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Scuola: dal particolare al generale

Le righe che seguono non sono una cronaca ragionata delle lotte delle insegnanti diplomate magistrali che hanno animato la situazione sociale nell’ultima decade di dicembre. A questo fine è possibile trovare tutta la documentazione necessaria in rete, mi permetto solo di consigliare, e non perché appartengo a questo sindacato ma perché ritengo che sia del buon materiale informativo, quanto prodotto dalla CUB scuola ma buoni articoli sono usciti, ad esempio, sulle pagine dedicate alla cronaca di Torino de La Stampa, La repubblica, Il Corriere della Sera.


Vorrei invece provare a riprendere alcune annose questioni e, soprattutto, ragionare sul senso profondo, almeno a mio avviso, della vicenda in corso.

Mentre si sviluppa, in preparazione dello sciopero dell’otto gennaio e della manifestazione a Roma, con una rapidità, un’estensione e un’’intensità assolutamente imprevista la mobilitazione per la certezza del posto di lavoro e del reddito delle insegnanti diplomate magistrali, che una recente sentenza del Consiglio di Stato ha privato del titolo necessario per accedere all’insegnamento e posto a grave rischio di licenziamento, rileggo un brano di una lettera di una collega mia compagna di sindacato e attenta osservatrice dei fatti sociali:

Ora la domanda è: riusciremo a passare dal particolare al generale? Quali sono le idee e gli atti che possono favorire tale passaggio? Scrivo questo, anche a mo’ di sfogo, perché i nostri colleghi sono spesso pronti a difendere il guicciardiniano “particulare” mentre se ne fregano del piano generale (ad iniziare dallo scandaloso blocco contrattuale, ad iniziare dall’innalzamento inaccettabile dell’età pensionistica, ad iniziare dal fatto che in molte scuole italiane il lavoro del docente si riduce a mera sorveglianza).”

Effettivamente la lotta delle diplomate magistrali sembra un caso perfetto di “particulare”, un gruppo consistente di lavoratrici, soprattutto, e di lavoratori, viene colpito nei suoi diritti nel reddito e nelle aspettative per quel che riguarda la loro vita.

Di fronte a una situazione gravissima e non riconoscendosi completamente in alcuna rappresentanza politica e/o sindacale, si autorganizza – nelle forme sovente confuse e complesse dell’autorganizzazione e utilizzando strumenti di varia natura dalla mobilitazione diretta alle liste WhatsApp – e difende con la mobilitazione diretta, con la pressione sulle istituzioni, con l’informazione diffusa attraverso mille canali, i “propri” interessi.

E’ insomma quello che ogni fesso, in particolare ogni fesso di sinistra, si affretta a definire corporativismo o micro-corporativismo, guardando alle forme particolari ed agli obiettivi immediati della lotta e non al suo essere un processo vitale attraverso cui un soggetto collettivo si autocostituisce, produce cultura, linguaggio, identità.

Proviamo comunque a tornare alle due precise domande “Ora la domanda è: riusciremo a passare dal particolare al generale? Quali sono le idee e gli atti che possono favorire tale passaggio?”

Se guardiamo al concreto farsi di questo movimento la cosa che più colpisce non è abbastanza scontato e comunque non nuovo processo di autorganizzazione delle lavoratrici immediatamente coinvolte ma l’intrecciarsi con questo processo di pratiche di solidarietà forte che partono dalla comunità di lavoro.

Quando in una serie di scuole la grande maggioranza delle lavoratrici dei lavoratori non direttamente coinvolti dalla sentenza indecente decide di scioperare per sostenere le proprie colleghe a rischio licenziamento, quando gruppi di genitori producono documenti di solidarietà e aiutano la mobilitazione e lo fanno, si badi bene, nel pieno delle vacanze di Natale avviene un fatto propriamente politico e cioè la presa d’atto, anche senza dichiaralo del fatto, che la decisione della magistrature non è discutibile e non è neutra e soprattutto che si deve e si può agire. E’ interessante, a questo proposito, che non sono mancati dirigenti sindacali e commentatori che hanno apertamente affermato, come se la cosa fosse una verità di origine divina, che “contro le sentenze della magistratura non si sciopera”. Insomma, i fatti nella loro durezza hanno fatto cadere un altro e consolidato tabù.

Ma questo processo passa, ed è probabilmente inevitabile, attraverso l’esperienza pratico-sensibile, la/il collega diplomat* magistrale che rischia il posto di lavoro ha un nome e un cognome, è quella/o che lavora accanto a te e con te, è quella/o che ha quindici o vent’anni di esperienza nella scuola, ma questo passaggio passionale fa saltare i meccanismi consolidati dell’abitudine e apre la strada a una visione più ampia quantomeno della questione sindacale ed in una qualche misura della questione sociale.

Se uno dei poteri dello Stato, il più castale, il più oscuro, il più autorevole a fronte del generale discredito che pesa sul ceto politico, e cioè la magistratura, può decidere con un tratto di penna della vita di decine di migliaia di persone, qualche domanda sul modo di funzionare dell’intero apparato statale, molti sono indotti a porsele e – soprattutto – saranno indotti a domandarsi quali siano le effettive priorità, la vita e il reddito di un consistente gruppo di lavoratrici/tori o i giochi di potere fra cordate, lobbies, apparati.

Dunque una lotta particolare, se vogliamo limitata e problematica, una lotta che vede, fra l’altro, l’entrata in scena anche di soggetti sindacali non proprio limpidi, è un evento che non si risolve nella pur fondamentale dimensione sindacale anche se il fatto che nella mente di migliaia di queste lavoratrici si formi la comprensione che l’azione sul piano puramente giudiziario, quella che per anni è stata predominante nella vertenza delle diplomate magistrali, non basta e che serve quindi l’organizzazione e la lotta è già un grande passo in avanti.

Che passi avanti si sono fatti si è già visto il 27 dicembre quando a Torino le insegnanti diplomate magistrali hanno bloccato una strada centrale per un’ora e a Milano hanno occupato l’Ufficio Scolastico Regionale, si sta vedendo nella costruzione di nuovi presidi, nella preparazione del viaggio a Roma in occasione dello sciopero dell’8 gennaio, nella definizione delle piattaforme e nella discussione sulle forme di azione.

Ma la conquista della dimensione sindacale si arricchisce e si completa proprio grazie alo svilupparsi di quelle pratiche di solidarietà alle quali abbiamo assai poveramente fatto cenno ed è in questo passaggio che la frontiera fra sindacale e politico viene superata in forma non ideologica e volontaristica ma fattuale e basata sulla ricchezza del vissuto e dell’esperienza.

Proviamo adesso a ribaltare il punto di vista attraverso il quale giudichiamo quanto sta avvenendo: passando dalla riflessione su un processo collettivo propriamente spontaneo, nel senso più forte del termine, a una riflessione sul ruolo delle/i militanti, delle minoranze agenti.

Sia chiaro, le maestre diplomate magistrali, non hanno agito ed agiscono «spontaneamente» nel senso in cui un neonato piange «spontaneamente» quando sta male.

Esse hanno agito ed agiscono a partire dalla loro esperienza individuale e sociale, e ne hanno fatto qualcosa.

Quando chi si acconcia del titolo di «teorico» o di «rivoluzionario» guarda dall’alto ciò che chiama «spontaneità», ecco il postulato nascosto che ha in testa: impossibile che questa canaglia possa mai imparare la minima cosa sulla propria vita, trarre qualche conclusione sensata quale che sia, passare da «due e due» a «quattro» – impossibile, soprattutto, che avanzi delle nuove idee e cerchi proprie soluzioni ai propri problemi. Inutile sottolineare l’essenziale identità di questo postulato con i dogmi fondamentali che riguardano l’uomo e la società che sono da millenni quelli delle classi dirigenti.

Ma la straordinaria e feconda rilevanza dell’azione spontanea di masse umane non toglie rilevanza all’azione soggettiva di minoranze radicali che hanno esperienza di lotta, al contrario.

Per agire efficacemente nel movimento è necessaria la capacità di leggere la complessità senza esserne travolti dalla complessità stessa, di costruire relazioni, e sinergie, di comunicare nella maniera più vasta possibile quantomeno ai e con i settori più combattivi le leggi di movimento che regolano il conflitto sociale, quelle che più propriamente possiamo definire le leggi della guerra sociale, perché è proprio nei momenti dell’intensità dell’azione che si deve produrre con massimo rigore analitico e la massima capacità di trasmettere una rigorosa comprensione di quanto sta avvenendo.

Si tratta di portare al movimento che si sviluppa spontaneamente il contributo di una capacità di relazione con i media, con altri settori di movimento, con le istituzioni, di elaborazione progettuale, di memoria e riflessione sulle lotte passate.

Insomma, riprendendo una bella formulazione olandese, daad en gedachte, pensiero e azione.

Pubblico di seguito un documento di alcuni genitori e docenti dell’I.C. Padre Gemelli di Torino sia perché è molto bello che perché, pubblicato sul profilo Faceboock della CUB Scuola Università ricerca di Torino, ha avuto in pochi giorni la visita di quasi 70.000 persone.

Lettera di un gruppo di Genitori dell’IC Padre Gemelli di Torino

CARA MINISTRA DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, CARI SIGNORI CHE SEDETE NELLE AULE PARLAMENTARI, CARI GOVERNANTI,

secondo teste pensanti che stilano sentenze, i maestri in servizio nelle classi frequentate dai nostri figli non hanno un titolo adatto all’insegnamento.

Dunque è così:

per anni e anni ci avete dato insegnanti non abilitati ad insegnare

per anni e anni avete messo i nostri figli in classi gestite da personale non formato

per anni e anni avete permesso che queste persone non sufficientemente formate facessero scuola

per rasentare il ridicolo, molti di loro hanno anche superato un anno di prova: chissà come ci sono riusciti?

Se le cose fossero davvero così sareste dei farabutti

Ma noi, che abbiamo i figli direttamente coinvolti, che conosciamo i loro maestri, sappiamo che non è così.

Abbiamo apprezzato in questi anni il loro operato, abbiamo collaborato con loro, a volte discusso, perfino litigato, condividendo un cammino di crescita, valori educativi; abbiamo apprezzato la loro didattica e la loro capacità relazionale

Dunque siete stati dei farabutti

Ma come avete potuto contraddirvi? Come avete potuto dichiarare non più idonei maestri che per anni hanno insegnato nelle scuole?

Se la sentenza non sarà bloccata, se i nostri figli dovranno subire un ennesimo cambiamento di insegnanti …

farabutti lo diventerete

– nei confronti dei nostri figli: non siamo certo noi genitori a dovervi insegnare il valore dei rapporti instaurati dai bambini con le loro maestre e i loro maestri, a dover vi ricordare i danni di cicli scolastici con maestri “a singhiozzo”, per via delle tante questioni a noi incomprensibili legate a strani meccanismi di nomine

– nei confronti dei maestri e delle maestre coinvolte, a cui va tutta la nostra stima e solidarietà: in questi anni hanno fatto i salti mortali per essere presenti, per scegliere ogni anno la stessa sede e garantire la continuità, per superare, in molti casi, l’anno di prova dopo un’immissione in ruolo troppo a lungo attesa

RITIRATE DUNQUE QUESTA SENTENZA INGIUSTA E IGNOBILE

Altrimenti dovrete ammettere di aver lasciato la scuola nelle mani di incompetenti

Come potrete giustificarvi?”

Torino, 29 dicembre 2017

Cosimo Scarinzi