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N. 8 anno 90

Umanità Nova, n. 8 del 7 marzo 2010, anno 90


Tangentari, corrotti, puttanieri, mafiosi e fascisti in salsa bipartisan

Non varrebbe certo la pena di soffermarsi sull’ingloriosa caduta dell’ex-sindaco di Bologna Flavio Delbono, se non fosse che l’episodio farsesco ha mostrato qualche scorcio esemplare di come oggi si amministra, con moderno spirito «bipartisan», la «cosa pubblica».
Anzitutto, si tratta di distendere un confortevole tendaggio ideologico per il cittadino medio, ripetendo ogni due per tre parole come «degrado», «legalità», «pulizia». Solo qualche mese fa, attorniato da giornalisti e aiutanti, il neosindaco si faceva fotografare in tuta bianca e pennello mentre cancellava qualche graffito dai muri di Bologna: se Cofferati aveva inventato un immaginario «racket dei lavavetri» e promosso celebri misure anti-alcool, Delbono cercava di emularlo con severe misure anti-graffiti. «Ripulirò la città!».

Come donne sosteniamo che l’8 marzo deve essere tutto l’anno.
Eppure anche per questo 8 marzo del 2010 le ragioni delle donne devono essere ribadite perché non sono affatto scontate nella società.
In particolare voglio dedicare queste riflessioni a quelle donne che vivono, sulla propria pelle, tante situazioni di violenza, tutte insieme.
Sono le donne immigrate, le donne deportate o catturate per una vera e propria tratta, le donne vittime degli stupri di guerra. Le donne che servono al mercato della prostituzione vengono rapite o attratte con l’inganno e avviate alla prostituzione tramite ogni più brutale sevizia.
Sottratte alle famiglie, diventano delle “invisibili”, perdono ogni barlume di diritto, le loro carte (che sia un passaporto, un diritto d’asilo o un permesso di soggiorno) vengono sequestrate, sono ridotte allo stato di schiavitù.

Lo sciopero del lavoro migrante

Pubblichiamo alcune corrispondenze sulle manifestazioni locali che si sono svolte un po’ in tutt’Italia. Un compagno emigrato a Parigi ci ha mandato una corrispondenza anche da lì.
Sembra che quest’anno la matrice decisamente sociale della piattaforma italiana abbia riscosso una maggiore adesione dell’impostazione “citoyen” dei francesi.
Oltre alle brevi da Milano, Reggio Emilia, Bologna, Napoli, Livorno, Trieste, Pordenone, Udine e Carrara, abbiamo ricevuto mail, segnalazioni e telefonate da altre città ed il quadro che se ne ricava è che questa giornata abbia raggiunto il suo obiettivo: rendere visibili gli invisibili; aprire la strada a percorsi di autonomia e autodeterminazione per una parte consistente del mondo del lavoro della penisola.

Grandi manifestazioni anche a Roma e Napoli ma la “composizione di classe” ha fatto sì che le manifestazioni più partecipate fossero quelle dell’area padana: da Brescia a Mantova, da Vicenza a Parma.

Alla crisi economica i lavoratori rispondono con la lotta

In Grecia lo scorso 24 febbraio si è svolto il secondo sciopero generale nell’arco di un mese. Quello precedente, del 10 febbraio, aveva bloccato il paese, a dimostrazione della consapevolezza della posta in gioco da parte degli scioperanti: è chiaro a molti di loro infatti che il rischio di default finanziario potrebbe avere come conseguenza un attacco di classe senza precedenti nei confronti dei diritti e dei salari dei lavoratori (vedi UN n. 6, 21 febbraio 2010). Lo sciopero del 24 non ha deluso le aspettative e ancora una volta sono rimasti fermi aerei, treni, navi, scuole, uffici, banche, ospedali, tribunali.

Era facile prevedere che i guai peggiori per molti paesi occidentali dovevano ancora arrivare. I governi sulle due sponde dell’Atlantico hanno dovuto stanziare 3271 miliardi di euro solo per puntellare i loro vacillanti sistemi finanziari. Al conto vanno aggiunti i pacchetti di stimolo anticongiunturali, la politica monetaria con tassi di interesse minimi e gli interventi non convenzionali di quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli tossici da parte delle banche centrali. Questa valanga di misure statali ha trasformato il debito privato in debito pubblico, mettendo alla corda i bilanci dei governi.

Torino. Arrestati sei antirazzisti per associazione a delinquere

Torino 23 febbraio. È un martedì. Il giorno preferito dalla Questura torinese per sgomberi, trivellazioni, arresti. All’alba 27 case e la sede di radio Blackout vengono perquisite, sei antirazzisti sono arrestati – tre in carcere, tre ai domiciliari – ad uno è imposto il divieto di dimora in provincia di Torino, altri 16 vengono denunciati a piede libero.
L’accusa è gravissima: associazione a delinquere finalizzata a compiere reati come la violenza privata, l’imbrattamento, il disturbo della quiete. C’è persino lo stalking!
Manifestazioni, presidi, occupazioni simboliche, striscioni, scritte, azioni di protesta diventano tasselli di un disegno criminoso elaborato “all’interno del movimento anarchico” e, in particolare, “dell’assemblea antirazzista”, individuata come il terreno dove si è venuto delineando il disegno criminoso.


Il primo marzo ha avuto un inizio piuttosto lento ed elaborato.
La novità della chiamata alla mobilitazione era piuttosto inusuale, tra il desiderio reale e il virtuale. Come tutte le iniziative che vengono “lanciate nella rete” e dove il contatto umano viene a mancare, anche iniziative sicuramente importanti (questa viene lanciata in Francia e ha preso un carattere europeo) in genere non bucano. Lo sviluppo delle iniziative è andato via via sviluppandosi in modo diverso a seconda delle situazioni e dei posti di lavoro. Una cosa appariva evidente: solo l’idea che gli immigrati decidessero uno sciopero “di categoria” ha mandato in confusione non poche organizzazioni sindacali e padronali. Le reazioni scomposte e razziste della destra al potere danno anche il segno delle paure che ha chi governa questo paese: se dalla consapevolezza di essere sfruttati come schiavi si passa a quella di poter diventare una forza sociale e “politica” capace di unire i lavoratori di tutto il mondo e di considerare la propria casa tutto il mondo, allora a costoro comincerebbe a rizzarsi il pelo per la paura. Da Rosarno a Castel Volturno fino ad arrivare a Via Padova a Milano, passando per le numerose rivolte nei Cie di mezza Europa durante il 2009.


La parola d’ordine ricorrente negli oltre 40 interventi di donne e uomini di tanti paesi che si sono succeduti dalla scalinata del palazzo di Re Enzo era: questo primo sciopero del lavoro migrante non è che l’inizio. L’inizio di un nuovo percorso che vuole affermare dignità, soggettività e autonomia.
Nella manifestazione pomeridiana sono scesi per le strade di Bologna più di 5000 persone, in grande parte immigrati; accanto a loro molti lavoratori e lavoratrici “con le carte in regola”; tanti i giovani sia “colorati” che indigeni.
Si può valutare con soddisfazione la riuscita della manifestazione ed in parte anche il bilancio dello sciopero che c’è stato ed in alcune realtà ha avuto un’adesione significativa. Nel corteo c’erano gli striscioni delle RSU della Ducati Motori, delle officine Bonfiglioli Riduttori (2 stabilimenti), della Titan; c’erano tante lavoratrici delle pulizie, c’erano tante “badanti”, minore la partecipazione dei lavoratori dell’edilizia.

Grande successo per lo sciopero di lunedì primo marzo durante la mobilitazione “un giorno senza di noi” a Reggio Emilia. Il primo dato da rilevare con grande soddisfazione è stato lo sciopero dei lavoratori di una ventina di fabbriche soprattutto metalmeccaniche. Inoltre ci sono state fermate con assemblee promosse dalle RSU in tanti altri posti di lavoro. A questo si aggiungono tre momenti significativi in città: il primo è stato il presidio davanti alla Prefettura per la regolarizzazione dei migranti che ha visto la partecipazione di tutte le realtà antirazziste con interventi di lavoratori migranti e non. Il secondo è stato un vivace corteo composto da oltre 500 persone che ha percorso tutto corso Garibaldi, transitando per via Farini e arrivando in piazza Casotti dove è stato allestito il presidio di tutta la giornata di lotta.
Dalle 12 alle 18 ci sono stati interventi a microfono aperto, concerti e spettacoli teatrali. Sono intervenuti lavoratori stranieri, rappresentanti sinti, portavoce del comitato Nopacchettosicurezza e di tante altre associazioni. Si sono esibiti con performance teatrali Federico “di Giusto” Venturi, Cecio degli Spavaldi e i poeti Giuseppe Caliceti e Stefano Raspini.

Una manifestazione all’insegna di “tutti uniti contro il padrone”
Alle 9,30 è iniziato il concentramento in piazza della Scala, davanti al palazzo Comunale. Molte le bandiere gialle, il colore scelto a simbolo della giornata per i diritti dei migranti. Molti i cartelli e gli striscione delle varie associazioni: “una giornata senza immigrati”, “la clandestinità non è un reato”, “ rete delle scuole dei migranti senza permesso”. C’era qualche bandiera dei gruppi delle sinistre extra Rifondazione. Qualche bandiera della SDL, della Slai Cobas, della RdB. I compagni dell’USI partecipavano senza bandiere.

Circa 500 persone, ovviamente la maggioranza stranieri, hanno dato vita a un corteo che ha bloccato il centro di Avenza, frazione verso mare. 1° marzo, la giornata senza di loro li ha visti protagonisti. Un aggregato numeroso e combattivo, che ha scandito con slogan tutto il percorso. Un secco e deciso no al pacchetto sicurezza, alla repressione e alla violenza quotidiana perpetrata nei confronti delle fasce più deboli. Una città sempre più lontana dalle sue radici culturali, da sempre ospitale e pronta ad accogliere stranieri da ovunque, oggi si sta preparando a sgomberare il campo rom, a detta del sindaco unico vero problema sicuritario della zona, conformandosi alla logica governativa, in una trasversalità repressiva e fascistizzante. Quello di oggi è stato un no a tutto questo, espresso dagli accorati comizi dei migranti presenti. Al termine un concerto del gruppo ”Antica Rumeria Lagrima de Oro” ha chiuso la giornata di lotta.

RedC

La giornata di mobilitazione dei migranti, tenutasi il primo di marzo, ha visto un appuntamento anche a Livorno. Il Comitato Livornese per il 1° Marzo ha indetto un presidio, coinvolgendo i migranti e le loro associazioni, sui temi della libertà di circolazione dei migranti e dell’opposizione a qualsiasi tipo di CIE. Vista la partecipazione, il presidio si è trasformato in una manifestazione spontanea che ha percorso la via principale della città, con frequenti sit-in, in cui i migranti hanno espresso le loro ragioni e lavoratori, studenti, semplici cittadini hanno portato la loro solidarietà. La manifestazione si è conclusa ribadendo l’impegno comune a continuare la lotta contro i CIE e tutte le forme di discriminazione, per difendere i diritti di tutti e di tutte. Alla manifestazione hanno partecipato il Collettivo Anarchico Libertario e la Federazione Anarchica Livornese con le bandiere.

Uno che c’era

L’iniziativa più grande e significativa si è svolta a Trieste, dove il comitato locale, composto da diverse realtà, ha svolto un intenso lavoro di preparazione, con migliaia di manifesti, adesivi, volantinaggi nei bar e nelle fabbriche. Unica provincia regionale (e una delle poche in Italia) dove è stato proclamato sciopero generale da parte di USI-AIT e COBAS, nonostante i vari tentativi di boicottaggio degli ambienti della triplice.
La giornata è iniziata sotto i migliori auspici grazie a uno splendido sole che ha accolto quasi trecento persone (fra cui molti immigrati) in piazza Cavana per un presidio, a cui poi è seguito un reading itinerante di poesie di donne immigrate, che si è trasformato in un corteo spontaneo.
Alle 15 altre trecento persone (anche qui forte la presenza immigrata) sono partite per un altro corteo spontaneo (con forte nervosismo della digos) per ripulire il centro città dalle scritte razziste violando anche la zona del Viale, storica zona fascista, dove da vari decenni nessuna iniziativa di movimento riusciva a mettere piede.

Siamo tutti clandestini!
«Preferiscono non riconoscerci come lavoratrici ma come schiave, serve all’economia nazionale», è la sintesi del messaggio che viene dalla imponente manifestazione antirazzista che si è svolta a Napoli nell’ambito della giornata di mobilitazione «Ventiquattro ore senza di noi» promossa a difesa dei diritti degli extracomunitari. Presenti tutte le comunità che vivono il territorio, dal Burkina Faso al Ghana, dalla Nigeria al Marocco, dal Bangladesh al Senegal.
«Siamo noi che raccogliamo le arance che finiscono sulle vostre tavole. Siamo noi che raccogliamo i pomodori che servono per fare la pizza Margherita».
Semplice, ma non semplicistica l’affermazione gridata dal giovane africano in piazza del Plebiscito, a conferma di una giornata esaltante di mobilitazione per Napoli e per tutto il sud.
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