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Nè patrie Nè padroni


Inserto di 8 pagine in occasione del 25 aprile e 1° maggio 2010, in Umanità Nova, n. 14 del 25 aprile 2010, anno 90

Anche oggi, 25 aprile 2010, esattamente come quel bel giorno di primavera di sessantacinque anni fa, siamo nelle strade, nelle piazze e nelle vie di quel che fu il Belpaese.
Ci siamo con le nostre bandiere rosso-nere simbolo di intransigente lotta contro ogni autorità, contro ogni vecchio e nuovo fascismo e a baluardo di difesa e promozione di una esagerata idea di libertà!
La “santa alleanza” tra stato, chiesa e padroni quotidianamente attacca le reali condizioni di vita delle popolazioni che, faticosamente ma tenacemente, vivono dalle grandi metropoli ai piccoli borghi.
Espellono i proletari dalle case e dai quartieri per farne terreno di speculazione edilizia a vantaggio di imprese private spalleggiate dai loro padrini, sempre più in odor di mafia, ben seduti sulle poltrone istituzionali.
Privatizzano un bene universale come l’acqua mentre inquinano e rendono sempre più insalubre l’aria che respiriamo e usano finte soluzioni ai problemi che essi stessi creano solo per fare ulteriori profitti.
Primo Maggio: giornata di lotta internazionalista

La storia del primo maggio, della giornata di lotta internazionale dei lavoratori, è per lo più sconosciuta alla maggior parte della gente. Deformazioni e strumentalizzazioni varie hanno trasformato il primo maggio, una giornata di lotta, in una festa istituzionalizzata e santificata, considerata come l’occasione per andare a vedere un concerto rock o per organizzarsi un fine settimana turistico.

Cosa ha originato realmente questa giornata di lotta e il suo significato classista si è diluito progressivamente nel tempo, fino a far perdere la cognizione della sua importanza.
La storia ci dice che all’origine del primo maggio vi fu il grande movimento di lotta che negli anni ‘80 del XIX secolo mobilitò milioni di lavoratori in America ed in Europa per la conquista delle otto ore lavorative, e non solo. Nell’ottobre del 1884 il quarto congresso delle Unioni Federate degli Stati Uniti decise di promuovere una grande campagna di mobilitazione per le otto ore lavorative.
Contro l’oppressione e l’autoritarismo maschile

1. Dal Fascismo al dopoguerra
Durante il Fascismo la politica femminile – come quella verso la gioventù, del «tempo libero», dell’autarchia «strapaesana» – fu uno degli strumenti di persuasione di massa con cui il regime cercò di tenere sotto controllo le proprie contraddizioni interne. Per il Fascismo era, infatti, necessario addossare il peso della violenta politica di stabilizzazione sulle componenti più deboli della struttura sociale: come regime reazionario di massa esso nasceva, infatti, per reprimere i fermenti di trasformazione e per bloccare ogni processo di ricomposizione sociale dal basso.
Nella civiltà dell’immagine il grande politico deve apparire sempre giovane e i divi della politica autoritaria lo sanno bene: per ringiovanire c’è chi si trapianta i capelli, chi si stira le rughe, chi si tira qualche bianco composto chimico a riattivare i neuroni avvizziti, chi strilla in tivù.
Al riguardo vale forse un’osservazione di uno dei più indisciplinati, sovversivi poeti del primo Novecento, che il Fascismo l’aveva visto da vicino:

Ogni epoca ha la sua malattia, alla quale risponde un’altra (ma probabilmente è la stessa) nel campo morale. L’Ottocento ebbe la tubercolosi e gli sdilinquimenti sentimentali; il Novecento ha il cancro e il fascismo. Tutto il processo del fascismo – manifestarsi della sua vera natura quando è già tardi per un efficace intervento chirurgico; sua impossibilità di morire se non assieme alla vittima alla quale si è abbarbicato; tendenza a riprodursi in luoghi lontani dalla sua prima sede; disperate sofferenze che genera in quelli che ne sono colpiti; guasti profondi che si rivelano all’esame necroscopico dei corpi (o paesi) sui quali abbia totalitariamente imperato – tutto, dico, il suo processo ha sorprendenti somiglianze con quello del cancro.
Immigrazione - nuovo proletariato

Un’immagine emblematica della condizione del lavoratore immigrato in Italia può essere considerata quella dei braccianti africani in fuga da Rosarno i quali, rinchiusi nel Cie di Crotone e minacciati di espulsioni in massa dal ministro leghista Maroni, vengono invece lasciati uscire senza alcun controllo nei giorni successivi e, regolari o no, portando con sé i pochi beni personali che sono riusciti a salvare, si incamminano a gruppetti verso la stazione ferroviaria, rassegnati a disperdersi altrove alla ricerca di un nuovo lavoro, qualunque sia ed a qualsiasi condizione. Un fatto apparentemente in palese contraddizione con la linea dura che ha sempre caratterizzato le politiche governative. In realtà, proprio questa “libera” uscita dal Cie di Crotone sotto gli occhi indifferenti della polizia, rivela quanto il lavoro degli immigrati sia importante per l’economia del nostro paese. Tanto importante che, per una volta, lo stato può, o meglio deve, chiudere ipocritamente gli occhi mentre in apparenza rinnega le proprie politiche razziste. E lo fa fingendo un atteggiamento di tolleranza verso chi, fino a ieri, ha lasciato impunemente sfruttare senza che un solo dito si alzasse a fermare lo scempio.
Lo stato del conflitto sociale

In una giornata di lotta come quella del primo maggio, avere ben chiaro qual’è lo stato del conflitto sociale, accompagna e completa le istanze che si esprimono nelle varie manifestazioni.
La cultura “ufficiale”, quella trasmessa dai grandi media (anche se alternativi), propone una società normalizzata. Ciò non significa, nemmeno nelle intenzioni dei mentori del sistema, una società pacificata; i conflitti, per quanto carsici, non possono essere misconosciuti. A “lor signori” basta però che questa società sia sottomessa, sottoposta alle leggi dell’esistente e che non possa balenare l’idea che vi sia una inedita esperienza di costruzione di relazioni di convivenza civile.
Il significato stesso del primo maggio che l’establishment vorrebbe come una giornata di festa, sterilizzata dei suoi contenuti sovversivi, al più che renda onore al carattere progressivo che la lotta di classe ha prodotto nei sistemi arcaici realizzando un oggi immodificabile, rende pregne di significato le molte manifestazioni che si sviluppano in questa giornata.
1945-2010

Come ogni 25 Aprile le commemorazioni ufficiali soffocano nella retorica istituzionale il significato autentico della lotta di liberazione.
Nel canto popolare, sociale e anarchico

Tra i tanti appellativi con i quali i fascisti e i nazisti definirono i partigiani (terroristi, banditi, traditori…) ve ne fu uno che i diretti interessati, non casualmente, accettarono e rivendicarono: RIBELLI.
Una riprova alquanto suggestiva è possibile trovarla, oltre che nei documenti e nei giornali della resistenza, nei testi di numerosi canti partigiani, sia famosi che meno noti; basterebbe citare il verso di “Fischia il vento”: “Ogni contrada è patria del ribelle.”
Se i fascisti ci chiamano ribelli/se i tedeschi ci chiamano banditi è invece quanto dichiaravano i partigiani della Valsesia.
Non mancano altre testimonianze sulla decisione presa da migliaia di giovani di non accettare più la sottomissione al nazifascismo, a rischio anche della propria vita e nonostante l’angoscia dei parenti. Per questo, molti canti si rivolgevano idealmente alle madri per far accettare le ragioni di chi decideva di darsi alla macchia: Il figlio ribelle/guarda le stelle/impavido canta ancor (“è così che vive il partigian”); Lo chiamano ribelle,/ma è un eroe (“Val Seriana”).
L’11 aprile scorso a Milano, all’età di 86 anni, ci ha lasciato il compagno Dante di Gaetano. Nato a Milano l’8 gennaio 1924, da genitori palermitani, fabbro (come suo padre Salvatore, anch’egli anarchico), fin da giovanissimo si avvicina al pensiero libertario rimanendo attivo politicamente nella FAI fino ai tardi anni sessanta.
Nel periodo della Resistenza fa parte delle formazioni partigiane libertarie, le “Brigate Bruzzi-Malatesta” che operano a Milano, esperienza testimoniata in un video prodotto nel 1995 sul tema “Gli anarchici nella Resistenza”1.
Nel dopoguerra, a metà anni cinquanta, all’interno della Federazione Anarchica e per iniziativa di alcuni giovani, per lo più approdati all’anarchismo negli anni dopo la Liberazione, è sentita la necessità di far affluire al movimento nuove forze per irrobustire l’organizzazione e garantirne la continuità.
Essa, ai loro occhi, si deve sostenere attraverso rinnovate metodologie d’intervento nei problemi sociali, più adeguate alla nuova fase che la società italiana sta vivendo (dopo un ventennio di dittatura fascista, dopo la guerra e la ricostruzione, allora, ancora in atto), e diverse devono essere le metodologie rispetto ai precedenti periodi.
100 anni di CNT

La storia della CNT non è certo la storia di tutto il movimento libertario, però per un certo verso la riassume alla perfezione. Cento anni di storia appassionata e turbolenta, nei suoi diversi aspetti, vittorie, sconfitte, contraddizioni. Storia di un sindacato e di qualcosa di più, di un progetto di società diversa, di scuole razionaliste, atenei, cooperative, collettivizzazioni, libri, volantini, riviste e giornali, tanti giornali; e ancora, scioperi, reti di appoggio nei quartieri e nelle campagne, resistenza dentro e contro le tante, le troppe galere. Cento anni di armi nascoste sotto al materasso, di letture proibite a lume di candela e di parole incendiarie.

Questo centenario arriva in un momento in cui viviamo gli effetti di una seconda Transición, quella della memoria storica, non meno ingannevole della prima. A livello legislativo essa si è risolta in un testo che, tanto per fare un esempio rilevante, rispetta i consigli di guerra franchisti; politicamente la memoria storica è stata confezionata a uso e consumo di questa democrazia parlamentare e il passato anarchico e anarcosindacalista viene screditato senza sosta. Tuttavia, in termini sociali, il dibattito sulla memoria rimane vivo, così come le ferite che non si rimarginano.
Si è tenuto ad Ancona i giorni 10 e 11 aprile il XIX Congresso straordinario dell’USI-AIT. Nonostante che l’OdG fosse centrato quasi esclusivamente sul rinnovo delle cariche e degli incarichi federali (questa la necessità contingente che ha determinato l’indizione del congresso), si è sviluppato un buon dibattito anche sulle necessità imposte dall’attuale fase socio-economica di crisi imperversante e sulle risposte che l’Unione dovrebbe essere in grado di dare.
Non è questa la sede che ci consenta di dettagliare l’andamento della discussione, né le mozioni finali che debbono ancora essere divulgate, tuttavia chi scrive (che tra l’altro ha avuto l’onore di essere designato e votato dalla grande maggioranza dei congressisti ad un incarico impegnativo) non può non cogliere questa occasione per ribadire alcune forti convinzioni sulla natura e sul ruolo dell’Unione Sindacale.
L’USI è un piccolo sindacato, piccolo anche rispetto ad altre organizzazioni sindacali di base, ma con principi saldi e con una coerenza delle pratiche sempre perseguita rispetto a questi.
Non ci sono dirigenti stipendiati, né funzionari, né distaccati a vita, e neppure addetti pagati alle sedi, solo lavoro volontario dei militanti.
Leggendo La controrivoluzione preventiva di L. Fabbri

“Pur minoranza”
Fabbri scriveva a proposito di quella “pur minoranza” di operai che erano entrati in quelle leghe “autonome” che erano filiazione del fascismo, nei primissimi anni venti:
“Purtroppo è penoso constatare che in alcuni lavoratori la coscienza di classe ed il senso di dignità siano così scarsi da non comprendere l’umiliante perché della preferenza dei padroni per gli inscritti ai sindacati fascisti o raccomandati da loro... Ma la colpa non è la loro.
La colpa è della cattiva educazione data alla massa operaia, specialmente in certe plaghe in cui socialista equivale a leghista [si parla qui di leghe operaie e contadine] e tutto il socialismo consiste nell’essere organizzato per essere pagato di più, per lavorare in migliori condizioni e anche per votare il deputato che difenda i diritti della lega o per l’amministrazione comunale che dia più lavoro alla cooperativa di mestiere.”

Marinus van der Lubbe

L’IISSG di Amsterdam è caro a tutti gli storici che hanno a cuore le vicende europee degli anarchici. Il nazismo, e poi Stalin, avevano la precisa volontà di distruggere un ingente e unico insieme di documentazioni che interessa il movimento anarchico e che solo grazie alla tenacia di un ultra centenario, nato nel 1899 e morto nel 2001, possono continuare a offrire elementi di chiarezza sulla nostra storia, contro le manipolazioni le falsificazioni ed ogni revisionismo vecchio e nuovo. La storia può insegnare, non è detto che ci riesca, ma la conoscenza è l’unico elemento che permetta di poter scegliere “sapendo”. E fra le stragi, gli assassini, le perversioni sociali del potere, figura anche l’olocausto della documentazione.

Riccardo Bonavita

Studente della “Pantera”, intellettuale comunista, partecipe delle mobilitazioni antirazziste prima e dopo Genova, Riccardo Bonavita (1968-2005) è stato anzitutto uno studioso di letteratura italiana, ma ha inteso coniugare la sua formazione con un’indagine acuta e originale della storia del razzismo politico italiano, partendo dalla tesi che la cultura razzista in Italia non sia una breve parentesi circoscritta alle leggi razziali fasciste del 1938, ma un accumulo di lunga durata che si struttura già nel primo Ottocento controrivoluzionario proprio attraverso la letteratura e la manipolazione dell’immaginario collettivo.
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