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Rosso nero e fucsia

Reduci dalle manifestazioni dell’8 marzo molto partecipate, vivaci, coinvolgenti, è forse opportuno provare a riflettere su alcune questioni di non poco rilevanza che queste mobilitazioni pongono ai militanti politico-sindacali che, come recita uno degli slogan più efficaci che hanno preceduto ed accompagnato l’8 marzo, lottano sempre.

Nella consapevolezza che i caratteri reali di un movimento non corrispondono ai convincimenti ed alle parole d’ordine dei gruppi, formali o informali, che lo promuovono e, in qualche misura, lo dirigono, vale la pena di indicare quali sono i caratteri specifici di quello che possiamo chiamare neofemminismo, di quel femminismo che cioè è sceso in campo negli anni ’10 del nuovo secolo e in che misura lo differenzino dal femminismo storico che, per triste privilegio dell’età, militanti come me hanno conosciuto degli anni ’70 del secolo scorso.

In maniera necessariamente schematica e probabilmente unilaterale, mi paiono essere due:

  • l’esplicita assunzione come centrale della questione sociale, del salario e dei diritti;

  • una presa di posizione non separatista ed anzi la richiesta agli uomini di partecipare attivamente al movimento stesso.

Se si pensa al femminismo storico e se si valuta la deriva attuale da un punto di vista astratto e formale, sembrerebbe di essere di fronte a un vero e proprio rovesciamento di prospettiva.

Se allora uno dei bersagli del femminismo era la pretesa, tipica delle culture dominanti nel movimento operaio, di ridurre la questione di genere ad una variante subalterna alla questione di classe e molte assumevano una posizione separatista anche come mezzo per conquistare una propria autonoma capacità di iniziativa, oggi il neofemminismo si muove come un movimento adulto, consapevole che è perfettamente in grado di assumere l’iniziativa e privo, anche per la crisi profonda che attraversa il vecchio movimento operaio, di ogni timore di essere subalterno.

Siamo, insomma, di fronte non a un passo indietro ma, in senso proprio, a un passo in avanti: casomai si tratta di valutare in quale misura il movimento di classe è in grado di fare i conti con il neofemminismo.

Proviamo a passare ora della teoria alla prassi nella consapevolezza che non vi è prassi priva di orientamenti come non vi è teoria che possa sottrarsi alla dura verifica dei fatti.

Se la questione sociale, la questione del salario, degli orari, dell’organizzazione, della flessibilità e della pesantezza del lavoro, della perdita del welfare e dei diritti assume questa rilevanza per il movimento delle donne, e non solo, non è solo per l’affermarsi di un’idea contro un’altra ma, in primo luogo, perché, nella vita concreta delle donne e degli uomini l’impoverimento radicale, la perdita di diritti, la sottomissione al dispotismo del capitale sono di tale rilevanza che non possono essere elusi.

D’altro canto, queste questioni si pongono a petto di una mutazione profonda di ciò che una volta era definita composizione di classe, della crescita del lavoro formalmente autonomo e in realtà subordinato, del lavoro precario, del lavoro nero, del lavoro grigio, quel lavoro privo d diritti, della massa degli uomini e delle donne che hanno un lavoro ma sono egualmente poveri, della fine in molte aree centrali del capitale delle grandi concentrazioni operaie luoghi centrali nel tradizionale conflitto di classe, dell’aumento del peso delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati e posti ai margini del sistema di dritti. In altri termini, di un quadro nel quale le vecchie forme di organizzazione, anche nelle versioni più radicali, sono assolutamente non in grado di funzionare o, quantomeno, di funzionare per l’assieme della classe.

Da ciò una possibile spiegazione di una percezione che si ha partecipando ai cortei dell’8 marzo. Si è, infatti, di fronte a numeri notevolissimi di persone che corrispondono in misura decisamente parziale ai settori di lavoratrici e lavoratori che pure si mobilitano nelle vertenze aziendali e categoriali. In parte ciò deriva dal fatto, positivo di per sé, che molti sono studentesse o studenti o comunque giovani che svolgono lavori iperprecari ma questa, come si è rilevato, è una spiegazione parziale. Il fatto è che molte e molti dei partecipanti lavorano in situazioni che, per varie ragioni, non permettono e, a volte, non prevedono l’organizzazione sindacale di qualsiasi tipo sia e/o lo sciopero come forma di azione.

La mobilitazione dell’8 marzo assume, da questo punto di vista, una funzione di supplenza: le tensioni, le esigenze, la rabbia che non può manifestarsi altrove si manifesta lì.

Provando una prima, provvisoria, schematizzazione, potremmo dire che, in gran parte, la piazza dell’8 marzo non si colloca sulla faglia capitale/lavoro ma su quella esclusione/inclusione.

Non a caso, settori del neofemminismo sono attratti dalla rivendicazione del reddito di cittadinanza, in una versione robusta e non limitata assai come quella proposta dal governo gialloverde, perché solo una rivendicazione non aziendale e categoriale pare loro, nello stesso tempo, radicale e realistica. Non è questa la sede per riprendere in maniera puntuale una critica di questa posizione: basta rilevare che si tratta di una rivendicazione nel contempo eccessiva e limitata, volta a chiedere allo stato di svolgere una funzione di tutela che si potrebbe ottenere solo con il dispiegamento di una forza tale che sarebbe in grado di ottenere molto di più e, soprattutto, di far agire assieme i diversi settori della classe al fine di ottenere una riduzione radicale del tempo di lavoro e una redistribuzione conseguente del lavoro stesso.

Si tratta, in ogni caso, di assumere la questione della divaricazione fra diversi settori di classe non tanto e non solo sul piano dell’individuazione delle proposte più condivisibili, unificanti ed efficaci quanto su quello della verifica sul campo di iniziative funzionali all’unificazione del movimento di classe.

Provo a riprendere una questione sollevata all’inizio del testo e cioè in quale misura il movimento di classe è in grado di fare i conti con il neofemminismo.

Sul piano formale la situazione è nota, il movimento Non Una di Meno da tre anni richiede ai sindacati, a tutti i sindacati, quelli istituzionali e quelli di base, di indire sciopero l’8 marzo. I sindacati istituzionali hanno risposto con parole amichevoli e con l’indisponibilità ad indire sciopero, i sindacati di base lo hanno, con qualche difficoltà di dettaglio che non vale la pena di descrivere, indetto e hanno organizzato iniziativa di sostegno sia nel periodo precedente che nel corso della giornata.

È però, a mio avviso, mancata, anche per le difficoltà che derivano dalla pesantezza del lavoro sindacale per organizzazioni che hanno risorse limitate, un intervento costruito nel tempo ed articolato in campagne su questioni generali. In altri termini, se le questioni da affrontare sono:

– ripensare l’intervento sindacale ponendo al centro delle rivendicazioni e delle piattaforme la questione dell’eguaglianza dei diritti e del salario fra uomini e donne, quella del tempo di lavoro in relazione al tempo di vita, quella dei servizi a sostegno delle donne, quella del rapporto fra lavoro salariato e lavoro domestico. Si tratterebbe, sempre a mio avviso, di sperimentare accanto alle rivendicazioni poste agli avversari, forme di autorganizzazione e mutuo soccorso che integrino l’azione sindacale;

  • integrare l’azione che si svolge a livello aziendale e categoriale con una più forte presenza sul territorio e con una relazione forte con i movimenti a difesa del diritto alla salute, ai trasporti, ad un ambiente non degradato, all’abitare, al welfare in tutte le sue articolazioni. Costruire, insomma, un sindacalismo non eccessivamente vincolato alle aziende ed alle categorie anche se fortemente radicati nelle stesse aziende e nelle stesse categorie;

  • investire molto nell’intervento fra i lavoratori autonomi, precari, in nero ecc. nella prospettiva di imporre un’inclusione di chi oggi è escluso non nel senso della normalizzazione ma in quello dell’unificazione ai livelli più alti del salario e dei diritti della nostra classe.

Perché le proposte che ho, poveramente abbozzato non restino un capitolo del classico libro dei sogni, centrale è la questione dell’organizzazione, delle risorse, della cultura politica dei militanti sindacali. Si tratta, in altri termini, di contrastare le inevitabili derive corporative che caratterizzano l’azione sindacale.

È, però, altrettanto evidente che un percorso del genere non può darsi solo per la disponibilità di settori del sindacalismo di base o, sarebbe assai meglio ma non basterebbe, dell’assieme del sindacalismo di base: serve che vi sia una tensione adeguata ed analoga nei movimenti sociali non sindacali e, nella fattispecie, nel movimento neofemminista che, questa è la mia opinione ovviamente, ha fatto straordinari passi avanti in senso positivo ma che affronta spesso la questione della relazione capitale lavoro in una forma astratta, prescindendo dalla concrete determinazioni di questa relazione, dalle necessarie competenze tecniche, dalla valutazione dei rapporti d forza.

È proprio sulla questione della forza che ritengo si debba fare chiarezza. Qualsiasi movimento, lo si voglia o meno, può svilupparsi solo se ha la capacità di individuare le debolezze dell’avversario e di agire su queste debolezze, di accumulare forza, di ottenere dei risultati tali da motivare settori sempre più vasti a mobilitarsi.

Esperienze interessanti nella terra di mezzo fra settori centrali della classe e settori marginalizzati ne stiamo facendo – penso ai ciclofattorini, ai lavoratori della logistica, ai braccianti ecc. – ma molto resta da studiare e, soprattutto, da fare, comunicare, utilizzare sul campo.

Cosimo Scarinzi

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