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Dentro ed oltre un’esperienza importante

E’ strano ma, a ben vedere, comprensibile come, ripensando ad una giornata intensa qual è per un militante politico/sindacale quella di uno sciopero generale ed a maggior ragione perché segue settimane di lavoro di preparazione, come alla memoria risaltino accadimenti apparentemente marginali.

Sul pullman che portava un gruppo di manifestanti da Torino a Milano un compagno, delegato RSU di CUB Sanità ma anche compagno nostro (che sospetto farà un salto sulla sedia quando si vedrà citato in questo articolo), mi ha chiesto cosa sapessi dell’ordinanza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio – che spezzava le gambe allo sciopero nei trasporti riducendone la durata a quattro ore – ed io mi sono limitato a rilevare che aveva semplicemente esercitato la forza, fondamento ultimo di ogni norma e, nel contempo, entità che travalica le stesse norme.

In ogni caso, può valere la pena di sapere cosa è stato detto, non fosse altro che per valutare il tasso di ipocrisia del governo: nel testo dell’ordinanza infatti si legge semplicemente “Il provvedimento si è reso necessario ed urgente allo scopo di evitare un pregiudizio grave ed irreparabile al diritto di libera circolazione costituzionalmente garantito”.

Va poi detto che venerdì 20 ottobre 2017 lo stesso Ministero, come aveva peraltro già fatto in occasione dello sciopero dei trasporti del 16 giugno 2017, aveva inviato ai sindacati di base – CUB SGB SI Cobas SLAI Cobas USI AIT – che avevano indetto lo sciopero generale e ad altri sindacati che avevano indetto scioperi aziendali un’”invito” che termina con questo brano: “Si fa riferimento all’addensamento di scioperi proclamati da codeste sigle sindacali per i giorni 26 e 27 ottobre p.v. (…) Tali agitazioni, collocate in una giornata notoriamente caratterizzata da una significativa intensificazione del movimento turistico, combinata con il picco di crescita di fine settimana, destano notevoli preoccupazioni ai fini della garanzia della mobilità dei cittadini. Si invitano pertanto codeste associazioni, facendo affidamento al senso di responsabilità già manifestato in analoghi frangenti, a desistere dalle azioni di sciopero proclamate, al fine di evitare disagi alla collettività e all’intero sistema del trasporto pubblico.”

Per un verso una comunicazione surreale, si pretende infatti di considerare inopportuni gli scioperi che hanno un’efficacia effettiva e, di conseguenza, di considerare accettabili solo quelli innocui, per l’altro, visto quanto è in discussione sulla ulteriore limitazione del diritto di sciopero, una vera e propria grave minaccia che ha avuto una prima concretizzazione con l’ordinanza antisciopero.

Al rifiuto dei sindacati di base, che peraltro il citato “senso di responsabilità” non si sa quando lo avrebbero dimostrato, di prendere in considerazione l’“invito” è seguita la dimostrazione di che genere l’invito stesso fosse e, nei fatti, le regole che pongono limiti iugulatori all’esercizio del conflitto sindacale nel settore dei trasporti in particolare e in quello dei servizi in generali hanno subito un’ulteriore modificazione in peggio senza, per la verità, suscitare un grande interesse fra gli intellettuali e i giornalisti ottimisti e di sinistra che arricchiscono il paesaggio nazionale e si battono a difesa di ogni possibile causa a patto che non dia noia a chi ha il potere reale.

Non vi è in questa sede lo spazio per descrivere in maniera più puntuale la fitta trama di comunicazioni intercorse fra ministero, aziende coinvolte, in particolare Alitalia, sindacati di base ecc. nella settimana fra il 20 e il 27 ottobre, le pressioni e le minacce, le promesse e gli allettamenti – ci basta aver chiaro il punto di caduta dell’azione padronale e governativa. Torniamo quindi allo sciopero con la consapevolezza che si tratta di uno sciopero pesantemente mutilato.

Come ha potuto verificare chi ha vissuto la piazza più importante, quella di Milano, e sulla base delle informazioni che abbiamo sulle molte altre iniziative svoltesi il 27 ottobre, si può affermare che, in particolare a Milano, si è visto la presenza di alcune migliaia di lavoratori, un numero certo non straordinario e non adeguato al livello dello scontro in atto ma certo la conferma dell’esistenza di un’area di opposizione sociale vera, radicale nei contenuti e nelle proposte e radicata nei posti di lavoro, insomma un punto di partenza o, meglio, uno dei punti di partenza dai quali riprendere l’iniziativa.

Il 27, come è noto, era in piazza un cartello sindacale abbastanza vasto ma che non comprende, per ragioni che su queste pagine abbiamo ampiamente trattato, l’assieme del sindacalismo di base o che tale si vuole. Non c’era, e questa è questione che va affrontata e non semplicemente evocata, l’universo dei movimenti contro il degrado ambientale, l’attacco ai diritti sociali e quello del lavoro precarizzato.

Interessante, a questo proposito, la lettera inviatami da un compagno di Deliverance Milano, che si definisce “un gruppo di rider e di precari milanesi, sottoproletari digitali, studenti e attivisti che si stanno organizzando sulla piazza di Milano per monitorare le condizioni del lavoro in città. Ci siamo uniti per sperimentare nuove forme di resistenza e di conflitto sui luoghi di lavoro, per contrastare il volontariato come manodopera gratuita, le ingiustizie, le sperequazioni e lo sfruttamento che imperversano quotidianamente nelle nostre vite.” Il compagno mi scrive:

Diciamo che è oltre il syndacate friendly. Credo che si possa dire tutto di quella data tranne che sia una data riuscita. Il movimento sindacale di base ha dimostrato con evidenza tutta la propria fragilità in un momento storico in cui ben altre sono le forze di cui ci sarebbe bisogno, basti pensare all’attacco sulla rappresentanza e sul diritto di sciopero in corso. Non sono del parere che basti esercitare un diritto formale per assicurarsene la garanzia di agibilità futura (già profondamente compromessa) a causa di responsabilità politiche trasversali che dovrebbero costituire l’argine della resistenza sociale. Le organizzazioni sindacali (di base e confederali in misura diversa) i movimenti e le aree politiche annesse non sono in grado di parlare alla maggioranza dei lavoratori, anche perché si sta ridefinendo a livello di semantica sociale l’importanza che al lavoro viene riconosciuta. In questo senso i processi di negazione e di gamificazione parlano chiaro. Io a Milano stavo nello spezzone Almaviva. Non sputo sugli scioperi che non mi rappresentano come istanza sociale. Registro il deficit di attenzione e di capacità di letture di interpretazione del movimento sindacale e la difficoltà di autorappresentazione della condizione precaria generalizzata dei lavoratori in uno scenario post-crisi ormai normalizzato.”

Ammetto che non ho compreso del tutto quanto il compagno intendeva affermare, ad esempio cosa diavolo significhi “gamificazione” non lo so e glielo dovrò chiedere, ma, nel suo linguaggio, segnala un problema reale e cioè la scarsa capacità di entrare in relazione efficace con le giovani generazioni proletarizzate anche attraverso la quella specifica forma di azione che è lo sciopero. Pure è mia opinione che non si sviluppa un’ipotesi sovversiva reale saltando da un terreno di azione ad un altro ma, al contrario arricchendo, integrando l’iniziativa e costruendo confronto e relazione fra i diversi segmenti della working class contemporanea.

In piazza il 27 ottobre c’era un settore di avanguardia del corpo centrale della nostra classe, di un segmento oggi sotto attacco, indebolito, diviso ma fondamentale se si vuole riprendere l’offensiva. Lo stesso attacco al diritto di sciopero che così pesantemente è stato posto in atto il 27 ottobre ci conferma sulla rilevanza di questo strumento checché ne pensi il mio giovane corrispondente e, dietro lo strumento, del soggetto sociale che pratica lo sciopero.

Se guardiamo dentro l’universo umano che è sceso in piazza, ritengo evidente che si tratta di capire, e di agire di conseguenza, se è all’ordine del giorno la possibilità di percorsi unitari che vadano oltre la contingenza e se si possono allargare le interlocuzioni.

È un fatto che le culture sindacali di riferimento dei soggetti in campo non sono omogenee, tutt’altro, ma, a mio avviso, non ripugna alla ragione un possibile doppio percorso:

  • sul piano generale un confronto fra modelli organizzativi, esperienze e prospettive volto a distinguere fra differenze di fondo e problemi contingenti, un confronto che, ad avviso di chi scrive, potrebbe dare risultati interessanti;

  • sul piano operativo, l’individuazione, per un verso, di zone di conflitto sulle quali è possibile un’azione comune e, per l’altro di temi, oggi centrale e immediata la libertà di sciopero e di organizzazione sui quali operare assieme.

Un percorso del genere potrebbe coinvolgere settori dei sindacati del, chiamiamolo così, altro cartello, quello che non è stato sullo sciopero del 27 ottobre ed ha preferito farne un altro, almeno quelli non del tutto convinti della giustezza di opporsi, nei fatti, alla libertà di sciopero e di organizzazione pur di salvare un qualche spazio di azione a livello aziendale.

È infine mio fermo convincimento, e lo dico rispettando le ragioni delle compagne e dei compagni che la vedono diversamente, che lo sciopero del 27 ottobre ha visto da parte del cartello promotore che con tutti i suoi limiti e difetti ritengo la miglior realtà sindacale in campo un deficit di fantasia sociologica, di capacità di giocare tutte le carte disponibili che ha portato a irrigidirsi inutilmente di fronte al tentativo di USB di sfilarsi dallo sciopero con motivazioni risibili. In fondo, non spostando di un paio di settimane lo sciopero in avanti si è fatto, lo si voglia o meno, un regalo alla dirigenza di USB che, con ogni evidenza, non voleva in alcun modo uno sciopero nella stessa data e le si è fornito una scusante per la sua azione di divisione e di subordinazione dell’azione sindacale all’azione del partito che la dirige visto che, guarda caso, lo sciopero del 10 è propedeutico alla manifestazione che il giorno seguente è stata organizzata dalla rete Eurostop, uno dei nickname della direzione di USB. Un errore che si deve assolutamente evitare di ripetere.

In concreto e nell’immediato, lo sciopero del 27 ottobre si è svolto in una fase difficile ma interessante. Non dimentichiamo che sono in scadenza i contratti del settore pubblico che coinvolgono milioni di lavoratori e che molte importanti vertenze si stanno sviluppando. A maggior ragione vi è uno spazio di crescita straordinario per un’opposizione sindacale e politica radicale, spazio che però non garantisce nulla se ad esso non corrisponde una curiosità intellettuale e capacità di iniziativa e sperimentazioni adeguate.

Cosimo Scarinzi