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Insurrezionanismo

Imputato ascolta (…)

Per quello che hai fatto

Per come l’hai rinnovato

Il potere ti è grato”

Fabrizio de André, Sogno numero 2 (dall’album: Storia di un impiegato)

Queste brevi note fanno riferimento a due articoli pubblicati, rispettivamente, su UN del 17/12/17 e del 14/01/18: quello di Tiziano Antonelli, intitolato “Disfattismo pirotecnico” che commenta l’esplosione di un ordigno presso la stazione San Giovanni dei carabinieri di Roma avvenuta a fine dicembre (rivendicata in un documento firmato “Federazione anarchica informale – Fronte rivoluzionario internazionale – Cellula Santiago Maldonado”) e l’articolo successivamente inviato da L. G., “Davanti alla rivoluzione”, che commenta criticamente l’intervento di Antonelli e, più in generale, l’analisi della società contemporanea e le pratiche di cui la FAI è attualmente portatrice.

A quest’ultimo, a titolo personale, come compagno della FAI e membro della redazione di UN, vorrei brevemente rispondere.

In primo luogo, mi colpisce il fatto che, partendo dall’idea, pienamente condivisa all’interno della FAI, che sia una sciocchezza separare e contrapporre “l’anarchico che ‘pensa ed educa’ e quello ‘che attacca’”, esso si giochi poi tutto sulla reificazione di questa contrapposizione, inizialmente denunciata come ideologica, dando luogo ad una descrizione delle divergenze tra la FAI e l’area insu che non può essere considerata neanche parodistica o caricaturale, ma va a mio avviso semplicemente riconosciuta come falsa visto che, poche righe dopo e per tutto il resto dell’articolo, prende le forme di una contrapposizione tra “l’atto insurrezionale violento e quello comunicativo”, come se effettivamente una delle due parti rifiutasse aprioristicamente il primo e prendesse le difese esclusivamente del secondo.

Descrivere la FAI come una organizzazione che, in questa fase storica, rinvierebbe “l’azione”, limitandosi a fare educazione e propaganda, vuol dire, secondo me, disconoscere, per ignoranza o malafede, la presenza e l’attività di tanti compagni della federazione in tante realtà di lotta, intendo dire di scontro duro, faccia a faccia, non per via postale, con gli sgherri del potere, dal NO TAV agli scioperi dei sindacati di base, dalle lotte contro la discriminazione di genere all’attivo sostegno al movimento anarchico curdo e alle sue formazioni. Vuol dire sputare sul coraggio di tanti militanti che, dell’essersi esposti in prima persona durante scontri, stanno ancora pagando duramente il prezzo, in termini di repressione statale e conseguente sconvolgimento delle loro vite.

D’altra parte, riunificare astrattamente “l’atto insurrezionale violento e quello comunicativo”, come fa L.G., ricordandoci – bontà sua – che non dobbiamo contrapporli ma considerarli complementari, non è a mio avviso meno inutile o dannoso del separarli astrattamente, cosa che, surrettiziamente, imputa ad Antonelli e alla FAI, anche perché, così declinati, “atto violento e atto comunicativo” si presentano come astrazioni svuotate di ogni concretezza. Violenti potrebbero essere indifferentemente definiti i comportamenti dei NO TAV che attivamente hanno respinto le cariche della polizia in tante occasioni, e l’invio di lettere esplosive a chicchessia. Comunicazione era anche l’intimazione di dire “Viva il Duce! Viva Pinochet!” che tante persone subirono dagli sbirri-torturatori a Bolzaneto, e dunque di per sé non è affatto qualcosa di opposto alla violenza. Uscire da queste descrizioni parodistiche si può, a mio avviso, solo entrando nel merito delle forme e delle modalità di violenza e/o di comunicazione che si adottano o si rigettano, e delle motivazioni che si possono addurre, oggi, in un determinato contesto sociale, per farlo o non farlo.

Tentando dunque di entrare nel merito: ciò che Antonelli coglie come momento “pirotecnico” dell’insurrezionalismo italiano è tale, a mio avviso, non semplicemente in funzione dell’uso di petardi o simili, ma in quanto, nelle sue modalità di intervento si presta e si arrende ad una forma di spettacolarizzazione del conflitto, e di logica dell’”evento”, le cui modalità, almeno dai tempi dei Black Bloc, sono interamente dettate dalla retorica e dal giornalismo di regime, dalla magistratura e dal poliziesco, dall’industria della notizia-spettacolo e da un incontrollato spirito emulativo nei suoi confronti.

Il problema che Tiziano segnala parlando di una mitologia dell’“azione” è, mi pare, quello di una attiva collaborazione alla costruzione della “maschera” dell’“anarchico” così come lo dipingono le istituzioni, perché è l’immagine che ad esse più conviene propagandare, in cui alcune componenti del movimento da decenni tendono a tuffarsi ciecamente, assorbendone e riproducendone acriticamente forme e contenuti. Che altri effetti hanno indotto, per esempio, negli ultimi dieci anni, gli ordigni sparsi qua e là dagli “informali”, o da loro rivendicati, se non offrire su un piatto d’argento ai poteri vigenti l’occasione di inculcare ancor più nella testa della gente un ritratto caricaturale e repulsivo dell’anarchico, che contribuisce solo a isolare sempre più presunte, autoassunte, avanguardie dai movimenti e dalla società, e certo non aiuta chi invece nei movimenti e nei luoghi di vita e di lavoro si dà da fare quotidianamente per promuovere senso critico e capacità di sbirciare oltre l’esistente?

Mi è perciò parso curioso che L. G., dicendosi preoccupato proprio del problema del reificarsi in “figure estetizzate” dei moti e momenti di conflitto o delle manifestazioni di disagio che attraversano la società, non abbia colto il fatto che Antonelli ne segnalava, magari non proprio col più felice e chiaro dei linguaggi, un caso emblematico.

Un’ultima questione: fin dai miei 18 anni (lontani ormai più di un trentennio) ho fieramente criticato la mitologia secondo la quale il “proletariato” o le “masse” (come più è piaciuto dire negli ultimi decenni a certi post-operaisti col culo ben a riparo) avrebbero, in grazia della loro condizione storica (doversi liberare “solo delle proprie catene”), la scienza infusa della rivoluzione o del conflitto. Sono convinto, anzi, che la storia abbia ampiamente dimostrato che, persino nella condizione più insostenibile di sfruttamento e oppressione e perfino quando sfruttati e oppressi trovano il coraggio e la compattezza necessari per ribellarsi al punto da mettere in crisi i poteri vigenti, non è affatto detto che essi riescano poi ad imboccare una via che non li conduca nuovamente a rifondare, ripetere, in ultima analisi perpetrare, l’oppressione e lo sfruttamento.

Tuttavia, nell’invito di Antonelli ad “imparare dalle masse quali sono i temi che le toccano maggiormente” o “i linguaggi” in cui esse riescono a dire il proprio disagio, anche se espresso in un frasario e un lessico che forse proprio a questo obiettivo non contribuiscono, trovo posto un problema drammaticamente reale: gli anarchici, e più in generale tutti coloro che sono interessati a promuovere trasformazioni in senso libertario della società o almeno a contrastare le tendenze autoritarie oggi dominanti, hanno oggi un estremo bisogno di re-imparare a comunicare con le masse massificate, di cui ovviamente sono parte, a dire il proprio punto di vista in una lingua che per loro non sia morta, a pensare i problemi che con esse, essendone parte, condividono.

La questione malatestiana, che Tiziano rilancia, è più che mai attuale: l’anarchismo non si può imporre alle masse, una rivoluzione, se tale deve essere in senso anarchico e libertario, non la decidono e non la scatenano le presunte “avanguardie”, la cui lucidità deve star semmai nel non sprecare le occasioni che si presentano. Cosa possibile, però, solo se, con quotidiana pazienza, si ara e si semina proprio laddove ognuno di noi vive il proprio ruolo di individuo-massa, immerso tra altri individui-massa, ovvero nei luoghi dell’esistenza quotidiana, del lavoro, dei rapporti affettivi, dei rapporti con le istituzioni, del conflitto non pirotecnico.

Marco Celentano