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Un ragionamento sull’autunno che sarà

È capitato sovente a chi stende queste note di domandarsi se la minuziosa raccolta e comparazione di dati sulle retribuzioni, gli orari di lavoro, normative che regolano il lavoro stesso, alla quale[1] è comunque necessario far riferimento se si vuole avere un’idea non fondata su impressioni della situazione, non rischi di avere un effetto passivizzante o, nella migliore delle ipotesi, non si riduca ad un’attività riservata ai centri studi sindacali e senza alcuna incidenza sull’azione delle organizzazioni sindacali e dei movimenti.

Negli ultimi anni, infatti se si guarda alla situazione dei lavoratori della scuola, per non andare più indietro, sono state pubblicate molte ed articolate ricerche sull’andamento dei salari nel corso degli anni e sulla comparazione fra condizione dei lavoratori della scuola italiana con quelli degli altri paesi di sviluppo economico comparabile che portano a una scoperta per certi versi banale e cioè

  • che le retribuzioni negli ultimi decenni si sono fortemente ridotte sia per i docenti sia per il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario mentre sono salite, non poco, per i dirigenti e, meno, per i direttivi;

  • che le retribuzioni italiane sono seccamente inferiori non solo a quelle di paesi come la Germania, il che può essere considerato sin troppo ovvio, ma anche di quelle della Spagna che certo non è un paese “ricco” e che, in ogni caso, sono inferiori alla media europea.

Come già rilevavo, è quasi spiazzante rilevare come alcuni sindacati pubblichino e pubblicizzino questi dati senza che da ciò derivi alcun effetto sulle loro rivendicazioni e sugli accordi che accettano – il che può spiegarsi con il fatto che in un apparato burocratico, quale essi sono, le diverse parti dell’apparato stesso operano come corpi separati ed, anzi, non comunicanti e con la banale esigenza, per i centri studi, di giustificare il costo che la loro esistenza comporta per i sindacati con l’ottenimento di un certo spazio sui media.

Il dato di fatto che ritengo più interessante, dunque, è proprio il fatto che il contratto della scuola firmato con notevolissimo ritardo – il precedente scadeva nel 2009, nel 2018 – un contratto che veniva dopo due saltati, sulla base di una riduzione media del 16% delle retribuzioni dei docenti e del 22% degli ATA e che copriva, al massimo l’inflazione per il triennio 2016/19, è stato accolto dalla categoria in maniera assolutamente rilassata, come se fosse scontato che quanto si era perso non era recuperabile.

È opportuna, a questo punto, una digressione laterale. Chi immaginasse una scuola del tutto pacificata sbaglierebbe radicalmente: fra il gennaio ed il giugno 2018 si è data, ad esempio, una mobilitazione importante delle insegnanti diplomate magistrali che hanno dato vita a scioperi, manifestazioni, presidi a livello locale e nazionale. Una mobilitazione che ha direttamente coinvolto circa sessantamila lavoratrici e lavoratori ed un’area non irrilevante di colleghe e colleghi solidali. Un movimento del quale si è dato conto sulle pagine di UN e che ha suscitato un notevole interesse.

Accanto a questa forma di mobilitazione attiva, la scuola ha visto in realtà anche una sorda ma sostanzialmente efficace resistenza a quanto prevede la Legge 107, la famigerata “Buona scuola”, che ha determinato, sempre nel fare l’esempio più significativo, il fatto che una quota di salario al “merito” che avrebbe dovuto essere distribuita a una minoranza ristretta al fine di determinare l’inizio del formarsi di una sorta di aristocrazia docente, è stata invece distribuita ad un numero rilevante di insegnanti con l’effetto di indebolirne se non vanificarne l’effetto di gerarchizzazione della categoria.

Questa deriva appiattente, per usare il linguaggio dei nostri avversari, si spiega in due modi: si è lasciato uno spazio ai collegi docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno preferito non calcare la mano di fronte alla palese ostilità della categoria alla cosiddetta meritocrazia. In altri termini, si sono resi conto che, se avessero premiato il 15/20% e colpito l’80/85%, governare la scuola non sarebbe stato una passeggiata. Quindi, una scuola che sul contratto precedente non si è mossa nonostante il volenteroso tentativo di minoranze della categoria, ma che resiste o con la lotta o con un sostanziale boicottaggio al degrado che vive.

Proviamo ora a domandarci se qualcosa è cambiato, e nel caso cosa, rispetto a un anno addietro, quando si è chiuso il precedente contratto e tenendo conto del fatto che si sta entrando nella stagione contrattuale 2019/2021.

Intanto, uno degli argomenti che CGIL CISL UIL[2] hanno usato per far accettare il contratto è stato proprio il fatto che, essendo in scadenza, si sarebbe ripartiti quest’autunno per ottenere finalmente un buon accordo. È vero che la memoria dei lavoratori è sovente labile, è vero che le promesse dei sindacalisti corrispondono a quelle dei marinai alle proprie fidanzate portuali, resta il fatto che queste promesse è possibile ricordarle e porre la burocrazia sindacale di fronte al non mantenimento dei propri impegni.

Vi è, poi, un quadro politico nuovo che può suscitare aspettative e tensioni che meritano la nostra attenzione. È un fatto che il cambiamento radicale delle scelte elettorali che abbiamo verificato nel corso delle elezioni di marzo segnala un malessere profondo di larga parte della popolazione. Inutile, almeno in questa sede, ribadire che le rivoluzioni non si fanno nella cabina elettorale e, se è per questo, nemmeno le lotte e che, anzi, l’illusione di risolvere i problemi col voto è passivizzante; ma questo malessere, in mancanza di risposte adeguate può, non dico, si badi bene, deve, tradursi in azione ed in un’azione tanto più vivace quanto è più cocente la delusione. Già oggi, per tornare alla mobilitazione ancora in corso delle insegnanti diplomate magistrali, è impressionante rilevare come insegnanti che avevano grande fiducia nel M5S e, meno, nella Lega oggi sono in rottura con queste forze politiche e non per questo hanno smesso la mobilitazione, anzi.

È possibile, tutt’altro che certo, che i sindacati concertativi della scuola intendano su una partita di questa importanza “prendere le misure” al governo e uscire per qualche tempo dalla catalessi che li caratterizza dopo che, nel 2015, hanno prima cercato, con qualche successo, di cavalcare la mobilitazione contro la buona scuola e, poi, a babbo morto chiuso la vertenza.

Non ipotizzo, questo va da sé, un loro conversione alla lotta di classe, semplicemente qualche loro opportunistico cavalcare lo scontento potrebbe, almeno ciò è sperabile, sfuggire loro di mano soprattutto se si saprà approfittarne agendo con chiarezza e determinazione.

Mentre stendo queste righe sono già in preparazione due mobilitazioni. La prima è uno sciopero delle diplomate magistrali ed una manifestazione di fronte al parlamento lunedì 11 settembre, una mobilitazione che è una risposta al tradimento delle promesse fatte dalla maggioranza di governo ed è, anche da questo punto di vista, interessante. Sarebbe sbagliato nascondere il fatto che nel movimento delle diplomate magistrali la presenza di settori legati a partiti vari, soprattutto destra e M5S, e a sindacati specializzati nel far soldi sulla pelle dei precari con i ricorsi è un problema, un problema che però si affronta stando dentro le mobilitazioni e certo non facendo i grilli parlanti. La seconda è lo sciopero generale del 26 ottobre indetto da CUB, SGB, SI Cobas, USI e altri che potrebbe assumere, per la scuola, il carattere di primo sciopero sul contratto.

Insomma, si sta aprendo una partita interessante e che andrà seguita con la riflessione e, nel contempo, con l’azione.

Cosimo Scarinzi

NOTE

[1] Lo dico perché non si immagini una mia improvvisa conversione all’improvvisazione vaniloquente.

[2] Lo SNALS pudicamente, dopo aver putiferiato assai a parole contro un accordo “inaccettabile”, ha firmato proprio in questi giorni il contratto. Come diceva Fabrizio De Andrè in Don Raffaè “…si costerna, s’indigna, s’impegna/ poi getta la spugna con gran dignità….”.