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Guerra globale ai poveri

Quarant’anni di fallimenti fortemente voluti

“Il coinvolgimento del settore privato non è una cattiva cosa; non saremmo credibili se non ottenessimo la partecipazione del business; abbiamo bisogno di portare all’interno della nostra agenda l’energia delle corporation se vogliamo svolgere al meglio i nostri compiti”.
Così affermava candidamente Nitin Desai segretario generale del Summit sullo sviluppo sostenibile, che l’ONU organizzò a Johannesburg nel luglio 2002.
L’obiettivo del summit era di dimezzare il numero di persone senza accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base entro il 2015. Niente di tutto ciò sarà ottenuto. Secondo le proiezioni, saranno almeno due miliardi le persone che nel 2020 non avranno accesso sufficiente all’acqua potabile.
Il mancato raggiungimento degli obiettivi proposti è stata una costante dei summit dell’ONU sull’ambiente e sull’acqua negli ultimi quaranta anni.
Nel 1972 a Stoccolma durante la Conferenza dell’ONU sull’ambiente umano è stato sancito solennemente che l’uomo ha il “diritto fondamentale ad adeguate condizioni di vita in un ambiente tale da permettere dignità e benessere”. Parole vuote: a inizio anni ottanta l’ONU lanciava “il decennio internazionale dell’acqua”, volto a sensibilizzare le coscienze sulla fondamentale importanza dell’elemento acqua e sui pericoli derivanti dalla sua scarsità e affermava il proprio intento: provvedere di acqua potabile e servizi igienici tutte le aree urbane e rurali entro il 1990. Nientemeno. Nel frattempo il decennio passava e nel 1992, alla Conferenza internazionale sull’acqua e l’ambiente di Dublino e al Vertice della terra di Rio de Janeiro, i nostri “grandi” hanno lanciato l’allarme secondo cui la scarsità idrica e il cattivo consumo sono una minaccia per lo sviluppo sostenibile.
Il passo successivo era scontato: l’acqua doveva essere gestita in maniera più efficace rispetto al passato, poiché i consumi erano eccessivi. Il modo migliore per garantire il diritto all’acqua potabile era riconoscerle un prezzo: il non riconoscimento di un valore economico all’acqua – si sosteneva – aveva portato a sprechi e a un uso dannoso per l’ambiente. In altre parole, lo stabilire un prezzo per l’acqua veniva considerato il modo migliore per rendere cosciente il consumatore del valore della risorsa e della necessità di un suo parco consumo, in grado di garantire la risorsa alle generazioni future.
La strada per il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale era spianata. I loro investimenti avrebbero finalmente risolto la questione.

I contatori prepagati: alfieri della privatizzazione
In questo contesto si sono via via sviluppati i processi di privatizzazione o di “semplice” mercificazione dell’acqua, nel caso in cui il settore pubblico mantenga la responsabilità del servizio. Obiettivo comune è comunque il “recupero totale dei costi” (full cost recovery), secondo cui il prezzo pagato dal consumatore deve coprire le spese della gestione complessiva del servizio. È la stessa Banca mondiale a indicare quale sia il metodo migliore per garantire ciò, ovvero i contatori prepagati. Ce ne sono di diversi tipi, ma il concetto è sempre lo stesso: se non paghi prima non hai acqua. Solitamente funzionano con una carta ricaricabile che gestisce l’erogazione dell’acqua dal rubinetto e la interrompe quando viene estratta dal sistema o quando termina il credito.
Come un telefonino.
I contatori vengono usati per regolare i consumi domestici, non quelli industriali, commerciali e agricoli. Anzi solo alcuni consumi domestici: quelli dei poveri, in gran parte abitanti di uno dei tanti slums del pianeta, colpevoli agli occhi degli imprenditori non solo di essere poveri, ma anche di non essere educati abbastanza per capire il valore dell’acqua.
Certo ci avevano provato anche in Occidente. Nel 1992 in tutte le maggiori città inglesi, dopo che le compagnie avevano tagliato alcuni allacciamenti idrici per morosità, furono registrati numerosi casi di dissenteria. Il governo si indignò sostenendo che era inaccettable che a qualcuno fosse tolta d’imperio l’acqua, ma non disse una parola contro il rimedio proposto dai gestori del servizio, ovvero introdurre i contatori prepagati. I cittadini che non potevano pagare si “autotagliavano” l’acqua e sarebbe così stata aggirata ogni questione legale. E così successe in diversi casi, fino a che nel 1998 i contatori sono stati dichiarati fuori legge.
Ma gli spazi che il capitale poteva divorare con maggiore soddisfazione erano ovviamente quelli del terzo, o quarto, mondo. I famigerati “paesi in via di sviluppo” – definizione che ha in sé qualcosa di sarcastico e molto di crudele – erano lo scenario ideale.
Negli ultimi quindici anni i contatori prepagati hanno assunto il ruolo di avanguardia della mercificazione totale e privatizzazione dell’accesso all’acqua potabile. Sono stati introdotti in numerosi paesi. Una lista, probabilmente non completa, include: Cina, Ghana, Brasile, Filippine, Namibia, Swaziland, Tanzania, Uganda, Nigeria, Curacao, Egitto, Malawi, Sudan, Sud Africa, India, Kenya.

Nel 2009 l’Uganda, per non essere da meno dei proclami delle Conferenze mondiali sull’acqua, ha varato un nuovo piano di lotta alla povertà, con l’obiettivo di garantire il servizio idrico al 100% di coloro che abitano nelle zone urbane. L’anno precedente il governo, a braccetto con la Banca mondiale, aveva introdotto i primi quattrocento contatori. Era solo l’inizio. Entro la fine di quest’anno si calcola che circa mezzo milioni gli abitanti della capitale Kampala saranno costretti a usare i contatori prepagati. Kenya e Tanzania hanno seguito a ruota lo stesso percorso cominciando anch’essi a ”sperimentare” l’utile strumento.
A Mumbai, seconda città più popolata al mondo dopo Shangai, le operazioni per introdurre i contatori sono cominciate nel 2008, provocando proteste e resistenze. Anche in questo caso si è tentato di applicare il solito ragionamento: chi beve, chi si lava, deve pagare tutto il costo del servizio. A una delle tante multinazionali europee, in questo caso la francese Castalia, è stato affidato il lavoro sporco e garantiti eccellenti profitti.
In ogni parte del mondo i padroni sono uguali: sembrano quegli avvoltoi, pronti ad accorrere quanto l’essere umano è ormai totalmente stremato dai politici, dalle loro ruberie o dalla loro inazione. Un lavoro fatto in due, e con eccezionale affiatamento.
Un altro caso lampante in questo senso è quello della Nigeria: il servizio idrico statale, alla pari dell’elettricità, del telefono e dei trasporti, è unanimente ritenuto inaffidabile e poco sviluppato. A Lagos, maggiore città dell’Africa, più della metà della popolazione non ha accesso all’acqua o alle fognature e il sistema perde circa la metà dell’acqua che viene immessa. La Banca mondiale, che sostanzialmente governa il paese, ha riconosciuto che le sue politiche, dal 1979 al 1999, sono state un fallimento e all’inzio di questo decennio ha presentato la privatizzazione come unico rimedio possibile. Ovviamente con una decisione unilaterale. Anche qui hanno fatto la loro comparsa i contatori prepagati.

L’introduzione di questi dispositivi ha provocato danni enormi in Sudafrica dove i progetti iniziali riguardavano diverse province. Nella township di Ngelezane nello KwaZulu-Natal il governo aveva istituito un sistema di contatori prepagati per rimpiazzare le fontane comunali. La popolazione disperata non trovò altra soluzione che bere e utilizzare acqua dai laghi nelle vicinanze, infestati da batteri. Nell’agosto 2000 scoppiò la più vasta epidemia di colera nella storia del paese: trecento morti e trentacinquemila contagiati.
Eppure in Sudafrica i padroni dell’acqua hanno trovato una degna risposta. Le proteste negli ultimi anni sono state pressoché continue. Le mobilitazioni più significative sono avvenute nel 2002 e nel 2003 nelle enormi townships di Orange Farm e Phiri, presso Soweto, nel Gauteng e nella zona di Cape Town, dove nel 2005 la municipalità ha dovuto rinunciare ai suoi piani.

Qui, come dovunque, sono state le donne le più colpite dalla misure di commercializzazione e privatizzazione dell’acqua – portate avanti anche con la rimozione fisica delle fontane comunali – e sono state loro a riallacciarsi illegalemente o a sabotare i contatori prepagati. Le comunità di alcune periferie sudafricane, che hanno nel loro più vicino retroterra la lotta all’apartheid, sono così riuscite a ostacolare i progetti di mercificazione totale dell’acqua, ottenendo vittore più pratiche che di principio. I contatori prepagati sono stati giudicati illegali dall’alta Corte di Johanesburg nel 2008 ma l’anno dopo la Corte costituzionale ne ha invece confermato la costituzionalità. Ma il governo ha dovuto in realtà abbandonare molti dei suoi progetti.
I poveri sudafricani si sono così alleati idealmente con gli uomini e le donne che da Cochabamba a Manila a Buenos Aires hanno lottato negli ultimi anni contro la provatizzazione.
Se in Sudafrica il contatore prepagato segna, non solo simbolicamente, un tentativo di nuovo apartheid, in tutto il mondo esso indica cosa è la privatizzazione e mercificazione dell’acqua: uno strumento, micidiale, nella guerra globale e permanente contro i poveri.

A.Soto
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