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Le macerie del Tav

Torino. Diecimila solidali con gli attivisti in carcere
Torino, giovedì 26 gennaio. Circa treTorino, giovedì 26 gennaio. Circa trecento persone si danno appuntamento in piazza Castello per un presidio di solidarietà con i No Tav perquisiti ed arrestati quella mattina. Il presidio si trasforma in corteo: l’ingresso di via Roma viene bloccato a lungo, poi i No Tav si dirigono in via Po e di lì in piazza Vittorio e poi alla Gran Madre, dove si sosta a lungo prima di tornare indietro.
Bussoleno, giovedì 26 gennaio. Migliaia di No Tav partecipano alla fiaccolata per i No Tav arrestati. I negozi restano aperti dopo l’orario di chiusura. La bottega di Mario, il barbiere rinchiuso alle Vallette, non chiuderà: i suoi colleghi No Tav, a turno, la terranno aperta. La solidarietà, tra i No Tav, è agire concreto, non mera testimonianza.
Torino, 27 gennaio. Ancora una volta al capolinea del tram tre, in questa zona della città dove le case popolari hanno la stessa faccia del carcere: grigiore, erbacce, la fatica di vivere che si scioglie nella discarica sociale fatta di sbarre e disperazione. Più in là, nel prato malato tra le recinzioni e una vecchia cascina inghiottita nel nulla urbano i compagni sparano fuochi d’artificio e slogan. Da dentro qualcuno risponde.
In posto come questo si tocca con mano il senso grande di una lotta come quella No Tav.
Sabato 28 gennaio. Una nevicata di quelle che non si vedevano da tempo a Torino. Una boccata d’aria dopo mesi di siccità e smog. Gennaio si è ripreso il suo mantello di freddo e ghiaccio.
I No Tav, nonostante la giornata da lupi, si sono raccolti in molte migliaia in piazza Carlo Felice. C’erano tutti: i comitati della Val Susa, di Torino, dei paesi intorno, e tanti solidali arrivati da tutta Italia per sostenere ancora una volta una lotta che è divenuta punto di riferimento per tanti che si oppongono alle grandi opere inutili, alle installazioni militari, alla devastazione del territorio ed allo spreco delle risorse.
Il primo gennaio l’area del non/cantiere della Maddalena è divenuta area strategico-militare. L’ultimo tassello di una strategia disciplinare che l’intera classe politica, compresi i tecnocrati oggi al governo, hanno deciso di mettere in campo per piegare la resistenza dei No Tav.
Il 28 gennaio era stata organizzata come giornata di informazione e lotta alla militarizzazione, al Tav, alla lobby che lo sostiene.
L’indignazione per gli arresti del 26 gennaio ha fatto sì che la manifestazione si allargasse, dilagando per le strade, invadendo il centro di Torino, assediando il palazzo della Regione.
In apertura c’erano le carriole cariche di una manciata delle macerie prodotte per allestire il fortino della Maddalena. C’erano pezzi degli alberi tagliati per il non cantiere, filo spinato, bossoli dei lacrimogeni che ci hanno soffocati e feriti. Il segno tangibile della violenza dello Stato.
Uno Stato che ha dichiarato guerra ai No Tav: occupare un territorio per imporre un opera non voluta, cintarlo come una fortezza, impiegando blindati e soldati reduci dalla guerra in Afganistan, è vera guerra.
Il 28 gennaio abbiamo voluto, in modo simbolico ma concreto restituire ai signori del Tav le loro macerie. Le macerie della libertà di tutti ferita dalla militarizzazione di un’intera valle.
La frivolezza tattica della Clown Army ha accompagnato le carriole di fronte al Palazzo della Regione, dove i soldati/vestiti da pagliacci hanno irriso i pagliacci in divisa che presidiavano l’ingresso.
In testa, dietro allo striscione “No Tav, una garanzia per il futuro”, c’era anche il grande striscione “il No Tav non si arresta”.
Dal camioncino per l’intero percorso si sono ricordate le ragioni dei No Tav. Le ragioni di chi si mette di mezzo, di chi non ci sta, di chi pensa a quante scuole, ospedali, ferrovie per i pendolari si potrebbero costruire con i 22 miliardi destinati ad un’opera che serve solo ad arricchire la lobby del cemento e del tondino e i suoi padrini politici, a destra come a sinistra.
In tutto il corteo più volte è echeggiato lo slogan “libertà, libertà!
Un corteo bello, multiforme, con tante anime. C’erano decine e decine di cartelli autoprodotti, in cui ciascuno aveva scritto una delle tante ragioni della lotta.
Non potevano mancare le foto degli arrestati, i cartelli di saluto per l’uno e per l’altro. Sul furgone di apertura c’era scritto “Liberi tutti!”.
Il prossimo appuntamento sarà il 25 febbraio. Una grande manifestazione da Bussoleno a Susa, la marcia di un popolo che non si arresta, un popolo che ormai è in tutta Italia.

ma. ma.
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