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Materiali per il dibattito

Frammenti di realtà oltre la farsa

Dopo il 15 Ottobre

Nell’immaginario di tanti il 15 ottobre era prefigurato come una sorta di “giorno della collera”, simile alle giornate che in Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto, Siria hanno segnato – spesso nel sangue e nella repressione – le rivolte che hanno squassato quei paesi.
La solitudine dei licenziati, dei precari condannati e restare tali, degli studenti senza domani, dei pensionati alla fame, degli immigrati strangolati dalle leggi razziste, è un fatto. Nonostante l’impegno di reti e movimenti le lotte capaci di far male a chi lucra sulle nostre vite e decide per noi, sono felici eccezioni in un panorama sociale segnato da un divario crescente tra chi ha troppo e chi troppo poco.
Eppure il disagio c’è e aumenta ogni giorno. Chi non arriva e fine mese e chi resta senza casa, chi non trova lavoro e chi finisce nel pantano della precarietà, del lavoro nero, pericoloso, mal pagato.
Il 15 ottobre – la giornata mondiale degli indignati – è stato investito di aspettative forti. In tanti hanno sperato che la piazza romana potesse far scaturire la scintilla capace di innescare un più vasto incendio sociale.
Eppure il copione non prometteva nulla di buono.

L’equivoco della violenza

Fra monopolio e resistenza

Chiunque oggi si definisca nonviolento o è anarchico o è un bugiardo.
C’è solo un entità in grado di possedere ed esercitare il “massimo” della violenza possibile: lo stato. I governi che amministrano la società subordinata a leggi e poteri grandi e piccoli hanno dunque il monopolio assoluto della violenza, hanno polizie di ogni genere, servizi segreti ed eserciti, hanno equipaggiamenti ed armamenti dei più innovativi sotto il profilo tecnologico. Nessun altro, neppure il più clandestino e terrorista dei gruppi politici e religiosi può possedere tanta violenza per quantità e qualità.
Essere dunque nonviolenti oltre a sottintendere un approccio etico personale che rifiuta per se l’uso della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti non può sottrarsi al rifiuto generale di chi della violenza concentra tutto l’inimmaginabile in fatto di possibilità di distruzione e repressione, non può in ultima analisi che essere antigovernativo.

Indignati in provetta

15 ottobre/4

lo stesso sogno. A forza di farlo finisce che si sveglia e ci crede anche di giorno.
Tutto comincia il 14 dicembre. Una giornata più vivace delle altre per le strade di Roma, un po’ di scontri e poi tutti a casa. Una gita cominciata male e finita peggio: quel giorno Gianfranco Fini ha scoperto a sue spese che i soldi del Cavaliere comprano tutto. O quasi. Certamente si sono comperati una bella fetta dei suoi uomini e donne in parlamento. Gianfranco voleva la sedia di Silvio, e per poco non è scivolato giù dalla sua. Cose che capitano al gioco delle poltrone.
Gianfranco da buon uomo di potere si rende presto conto di aver sbagliato la mira e si arrangia per non affondare del tutto.
L’unico elemento anomalo erano i tanti studenti, lavoratori e attivisti politici non istituzionali che hanno aderito a intenti vacui come “la piazza che fa cadere Berlusconi” ed altre simili amenità. A far da suggello al tutto dichiarazioni e comunicati che, alimentandosi delle immagini plastiche della piazza romana, descrivevano la giornata come una rivolta popolare.

Senza tentennamenti

15 ottobre/5

Il 15 ottobre 2011 sarà, come è noto, una giornata di protesta, decisa fuori dai confini italiani e in particolare dagli indignados spagnoli. Sarà una giornata internazionale e questo è davvero importante, in una fase in cui la globalizzazione del capitale è l’orizzonte dominante, mentre d’altra parte l’internazionalismo dei governati è spesso trascurato come retaggio del passato.
Meno male che gli indignati spagnoli, sulla scia delle diverse mobilitazioni in Europa e nel Mediterraneo dei mesi precedenti, hanno indetto questa giornata. Perché i movimenti italiani difficilmente avrebbero trovato una scadenza unitaria di lotta, presi come sono dal particolarismo e, spesso, dalle lotte intestine. Bisogna quindi ringraziare i compagni d’oltre frontiera e insieme evitare di nascondersi la difficoltà che ci sono nel dare vita in Italia ad un’opposizione sociale non spezzettata geograficamente e temporalmente, né preda della solita sindrome parlamentarista.
Se ci guardiamo intorno manca come il pane la capacità di elaborare analisi e di proporre alternative percorribili, al di là e contro un sistema che nei prossimi anni acuirà la propria marcescenza.

Analisi e prospettive

15 ottobre/6

L’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori, dopo il periodo dello Stato Sociale seguito alla lotta antifascista, va avanti almeno dalla metà degli anni settanta, sempre e ripetutamente con la stessa scusa: c’è la crisi economica, quella fiscale dello Stato, anzi ci sono entrambe, per cui occorre “tutti” fare sacrifici – incominciateli a fare voi. Dagli anni settanta ad oggi è stato uno stillicidio continuo di tagli alla spesa sociale, al reddito diretto delle classi lavoratrici, ai diritti civili e sindacali. Il “nuovo che avanza” è stato nient’altro che il vecchio che ritorna: il XXI secolo assomiglia sempre di più al XIX.

Rilanciare le lotte

15 ottobre/1

Ribellarsi è giusto, rivoluzionare è necessario
Nata come una giornata di mobilitazione internazionale per sostenere – e propagandare – il movimento “indignato”, la giornata del 15 ottobre 2011 si sta trasformando, almeno in Italia, nella “breccia di Porta Pia”, caricandosi di significati e aspettative ad ogni ora che passa.
Gli “indignati” hanno saputo coniugare (al di là delle contraddizioni evidenti del loro discorso) le primavere arabe e la lotta contro la crisi in Europa. Lotta contro la crisi che dovremmo cominciare a declinare come volontà di non accettare oltre questo sistema di sfruttamento e di oppressione. Se crisi c’è questa è la crisi dello Stato e del Capitalismo. E’ evidente quindi che non lottiamo (non solo noi anarchici, che sembrerebbe che lo facciamo per partito preso) per mantenere lo Stato e il Capitalismo ma bensì per abbatterli e  dare il via ad una prospettiva reale, qui ed ora, di vita senza sfruttamento e oppressione.

Dobbiamo esserci

15 ottobre/2

Man mano che passano i giorni gli appelli e le adesioni alla giornata di lotta del 15 ottobre si moltiplicano.
Sono in molti a spingere affinché vi sia una partecipazione di massa quel giorno nelle strade di Roma. L’appello lanciato dagli “indignados” spagnoli per una giornata europea di mobilitazione contro le politiche di austerity e per una “democrazia reale ora!” ha acceso le fantasie di molti. Come è ovvio la situazione qui da noi è ben diversa dalla spagna e gli “indignados” come movimento non esistono. Nonostante ciò è molto probabile che in quella data centinaia di migliaia di persone incazzate si riversino per le strade della capitale (senza contare le possibili iniziative locali).

Indignati? No incazzati

15 ottobre/3

Indignati? No, noi siamo incazzati.
In questi anni molti hanno conosciuto, subendolo, il vero volto del capitalismo: la capillare eliminazione di ogni diritto, la repressione del dissenso, lo sfruttamento incontrollato di ogni risorsa, l’equiparazione dell’essere umano a un macchinario al servizio del profitto, usato gestito scartato a insindacabile giudizio dell’imprenditore (o meglio del padrone).
Lo stato ha creato un debito di 1900miliardi per cosa? Istruzione? Sanità? Lavoro? Anche i più distratti ormai se ne sono resi conto. I soldi sono stati spesi per mantenere agiatamente i lussi, gli sfizi e il potere della classe economica dominante e dei suoi tirapiedi politici (oltre che per mantenere la loro struttura militare,che nonostante la sbandierata crisi continua a costarci 27.7 miliardi di euro l’anno). Una cricca che ora vuole far pagare i suoi conti a chi già non riesce a far quadrare i propri.

Dove va il Sindacalismo di base?

Dibattito – sindacale

A più di vent’anni dai primi tentativi sensati di dare una forma organizzativa solida al sindacalismo alternativo sarebbe il momento di tentare di formulare un’interpretazione di tale fenomeno sociale italico.
Tranne qualche rara eccezione latina, non sembra che in Europa vi siano stati, negli ultimi vent’anni, organismi consimili a quelli che noi chiamiamo, dalle nostre parti, sindacati di base o alternativi. Ci sarà pure una ragione per questa presenza (da noi) e quell’assenza (altrove), ma non è ora il caso di scervellarsi per portarla alla luce. Ci basti restare ai fatti: qui abbiamo una collezione abbastanza numerosa di organizzazioni che si danno appunto la qualifica di sindacato di base.

Intervista a un operaio metalmeccanico

a cura di Luca Lattuada
 
Ci puoi raccontare la tua esperienza nel mondo del lavoro, partendo da ciò che più ti ha segnato dal punto di vista della coscienza di classe?
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