato – è la nuova frontiera dell’immigrazione clandestina dopo Lampedusa”.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria