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La “sinistra” più sinistra? Quella di D’Alema

Dato che le cronache di questi mesi pre-elettorali sono e saranno, purtroppo, occupate da diatribe tra il PD renziano e gli “scissionisti” di MDP, in cui personaggi come Massimo D’Alema, che con la Bicamerale precedette di venti anni il “Patto del Nazzareno” tra Renzi e Berlusconi, si ergono a portavoce di una presunta resuscitata “sinistra”, e dato che “sinistra”, come è noto, è parola usata sia in funzione di sostantivo sia in funzione di aggettivo, con significati diversi (nel primo caso si può dire, ad esempio, “la sinistra non esiste più”, nel secondo: “è una cosa sinistra”), mi è parso opportuno rielaborare e riproporre alcuni appunti sui trascorsi di questo signore, già in passato proposti ad UN.

Trascorsi che videro il giovane D’Alema, segretario regionale del PCI in Puglia dal 1983 al 1986, spianarsi la strada verso i massimi ruoli dirigenziali nazionali, cui accedette dal 1987 anche attraverso politiche di spregiudicata apertura a finanziamenti provenienti da personaggi chiaramente legati al tessuto mafioso locale come Francesco Cavallari, allora “re delle cliniche baresi”.

Noti gli aspetti giudiziari della vicenda: nel 1985, D’Alema ricevette da Cavallari, nel corso di una cena a casa di quest’ultimo, un finanziamento illecito che, a seconda delle non concordanti testimonianze fornite dai due interessati, ammontava a una cifra compresa tra i cinque e i venti milioni di lire. La circostanza, infatti, fu ammessa da entrambi, quando ormai il reato era prossimo alla prescrizione, sia pure con versioni differenti.

Significativi il contesto sociale e la fase storica in cui avvenne l’abboccamento: Cavallari, condannato, in seguito, dopo patteggiamento, a 22 anni di reclusione con l’accusa di truffa, corruzione e “concorso esterno in associazione mafiosa” per i suoi stretti rapporti con i Capriati ed altri clan della Sacra Corona Unita, era allora impegnato a condurre una lotta senza quartiere contro qualsiasi attività sindacale non asservita ai suoi interessi nelle cliniche da lui gestite. Egli era ai vertici di un’azione punitiva e intimidatoria sistematica che teneva in scacco circa 13.000 lavoratori, portata avanti dal sindacato “giallo” USPPI, la cui manovalanza proveniva direttamente dalle fila della criminalità organizzata cittadina e regionale. A farne le spese, in quegli anni, erano anche rappresentanti della CGIL, costretti, con violenze, minacce di morte, sequestri di persona e danneggiamenti, ad abbandonare ogni rivendicazione. Tra i testimoni processuali, Anna Dimite, allora dipendente della Clinica Santa Rita 2, ha raccontato che non fu possibile ottenere l’aiuto della polizia neanche quando, nel corso di una riunione tra quadri aziendali e rappresentanti sindacali, regolarmente convocata, i sindacalisti furono sequestrati e chiusi all’interno dell’azienda e ha confessato che lei stessa abbandonò ogni attività sindacale e politica nel 1988, dopo aver ricevuto una busta contenente un proiettile e telefonate con esplicite minacce di morte. Gianfranco Carbone, ex addetto alla Funzione Pubblica per la CGIL di Bari, ha testimoniato che l’offensiva mafiosa di Cavallari era iniziata verso la fine del 1982. Difficile che, nel 1985, il massimo dirigente regionale del PCI potesse aver dubbi sull’identità di chi gli offriva quella bustarella.

La frequentazione tra D’Alema e Cavallari non si limitò, comunque, secondo la testimonianza di quest’ultimo, ad un singolo episodio: “Quando era in Regione ero solito recarmi da lui e prospettargli le nostre iniziative”.1 Il finanziamento elargito nel 1985 rispondeva, sempre a detta dell’interessato, ad un preciso intento: “Non ho mai capito perché i pm l’abbiano considerato un semplice finanziamento illecito, dunque prescritto. Io Massimo non lo finanziavo certo per simpatia politica. Io volevo che mi desse una calmata alla CGIL, che, infatti, da allora, smise di darmi noia”.2 Cavallari alludeva qui al fatto che, nei confronti del politico da lui finanziato, fu avanzata solo l’accusa di finanziamento illecito ai partiti, non quella, più grave, di “corruzione”. Ma l’inchiesta è stata archiviata nel 1995 e, secondo quanto riportato nel 2000 da “Panorama” e nel 2001 da un volume di Gomez e Travaglio,3 dell’interrogatorio in cui D’Alema ammise di aver ricevuto il finanziamento sarebbe successivamente scomparso il verbale.

Già dal 1987, del resto, l’uomo coi baffi era diventato uno dei massimi dirigenti nazionali del PCI ed a lui venne affidata, sotto la segreteria di Occhetto, la gestione di aspetti cruciali della vita economica del partito, proprio nella fase in cui, dopo aver gestito per decenni le proprie clientele attraverso il sistema delle COOP “rosse”, il PCI entrava a pieno titolo nel sistema delle tangenti gestito dai partiti governativi. Segretario del PDS, nel 1994, presidente dei DS nel 2000, ministro degli esteri, “eccellente” secondo Vendola nell’ultimo governo Prodi, “baffetto” si guadagnò persino il plauso del conservatore americano E. Luttwak che nel 2006 dichiarò: “qui a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha combattuto da alleato al fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza cambiare idea e senza distinguo. Ci ricordiamo che è stato leale, fedele, serio e che non ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una componente pacifista”.

Quali migliori credenziali per mettersi alla guida della “sinistra” più sinistra oggi in circolazione in Italia?

Malac@pa

1  F. Cavallari citato in P. Gomez, M. Travaglio, La repubblica delle banane, Editori Riuniti, Roma, 2001, p.245.

2  Ibidem.

3  Ibidem.