Per un uso civico e collettivo dell’acqua
Dalla legge Galli del 1994 al decreto Ronchi del 2009, la lunga marcia verso la privatizzazione dell’acqua sta arrivando alla sua meta.
L’Italia è un paese ricchissimo di fonti e sorgenti. Non c’è un luogo del belpaese che non abbia una sua naturale risorsa di acqua.
Quale grande affare per le multinazionali poterci mettere le mani sopra e completare quello sfruttamento della risorsa acqua iniziato ben prima del ’94 con l’utilizzazione delle sorgenti di acque minerali!
L’Italia è il maggior consumatore mondiale di acqua in bottiglia: con 270 marchi circa presenti sul mercato e un consumo annuo di 200 litri pro capite rappresenta una golosa torta da spartirsi tra le multinazionali del settore. Danone e Nestlè, prime fra tutte, ci hanno affondato ben bene le mani.
Lo sfruttamento di queste fonti a scopo commerciale, priva, ulteriormente, di una risorsa fondamentale le comunità residenti nelle zone dove si trovano le sorgenti.
Quindi, mentre da una parte la privatizzazione dell’acqua è una realtà già attiva e fiorente, dall’altra ci si sta muovendo per dare il colpo finale al quel poco che di acqua pubblica è rimasto.
Diversi fattori hanno fatto sì che nell’immaginario di molti la gestione privata oppure una gestione istituzionale, ma con logiche private, della risorsa acqua sia vista come unica soluzione. Un sistema degli acquedotti ridotto in condizioni catastrofiche, con perdite e sprechi che superano mediamente il 50% delle acque immesse, una captazione per uso industriale che è aumentata vertiginosamente – basti notare come i nostri fiumi, nonostante le precipitazioni medie siano non differenti di anno in anno, sono sempre più secchi – prelevando risorse per le comunità e una politica clientelare del sistema di gestione pubblico che ha portato spesso sul lastrico le aziende pubbliche.
La maggior parte delle aziende di gestione del sistema idrico create a seguito della legge Galli sono ancora a partecipazione pubblica: i comuni sono tutt’ora azionisti di queste società multiutility.
Di fatto il pubblico è ancora presente nel management idrico.
Ora, considerando questo, quando leggiamo che a Velletri – per fare un esempio su tutti – l’Acea, società multiutility romana che, tra gli altri, gestisce l’ATO2 Lazio ed è partecipata al 51% dal Comune di Roma, sta interrompendo la fornitura di acqua a quei cittadini che, in forma di protesta, hanno deciso di non pagare le esose bollette recapitate e rifiuta ogni confronto con il comitato nato in città, qualche dubbio sulla bontà della gestione pubblica (istituzionale) della risorsa acqua ce la dobbiamo porre.
Come a Velletri, anche in altre parti d’Italia sta accadendo la medesima cosa: l’arroganza imprenditoriale capitalista con la quale queste società, di fatto pubbliche, stanno gestendo il sistema idrico, lascia parecchio perplessi.
Alla luce di tutto questo, portare avanti una lotta per l’acqua pubblica, dove per pubblica si intende istituzionale (gestita da enti e aziende municipalizzate), permettendo, così, alla lobby politica di mantenere quel pacchetto di interessi clientelari, incrocio tra affari e politica, che caratterizza la res publica italiana, a rischio scippo dopo il decreto Ronchi, senza prevedere l’apertura di una lotta che abbia come finalità una reale autogestione popolare delle risorse idriche, sembra proprio aria fritta.
Non ci sono lotte e non ci sono referendum che possano cambiare qualcosa se non si comincia a ripensare veramente il sistema gestione della cosa pubblica nel suo complesso scardinandone i meccanismi politici ed economici che fino ad oggi l’hanno amministrata.
Parlare di acqua pubblica considerando solo il sistema acquedotto senza considerare un ritorno alla collettività di quelle fonti e sorgenti che sono state derubate dalle multinazionali dell’acqua in bottiglia significa dimezzare il senso di una battaglia lasciando una porta aperta alle multinazionali idrovore.
L’unica strada possibile è quella degli usi civici. Far diventare le fonti e le sorgenti tutte un uso civico, un diritto della collettività, un bene comune da cui trarre un beneficio comune.
Le fonti e le sorgenti in uso civico e un sistema di acquedotto collettivo, amministrato dalle comunità, ridurrebbe al minimo i costi di gestione e lo strapperebbe così alla gestione clientelare e speculativa delle lobby.
Solo così si può seriamente ragionare sulla “pubblicizzazione” dell’acqua. Una lotta che abbia come fine il portare all’uso civico le risorse idriche di un territorio potrà contribuire a un reale cambiamento nel sistema di gestione della cosa pubblica e della vita di ogni individuo partecipe di una comunità.
gianluca attuoni