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Il martedì grasso di Giorgia Meloni

In tempi di campagna elettorale si sa che ogni candidato le prova tutte per farsi pubblicità, per questo martedì 13 febbraio Giorgia Meloni ha fatto tappa per il suo tour elettorale a Livorno.

Quella mattina stessa a Livorno i giornali annunciavano che la candidata di Fratelli d’Italia, il partito erede del MSI, sarebbe arrivata alle 16 in Piazza Garibaldi per una “passeggiata” nel quartiere per incontrare residenti e commercianti prima di andare a Pontedera. Poco dopo le 15 alcune decine di persone già si trovavano nella piazza che si apre verso il fosso reale, di fronte alle mura della Fortezza Nuova su cui da più di quarant’anni campeggia la scritta “MSI fuorilegge”. La piazza è uno dei luoghi più vivaci della zona dei quartieri Garibaldi e Pontino, una zona da sempre popolare, dove i fascisti non hanno mai avuto vita facile, neanche durante la dittatura. Gli effetti delle politiche antiproletarie condotte dai governi che si sono succeduti in questi anni hanno aumentato il livello di disoccupazione, peggiorato le condizioni di vita e aggravato la situazione abitativa di tutti gli abitanti di questa zona della città, indipendentemente dal fatto che siano nati o meno a Livorno. Da molti anni i vari partiti e partitini di destra provano a farsi pubblicità nella zona. Il tentativo di ronda della Lega anni fa finì senza successo, la fiaccolata del PDL per la sicurezza nel 2010 fu duramente contestata, oggi Fratelli d’Italia prova con scarso successo a cercare consensi tra i commercianti usando ancora slogan su sicurezza e degrado. Sono proprio questi partiti che hanno impoverito ulteriormente le persone che vivono nei quartieri popolari. Sì perché se la scuola va a rotoli, se non riusciamo a pagare l’affitto e le bollette, se la pensione è sempre più lontana, se la sanità c’è solo per chi se la può permettere, se le tasse sono più alte, se non c’è lavoro e quando c’è non ci sono diritti e paghe dignitose, la colpa è dei governi che ci sono stati negli ultimi anni. Sono le Meloni, i Salvini, i Renzi, i Bersani e i Berlusconi a farci vivere così. La Meloni solo per citare un esempio fu “ministro della gioventù” dal 2008 al 2011, quando la disoccupazione giovanile balzò dal 21 al 40%. Come prova a fare un po’ ovunque, anche a Livorno è venuta a farsi pubblicità speculando sul disastro sociale che ha creato. Chissà, magari sperava di farsi una sfilata di carnevale per martedì grasso, ma evidentemente si era dimenticata la maschera, e la gente l’ha riconosciuta subito per quella che è, una fascista.

Perché oltre all’avversione per questi partiti a causa delle loro responsabilità politiche, ciò che ha mosso le diverse persone che hanno animato la contestazione è principalmente l’antifascismo. Vi è infatti un forte risveglio dell’antifascismo di fronte al nuovo terrorismo fascista, di fronte alle intimidazioni, alle aggressioni, di fronte alla repressione del governo nei confronti di chi protesta contro le violenze fasciste. Decine di migliaia di persone hanno manifestato in molte città dopo che il 3 febbraio a Macerata il fascista/leghista Luca Traini ha sparato in pieno giorno colpi di pistola dalla sua auto contro tutte le persone di origine africana che incontrava, ferendone 6, di cui due gravemente.

Per questo in tante e tanti hanno contestato martedì 13 febbraio a Livorno Giorgia Meloni. Oltre 200 alla fine, soprattutto giovani, si sono ritrovati in modo spontaneo in Piazza Garibaldi, avvisati dal passa parola. Molti i residenti del quartiere di ogni età e origine, uno striscione ironico ad una finestra della piazza recitava “+ Musei – Meloni”, mentre su un enorme striscione calato dalla Fortezza Nuova c’era scritto “Meloni fascista, Livorno non ti vuole”. Alla fine la passeggiata la Meloni l’ha fatta, ma accompagnata costantemente dai cori e dalle contestazioni dei presenti, circondata da un cordone di agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Alla stampa ha dichiarato di aver comunque incontrato alcuni commercianti, ma la sua tattica di ridere dei contestatori stavolta non ha funzionato. Ostentando un sorriso bilioso si è presto lasciata andare alla rabbia, iniziando ad insultare i contestatori e la “plebaglia” locale. Dopotutto l’odio per i proletari, il disprezzo per sfruttati e diseredati, specie se si ribellano, ha sempre contraddistinto la destra fascista.

In modo non troppo diverso la sinistra istituzionale e democraticista ha sempre ostentato un disprezzo per il popolo, che va educato, protetto, ma che deve anche evitare di far di testa propria, deve evitare di ribellarsi, specie se in modo scomposto. A questi soggetti che tuonano proclami antifascisti quasi bellicosi per poi demonizzare ogni protesta di piazza, per fortuna resta solo il dibattito sulla legittimità dello sputo o l’apprensione per le oscillazioni dei sondaggi elettorali.

L’antifascismo non è burocrazia, non può restare in un modulo per il suolo pubblico, altrimenti barrando la casella giusta possono avere la patente antifascista e antirazzista pure CasaPound come avviene ad Ancona o la Lega come invece è successo a Pontedera. Proprio Pontedera ha dimostrato che l’antifascismo non si può delegare a certificati e regolamenti, che divengono carta straccia di fronte all’arroganza dei fascisti. Fratelli d’Italia aveva addirittura usato il bianchetto per cancellare la sezione dedicata alla dichiarazione di rispetto delle leggi Scelba e Mancino dal modulo prestampato da consegnare all’ufficio elettorale del Comune per la concessione del suolo pubblico in campagna elettorale. Dopo aver commesso una grossolana irregolarità, il partito della Meloni ha gridato allo scandalo, parlando di attentato alla libertà di manifestare in campagna elettorale, ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori contro la dittatura PD del sindaco Millozzi di Pontedera. Questa carnevalata ha permesso a Fratelli d’Italia di far accorrere sostenitori da ogni dove, per mostrare alle telecamere il bagno di folla che a Livorno poche ore prima era mancato. Per istituzioni e “sinceri democratici” basta un po’ di carta bollata per pulirsi la coscienza e provare a rendersi più presentabili alle elezioni. A coloro poi che dal PD si appellano alla libertà di espressione per condannare ogni contestazione, ricordiamo che il Ministro dell’Interno Minniti che oggi solidarizza con la Meloni vittima dei contestatori livornesi, è lo stesso che voleva vietare a Macerata la libertà di manifestare agli antifascisti. È lo stesso Minniti che ama così tanto la libertà di espressione da non ammettere critiche, come quest’estate a Livorno quando i reparti antisommossa intervennero tra la folla per rimuovere uno striscione che secondo le autorità si esprimeva troppo liberamente.

Per fortuna c’è chi non segue ponderate strategie elettorali, per fortuna c’è chi non dimentica la storia di una città, di un quartiere, di una piazza, per fortuna c’è chi di fronte alla situazione attuale sente il bisogno di impegnarsi in prima persona e scendere in strada. La giornata di martedì 13 a Livorno è stata importante, ha segnato ancora una volta il rifiuto popolare della destra fascista. Perché accanto alla Meloni in piazza c’erano solo una decina di persone tra esponenti fiorentini del suo partito e noti personaggi della destra fascista cittadina, tra cui anche un drappello di riciclati nella Lega. Certo la candidata di Fratelli d’Italia era venuta per provocare, ma probabilmente non si aspettava di trovarsi di fronte ad una contestazione così numerosa, diffusa e spontanea. Il martedì grasso della Meloni a Livorno dimostra che si può e si deve spezzare la narrazione mediatica dell’avanzata delle destre, che l’antifascismo è popolare e si pratica quotidianamente, in piazza, rafforzando le maglie della solidarietà e rendendo più inclusive e incisive le lotte che sono portate avanti su ogni territorio.

D.A.