No Tav. Carcere e perquisizioni in tutta Italia
Giovedì 26 gennaio. La sveglia è suonata molto presto nella case dei No Tav. La notizia degli arresti, delle perquisizioni ordinate dalla Procura Torinese si diffonde con sms, mail, telefonate. Ci sono volute ore per mettere insieme i tasselli del puzzle repressivo. La Questura di Torino ha emesso venticinque ordinanze di custodia cautelare in carcere, quindici con obbligo di dimora, un compagno è agli arresti domiciliari.
Perquisito a lungo il Mezcal di Collegno, dove la polizia non è riuscita a fare il suo bottino ma ha distribuito qualche manganellata agli occupanti. Perquisizioni anche al Barocchio di Grugliasco e al Paso di Torino, dove hanno arrestato Gabriela. Un arresto anche alla casa occupata di via Muriaglio a Torino, dove hanno portato via Mambo.
Tra gli arrestati c’è anche Tobia Imperato, l’autore de “le scarpe dei suicidi”, tre esponenti del centro sociale Askatasuna, Guido Fissore del Comitato No Tav di Fillarfocchiardo. Mario di Bussoleno è l’altro valsusino a finire dietro le sbarre. Alle Vallette anche Alessio e Giuseppe.
Maja di Macerie è incinta di sette mesi ma sono decisi ad arrestarla comunque: dopo un lungo tira e molla con gli avvocati le vengono concessi i domiciliari. Anche Guido di Villarfocchiardo andrà ai domiciliari dopo l’interrogatorio del Gip.
A Milano hanno arrestato quattro compagni, un quinto è uccel di bosco. Ad Asti è stato arrestato Samuele, un compagno del movimento per la casa. A Robassomero hanno perquisito e arrestato Federico, a Rovereto Juan. Due arresti a Roma e uno a Genova. A Palermo non hanno cercato senza trovarlo Nicola.
I vari provvedimenti sono relativi allo sgombero - il 27 giugno - della Libera Repubblica della Maddalena e alla manifestazione del 3 luglio a Chiomonte.
I PM sono Giuseppe Ferrando e Manuela Pedrotta. Alcuni quotidiani, in prima fila La Stampa, sin dalle prime ore del mattino scrivono nell’edizione on line, che oltre alle accuse “specifiche”, ai No Tav sarebbe contestata l’associazione a delinquere. La notizia si rivela priva di fondamento ma apre un interrogativo inquietante. La Stampa già in passato ha annunciato con anticipo operazioni repressive che sono poi scattate puntualmente. L’associazione a delinquere nei confronti di numerosi anarchici che avevano attraversato l’esperienza dell’Assemblea Antirazzista venne annunciata da Massimo Numa sulle pagine della Stampa, un anno prima degli arresti. Questa, come altre avventure repressive della Procura torinese, ha avuto il respiro molto corto, perché si è smontata in poche settimane.
C’è chi ritiene che quella del 26 gennaio sia solo la prima di numerose altre operazioni repressive, chi invece ritiene che Caselli in quest’occasione abbia scelto una linea più prudente. I fatti imputati ai No Tav arrestati non avrebbero giustificato la carcerazione preventiva, se la Procura non avesse deciso di calcare la mano.
La Procura di Torino da lunghi mesi si è assunta l’incarico di regolare i conti con il movimento No Tav. Sin dal giugno scorso si sono moltiplicati avvisi di garanzia, arresti, denunce, fogli di via nei confronti degli attivisti No Tav. Tutti firmati da Giancarlo Caselli, l’eroe della sinistra giustizialista, che vuole farla finita con un movimento cui si sono ispirati i tanti che si battono contro lo devastazione del territorio, contro un’idea di sviluppo folle e distruttiva, contrastando discariche, centrali, fabbriche inquinanti e installazioni militari. Giancarlo Caselli, il procuratore antimafia, che si schiera con la mafia del Tav.
La strategia della lobby Si Tav è molto chiara: trasformare la protesta nei confronti di un’opera inutile, dannosa, follemente costosa in una questione di ordine pubblico.
La scelta di occupare militarmente il territorio, di invadere l’area archeologica, trasformandola in un bivacco per le truppe di occupazione, culminata a gennaio nella trasformazione della zona in area di interesse strategico, la dice lunga sulla volontà di imporre con la forza la nuova linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.
Le ragioni della forza contro la forza delle ragioni.In tanti anni i sostenitori dell’alta velocità hanno saputo articolare solo discorsi densi di vuota retorica. La retorica della piccola Italia schiacciata dietro le Alpi, isolata dall’Europa, condannata al declino. Una retorica falsa che nasconde dietro una foglia di fico un sistema di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi, sostenuto in maniera bipartisan dalla destra come dalla sinistra, pronte a spartirsi la torta.
I No Tav sono colpevoli. Sono colpevoli di aver mostrato la trama sottile che sostiene la tela delle grandi opere. Sono colpevoli di essersi schierati dalla parte dei tanti che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono colpevoli di volere ospedali, pensioni, trasporti pubblici, scuole per tutti in modo eguale. Sono colpevoli di aver pensato che un altro mondo è possibile. Sono colpevoli di aver cominciato a vivere frammenti di relazioni politiche e sociali che vivono già oggi l’utopia concreta della partecipazione diretta alle scelte, della solidarietà, del mutuo appoggio.
Sono colpevoli di sapere che la testimonianza non basta, che occorre mettersi in mezzo, anche a rischio della propria libertà, per offrire uno scampolo di libertà a tutti.
Sono colpevoli di pensare che l’ordine ingiusto e predatorio in cui siamo forzati a vivere possa e debba essere spezzato, sono colpevoli di sapere che il futuro non è già segnato, che la precarietà, lo sfruttamento, la fame dei poveri, le guerre debbano divenire retaggio di un passato da dimenticare.
Sono colpevoli di non essersi mai tirati indietro, di aver resistito per oltre vent’anni.Dopo la rivolta popolare del 2005, sindaci ed amministratori locali sedotti dalle sirene del denaro e del potere, hanno fatto il salto della quaglia, ma non sono riusciti a spezzare il movimento.
Lo scorso maggio, il governo, smessa la finzione della mediazione politica, ha deciso di passare nuovamente alle maniere forti. Manganelli, lacrimogeni, botte, denunce e carcere. Gran parte degli organi di informazione si sono messi al servizio per diffamare e falsificare, sperando in una divisione tra “buoni” e “cattivi”. Hanno fallito. Un movimento popolare, un movimento tanto radicato quanto radicale, sa che di fronte alla violenza di carabinieri, poliziotti, militari reduci dalla guerra in Afganistan, di fronte all’occupazione militare, di fronte alla violenza legale ma non legittima dello Stato, ribellarsi è giusto. Mettersi in mezzo è un impegno morale. I No Tav arrestati il 26 gennaio sono colpevoli. Colpevoli di aver tenuto fede all’impegno che tutti ci siamo presi. Colpevoli di resistere. Partigiani della libertà di tutti.
Maria Matteo