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Non siamo illusionisti

La questione dell’acqua pubblica

Dedichiamo queste pagine alla questione “acqua”. Il motivo principale è il progetto governativo di (ulteriore) privatizzazione dell’acqua e la conseguente raccolta di firme per indire un referendum abrogativo dell’eventuale legge.
Ma su questa questione, per chi segue Umanità Nova, abbiamo avuto modo di intervenire più volte. L’acqua, assieme all’aria, è un paradigma di libertà. Privatizzarla vuol dire conculcare una libertà vitale. Il termine vitale, lo capisce anche un bambino, è più significativo (più importante, più essenziale) di termini come fondamentale, costituzionale, civile, etc.
Dicevamo dell’eventuale legge. Il governo, a dispetto della sua protervia, non ha avuto il coraggio di varare una legge che privatizza – tout court – l’uso dell’acqua. Ha varato una direttiva, ha imposto vincoli di bilancio, ha stabilito norme, ha scritto circolari interpretative che costringano i comuni (i soggetti detentori della delega pubblica all’uso dell’acqua) alla privatizzazione.
La risposta dei “comitati territoriali” è stata significativa. Un milione e quattrocentomila firme sono un messaggio “forte e chiaro”. Ma non vorremmo affiancarci agli illusionisti della politica.
La storia ci insegna che per la via legale non si ottiene nulla e quindi anche la strada dei referendum è segnata da inciuci, papocchi, giochi al ribasso, accordi bidone.
Per altro l’acqua oltre a non dovere essere privatizzata, deve essere ancora liberata dai vincoli della legge e dai relativi costi che sono costituiti dalle tasse e dai carrozzoni che ne gestiscono il servizio.
Per fare un esempio. Chi scrive ha una cisterna che raccoglie l’acqua piovana a scopi irrigui. Qualche anno addietro, in perfetto regime “pubblico”, un sindaco tentò di applicare un contatore alla cisterna per applicarvi la tassa sul consumo dell’acqua che, come nel caso del gas o dell’elettricità rappresenta il 70% del prezzo finale pagato dagli utenti.
Per non parlare della “tassa di soggiorno”, ovvero la tassa sull’aria che si respira.
Quindi la nostra opposizione alle vie legali non è motivata solo da ragioni di principio – siamo anarchici – che di per sé sarebbero più che sufficienti, ma anche e soprattutto da ragioni pratiche: se sostenessimo il referendum ci troveremmo ad accettare (anzi ad avallare) le tasse sui beni comuni.
Sempre per evidenziare lo spreco e la speculazione del “pubblico” possiamo fare riferimento alle prebende dei consigli di amministrazione delle così dette utilities (le municipalizzate dell’acqua, gas, trasporti, pulizie e rifiuti) che guadagnano come (se non più) del famigerato Marchionne. Ma di Marchionne ce n’è uno mentre di utilities ce ne sono una ventina ed ogni CdA è composto da una decina di membri.
Se sostenessimo il referendum avalleremmo ancora questo scandalo e queste ruberie.
La privatizzazione sarebbe ancora peggio perché non metterebbe in discussione né le tasse sull’acqua e nemmeno gli stipendi dei consiglieri d’amministrazione delle società capitalistiche che sostituirebbero le utilities ed in più farebbe aumentare il prezzo base (e di conseguenza, in proporzione geometrica, anche i ricarichi) secondo le leggi del mercato. La privatizzazione produrrebbe scarsità d’acqua (diminuirebbe l’offerta) per farne aumentare il prezzo (favorirebbe la domanda).
Quindi?
Ancora una volta si dimostra che non vi è via di uscita se non quella della sovversione dell’ordine costituito.

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