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Guerra d’Africa

Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad un teatrino goffo ed a tratti incomprensibile, con esponenti del governo italiano che hanno assunto, con grande clamore, posizioni molto critiche nei confronti del governo francese, suscitando le reazioni di quest’ultimo. A provocare quella che ha assunto le dimensioni di una crisi diplomatica ci sarebbero state da parte italiana dichiarazioni di sostegno alle dure proteste antigovernative in Francia, messaggi di denuncia della politica neocoloniale francese in Africa, così come altre affermazioni sul solito argomento della “equa ripartizione della responsabilità” riguardo all’immigrazione. Qualcuno in questa polemica ha giustamente fatto notare che anche lo stato italiano partecipa da oltre un secolo alla spartizione colonialista ed al saccheggio dell’Africa e, in effetti, se non ha avuto lo stesso ruolo dello stato francese o di altri paesi europei è solo perché gliene è mancata la forza.

Senza nulla togliere alla stupidità degli esponenti del governo italiano, credo che i motivi reali di questa vicenda siano da ricondurre allo sviluppo delle politiche neocoloniali in Africa. Va infatti considerato che lo stato italiano sta definendo e strutturando la propria strategia nella regione, dopo che dallo scorso anno si è ormai formalizzata una nuova politica militare italiana in Africa, con nuove missioni in Libia, Niger e Tunisia. In questi mesi l’Italia dovrà definire il proprio impegno sul campo con un decreto di autorizzazione e proroga delle missioni militari, un provvedimento che è già in ritardo e che darà il segno politico della continuità con il governo precedente PD–NCD. Probabilmente le tempeste diplomatiche e le dichiarazioni degli esponenti del governo italiano sono legate proprio al prossimo varo del decreto sulle missioni per il 2019.

Da fine 2018 le missioni militari italiane in corso non hanno formalmente copertura giuridica e finanziaria, Non è una situazione nuova, negli ultimi anni è successo in più occasioni che per qualche motivo vi fossero dei ritardi nell’emanazione di questi provvedimenti: anche recentemente per la copertura delle missioni per l’ultimo trimestre del 2018 è stato emesso il decreto dal Consiglio dei Ministri soltanto il 28 novembre. Questo non significa che effettivamente non vi sia copertura finanziaria per le missioni: per quelle i cordoni della borsa non si stringono mai, dopotutto ci sono obblighi e impegni presi a livello internazionale da onorare. Poi, di là dei decreti di autorizzazione e proroga delle missioni, che definiscono le singole missioni e la spesa necessaria per ciascuna, vi sono comunque i soldi già stanziati con la legge di bilancio a fine dicembre. Quelli già previsti non sono certo spiccioli, si parla di 997.247.320 euro per il 2019 e 1.547.247.320 per il 2020, cifre che poi potranno ovviamente essere aggiustate.

Lo scontro diplomatico tra Roma e Parigi non ci pone certo di fronte a una novità. Da un secolo e mezzo, assieme al razzismo ed all’interesse nazionale, la propaganda antifrancese è da sempre uno degli elementi ideologici necessari per la politica italiana in Africa. In questo modo oggi si punta anche a presentare l’ingerenza italiana come alternativa, magari preferibile, a quella francese.

L’Africa come terra dell’abbondanza che non viene sfruttata a dovere da popolazioni indolenti, pigre e arretrate, l’Africa come terra della ricchezza male amministrata e sprecata da tiranni avidi che non conoscono neanche il valore delle risorse di cui dispongono, l’Africa come terra del malgoverno dispotico che frena lo sviluppo e crea instabilità. Questi sono solo alcuni dei modelli culturali che dall’antichità si ripropongono, ogni volta che si presenta l’occasione in Italia di una strategia imperialista verso l’altra sponda del Mediterraneo, per costruire un’immagine dell’Africa funzionale all’ideologia egemonica.

Già nel II secolo a.c., per sostenere la seconda guerra contro Cartagine, a Roma si esaltavano le virtù del contadino romano e delle laboriose e fertili terre italiche, in contrasto con la rovina a cui erano condannate le pur fertilissime terre cartaginesi a causa dell’inoperosità di quella popolazione. Questi motivi culturali, che hanno radici anche molto lontane nel tempo ma che sono stati rielaborati in Italia nel corso del XIX secolo, hanno costituito la base per gli elementi ideologici del razzismo e dell’interesse nazionale che hanno caratterizzato il colonialismo italiano tra XIX e XX secolo.

Questi caratteri ideologici a livello ufficiale non sono mai stati elaborati, criticati, demistificati e superati, né con la fine della seconda guerra mondiale nel 1945, né con la chiusura definitiva della prima fase coloniale dello stato italiano negli anni Sessanta con la fine dell’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia (1960) e con il colpo di stato di Gheddafi in Libia (1969). Oggi quindi molti di questi motivi culturali si ripropongono: la questione dell’immigrazione, ad esempio, viene affrontata in Italia sotto la lente di una cultura ancora colonialista. Sotto questa luce è possibile leggere il particolare rilievo dato all’immigrazione proveniente dai paesi africani e comprendere l’importanza delle politiche di separazione sociale. Più in generale in questa ottica è possibile leggere le politiche razziste dei governi italiani in un quadro più complesso, all’interno del quale ha un ruolo importante la nuova politica coloniale in Africa.

La propaganda antifrancese che nasce alla fine del XIX secolo accompagna le prime mosse della politica coloniale italiana in Africa. La propaganda si scaglia dopo lo “Schiaffo di Tunisi” del 1881 contro il vicino fortunato, mai sazio di potere e ricchezza, che sottrarrebbe alla povera Italia quelle poche aree di sviluppo “naturale”. Tale propaganda all’epoca era orientata a livello interno per dare forza ai fautori della linea militarista ed aggressiva come Crispi ma anche verso gli altri stati europei, presso i quali lo stato italiano cercava un appoggio che permettesse lo sviluppo della propria politica coloniale. Oggi la situazione è molto diversa: la propaganda antifrancese parla anche ai paesi africani.

Le dichiarazioni degli esponenti del governo ed in particolare del ministro Di Maio sulle forme di dominio neocoloniale esercitate attualmente dallo stato francese in molti paesi africani, pur essendo strumentali e pur riguardando cose ben note, sono state accolte anche come il primo riconoscimento ufficiale da parte di un governo europeo del neocolonialismo francese. In un simile contesto il 7 febbraio si è formalizzata la crisi diplomatica tra Francia e Italia, quando l’ambasciatore francese è stato richiamato a Parigi. Si tratta di un atto forte a livello diplomatico, che probabilmente non parla tanto all’opinione pubblica, ai cittadini dei rispettivi paesi, quanto alle cancellerie degli altri stati; in questo senso forse, più che all’Europa, proprio agli stati africani. Quello stesso giorno il Presidente della Repubblica Mattarella interveniva al parlamento angolano durante una visita ufficiale, parlando a sostegno della politica italiana in Africa, parlando di “destino comune” di “sviluppo” e “cooperazione”. Bisogna ricordare che l’Angola ha un’identità storico politica caratterizzata dalla lotta per l’indipendenza, tradizionalmente è fuori dalla sfera d’influenza francese ed è uno dei paesi più ricchi dell’africa subsahariana.

L’Italia può presentare quindi una politica in Africa che contrasta quella francese, con partner caratterizzati come l’Angola o l’Etiopia, con interesse a aumentare il proprio intervento in Africa nella prospettiva dello “sviluppo” e della “cooperazione”. Può presentarsi quindi come alternativa al vecchio imperialismo aggressivo e, dopotutto, anche al tempo dell’invasione della Libia nel 1911 il Regno d’Italia provò senza successo a presentarsi alla popolazione araba come “liberatore” dal giogo ottomano.

La propaganda antifrancese di oggi, declinata nella forma della critica del dominio necoloniale francese, può servire a costruire “nuovi” mostri ideologici a sostegno della strategia italiana in Africa. In primo luogo il governo italiano può vestire i panni del “liberatore” nel tentativo di trovare un appoggio tra gruppi più o meno influenti negli stati africani e di trovare consenso tra la popolazione insofferente nei confronti del dominio francese. C’è in effetti un tentativo da parte di organizzazioni e testate giornalistiche vicine al governo italiano di dare voce a leader panafricanisti o presunti tali, per sostenere la linea di chiusura sulla questione immigrazione.

Si tratta di un tentativo di raccontare l’emigrazione dai paesi africani in senso “sovranista”; ossia come la scelta sbagliata di abbandonare il proprio paese, dovuta al neocolonialismo dei paesi europei (ovviamente non l’Italia!), che il governo italiano contrasterebbe duramente, come contrasta i movimenti migratori verso l’Europa. Questa costruzione ideologica è finalizzata a creare dei paladini “africani” della strategia italiana in Africa e delle politiche razziste in Italia. Al contempo, però, questo discorso permette all’attuale governo di presentare ai propri elettori la sua guerra “sovranista”.

La politica estera e militare italiana non cambia quando cambiano i governi, la necessità di una continuità strategica, l’inquadramento nell’UE e nella NATO, la dipendenza dagli USA, devono essere in genere rispettate da ogni governo. Per questo Lega e M5S continueranno in linea di massima la stessa politica del PD; creare nuove basi ideologiche permette però di marcare, almeno in apparenza, una differenza politica e tentare di ricavarsi maggior margine di manovra.

Quanto è reale allora il conflitto tra Francia e Italia in Africa? Credo sia difficile dirlo. Una possibilità è che dietro a questa tempesta diplomatica vi siano i contrasti nella costruzione e direzione della politica in Africa da parte dell’UE, con l’intervento ingombrante degli USA e della Cina, con il ruolo dell’Italia sempre legato alla NATO. Certo è che sia l’Italia sia la Francia stanno portando avanti politiche neocoloniali oggi, quindi il conflitto inscenato rientra nello scenario della spartizione e del saccheggio di quelle regioni e non mette in alcun modo in discussione i rapporti di dominio.

Dario Antonelli