Avere tra le mani il numero 1 dell’Anno I (26-27 febbraio 1920) di Umanità Nova fa uno strano effetto: quasi una vertigine nell’avvertire lo spazio temporale che ci separa da quel primo, storico, numero del quotidiano anarchico e la constatazione di come dopo novanta anni di conflitti, speranze, tragedie, rivoluzioni ci troviamo ad affrontare un’irrisolta questione sociale, mentre il mondo precipita in ulteriori abissi senza senso e senza libertà. Una libertà non astratta o separata dal principio di uguaglianza come quella dei liberali, ma una libertà sostanziale dal bisogno, dall’oppressione e da tutte le forme di sfruttamento. In coerenza, appunto, con l’impegno per l’emancipazione dei salariati, Umanità Nova scelse pure di uscire nelle prime ore della sera “per evitare di far lavorare gli operai della tipografia, di notte” come annunciato da Errico Malatesta, ossia il principale animatore di quell’avventura editoriale, resa possibile da una grande sottoscrizione nazionale e internazionale. Anche l’illustrazione grafica, in prima pagina, rappresentava simbolicamente il sole nascente di un’umanità nova illuminante uno schiavo nell’atto epico di alzarsi e cercare di infrangere le catene, sopra una distesa di resti umani, risultato di guerre, miseria e sfruttamento.