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Il cuore della democrazia formale

“la verità è la rivelazione di ciò che rende un popolo sicuro,

deciso e forte nelle sue azioni e nelle sue cognizioni”

M. Heidegger, 1933  in una dichiarazione in favore di Hitler

Ad ogni tornata elettorale da diversi anni sempre più gente decide di astenersi dalle consultazioni elettorali. Il dato è significativo e strutturale: le ultime amministrative sanciscono che quasi il 50% degli aventi diritto non votano più. Il dato viene citato sul piano mediatico ma sembra evidente che il modo con cui viene riportato assume spesso un tono o di fastidio, di pericolo, o un uso strumentale per delegittimare l’uno o l’altro schieramento; il dato in se, che meriterebbe invece un ragionamento e un’analisi pubblica, viene di fatto snobbato sia dai giornalisti e sia dall’intellighenzia varia.

Come sosteneva Chomsky “quello che è sempre stato molto caratteristico, nella storia, è che le classi intellettuali si sono subordinate al potere, con pochissime eccezioni”[1] e noi sappiamo che quando intellettuali, media e politologi tacciono o si defilano su una o più questioni è un buon motivo per ritenere tali questioni meritevoli d’attenzione.

Questo astensionismo presenta due caratteristiche: l’una è che il dato italiano è sostanzialmente legato a quello europeo (l’aumento è generalizzato) e l’altra è che in Europa si tratta di una tendenza lenta ma costante e che assume una dimensione significativa in questi ultimi anni, al contrario degli USA dove è sempre stato un dato più o meno stabile e quindi strutturale da sempre.

Cercare di indagare il perché di questa differenza tra Europa e USA è compito già fatto in molte occasioni, meglio di quanto potrei in questa sede, ma soprattutto non è essenziale per il ragionamento corrente se non rilevare che la liberal-democrazia statunitense ha rappresentato dopo la seconda guerra mondiale la “patria” della democrazia moderna o “matura” come è uso intenderla oggi.

La disaffezione alla politica, intesa come spazio di governo nei suoi rispettivi gradi gerarchici – dai Comuni agli Stati passando per le Regioni – non può certo essere ridotta ad uno o due pseudo-schieramenti. Quelli di destra o di sinistra che non votano – discussione che va per la maggiore – o con la terza categoria del “menefreghismo” associato solitamente al “me ne vado al mare”. Si tratta invece di comprendere che semmai, pur con gradi diversi di motivazioni, il rigetto è proprio rispetto a questi schieramenti ufficiali, oltre al percepire il sistema democratico come ininfluente sotto il profilo degli interessi sostanziali di questi subordinati.
Detta con maggiore efficacia: buona parte dell’astensionismo non crede o non crede più nella democrazia rappresentativa come regolatore dei propri interessi. Non ci crede più, inoltre, in una parte presumibilmente rilevante, non per approfondite analisi, sottigliezze intellettuali o per chissà quale consapevolezza sopraggiunta. Quindi la domanda è: perché non ci crede più? Soprattutto, ha ragione?

Mi immagino la vulgata dei “costituzionalisti”, dei “democratici garibaldini” o dei sostenitori dei “valori resistenziali” scatenarsi nella retorica dei principi e dei valori salvifici del voto come fondamento della democrazia, come argine ai totalitarismi o ancora, come va per la maggiore tra gli ultras del “bene comune” l’affermazione che si debba pensare agli interessi collettivi e non ai propri personali dimostrando, ancora una volta, che quando si smette la critica della lotta di classe ci si perde nei meandri dei rapporti tra blocchi d’interesse – sostenitori dell’uno o dell’altro candidato – dimenticandosi dei rapporti di forza che sono eminentemente sociali ed estranei al comitato d’affari elettorale che, come è d’uopo, si presta se necessario a cavalcarli o disattenderli con “ogni mezzo necessario”.[2]
Ovviamente questi epigoni della democrazia formale cadono immediatamente in contraddizione dimenticandosi ogni volta che semmai il primo valore della democrazia, rispetto ai suoi concorrenti ufficiali – dittature o regimi di vario grado – è quello di garantire anche il diritto di astensione ed è, semmai, grazie a questa legittimità di “dissidenza formale” che si erge sopra forme di governo che non ammettono pluralismi. Per non girarci troppo attorno, prendiamo la Corea del Nord ed il suo 99,97% di affluenza al voto come tornaconto di quel bislacco assioma partecipazione al voto=democrazia.[3]

Se quindi assumiamo il dato della disaffezione e rigetto della democrazia rappresentativa come dispositivo di regolazione degli interessi di ormai quasi metà della popolazione di un paese e che le maggioranze governative di ogni ordine e grado rappresentano alla fine una ormai acclarata minoranza degli elettori, possiamo tranquillamente affermare che l’essenza di questo sistema politico non risiede né nella partecipazione – i fatti lo smentiscono – né alle forme che assume – che sia monarchica o repubblicana, che sia oligarchica o dispotica – e neppure ideologiche – che sia a conduzione socialdemocratica o liberale, che sia d’ispirazione nazionalista e xenofoba o progressista. Ciò che rende la democrazia formale universale è la propria subordinazione al capitalismo come regolazione dei rapporti di classe.
È quest’ultimo lo scoglio in cui il dibattito non è mai spendibile su qualsiasi piano della politica istituzionale, a meno che non si accetti di scendere nell’arena dei soloni da talk-show stile Fusaro, Bagnai, Travaglio & co. dove il male è il “globalismo”, il “mondialismo”, il neoliberismo, la finanza, la speculazione, i “poteri forti” ecc. e la cura solitamente il “sovranismo”, la “nazionalizzazione”, lo “statalismo” ecc.

Il dibattito però, mai concluso, in ambito sia liberale sia marxista sulla “democrazia incompiuta” – pensiamo a Norberto Bobbio – [4] riguarda la cosiddetta democrazia economica, quella che non esiste nelle fabbriche, nelle aziende, sul lavoro. Cioè quella che non può esistere pena rimettere in discussione il capitalismo stesso.

Va subito sgomberato il campo dalle analisi spesso complottarde che vedono nelle lobby di un qualche tipo il male assoluto, come se mettendo un freno o depotenziando le multinazionali, le quali tra l’altro sono connaturate allo sviluppo stesso del capitalismo, questo diverrebbe automaticamente più umano e accettabile.

Basta farsi un po’ di esperienza nel “glorioso” nord est, ex locomotiva delle PMI nell’Italia che “lavora” e trascina il sud, dipinto fino a ieri come zavorra ma oggi elettoralmente riabilitato, per accorgersi di quanto il piccolo non solo non sia bello ma semmai rappresenti ancor più la subordinazione a modelli aziendal-famigliari dispotici e totalizzanti: nessuna sindacalizzazione, accettazione conditio sine qua non di tempi, modi e condizioni padronali ecc. Patria di forte concentrazione migratoria della “prima ora” che ha riempito le aziende dei padroni leghisti di tanti migranti-lavoratori e che oggi ri-diventano lo spauracchio da agitare contro la nuova proletarizzazione che colpisce gli “autoctoni”, in un vortice di fallacie logiche e sociali degne solo di un elettorato completamente rimbecillito.

Da anni di tanto in tanto siamo afflitti dalla retorica di “realismo” in campo anarchico – con citazioni isolate dal contesto di pezzi di vecchi dibattiti che hanno visto Berneri, Merlino, Malatesta ed altri vecchi compagni allo scopo di discutere il tema dell’astensionismo come “valore”. Premetto allora che non c’è né afflato rivoluzionario né apologetico in questo corsivo: piuttosto la necessità di fare il punto della situazione rispetto ad una critica libertaria alla democrazia rappresentativa così come è oggi declinata nella sua fase evidentemente degenerativa.
È paradossale: quando questa critica è stata costitutiva del movimento anarchico nell’organizzare, progettare e propagandare l’alternativa comunista libertaria ci si trovava nel periodo di maggiore ascesa ed affermazione dei regimi democratici; oggi che questi regimi stanno mostrando tutta la loro fragilità e inconsistenza con una parte imponente del tessuto sociale ormai non più arruolabile ci si metta sull’attenti pronti a far proselitismo spicciolo, spacciando pragmatismo e “realismo” come armi al servizio di un “cambiamento rivoluzionario” (sic!) che può, in questi termini, trovare cittadinanza solo tra istanze grilline (l’ascesa dei 5stelle è emblematica) o di una socialdemocrazia perduta (si veda Podemos in Spagna o Syriza in Grecia ed oggi Potere al Popolo in Italia).

Nessuno può, in coscienza, ritenere l’astensionismo, anche giunto a livelli di guardia, di per sé propedeutico alle istanze nostre e cioè anarchiche. I motivi sono diversi, inanzituttos per la scarsa influenza che lo stesso anarchismo ha avuto in questi anni come alternativa possibile, in ritardo con un linguaggio che sapesse coinvolgere con un lessico divulgativo e preso, spesso, a fare i conti con i propri limiti da chiarire e le potenzialità da valorizzare. Tuttavia non si può non riconoscere il contesto favorevole laddove in uno scenario meno asfittico e di mera tattica difensiva come avviene in occidente, nella non troppo lontana Rojava una scintilla libertaria in chiave ecologica sociale e rivoluzionaria ha rimesso all’ordine del giorno possibilità e scenari di superamento degli stati-nazione, del capitalismo come paradigma “naturale” e del patriarcato come funzione gerarchizzante. Senza considerare che nella più vicina Grecia lo stesso movimento anarchico e più estensivamente antiautoritario ha assunto da anni un ruolo significativo in parti non irrilevanti di società, come interi quartieri, atenei e aziende autogestite, forme di mutuo appoggio sul piano abitativo e di solidarietà a migranti e profughi ecc.

Ciò che è possibile convenire, in modo ragionevole e senza difettare di analisi, è che un astensionismo a questi livelli può essere il terreno di una crisi, in particolare della crisi della democrazia formale. Il termine “crisi” nell’uso comune ha assunto un’accezione negativa, intesa come un peggioramento di una data situazione; se però invece riflettiamo sulla sua etimologia possiamo coglierne l’aspetto positivo, non solo come momento di riflessione, di analisi, di discernimento, ma come liberazione di energie, come viatico necessario per un miglioramento, per una rinascita, per una rivoluzione prossima.

È quindi necessario che il movimento anarchico riesca oggi a cogliere questa opportunità per affrontare sia sul piano semantico, tramite tutti i canali di comunicazione possibili, sia su quello delle pratiche e dell’azione diretta, l’attuale fase di crisi, di sfiducia istituzionale, di disaffezione verso la partitica (fondamento della democrazia formale) in modo più coordinato, incisivo e determinato.

Il buon Errico Malatesta scriveva a inizio del secolo scorso “Chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa” specificando che “i mezzi non sono arbitrari, ma derivano, necessariamente, dal fine cui si mira e dalle circostanze nelle quali si lotta; giacché ingannandosi sulla scelta dei mezzi, non si raggiungerebbe il fine propostosi, ma un altro, magari opposto che sarebbe conseguenza naturale, necessaria, dei mezzi adoperati.”[5]

In definitiva credere di poter far crescere la partecipazione sul piano sociale, facendo valere gli interessi di classe e spostando i rapporti di forza dalla parte degli sfruttati, attraverso il metodo della delega, dell’elettoralismo e della mediazione partitica è un doppio inganno: verso se stessi, perché i mezzi adoperati non essendo arbitrari ci porteranno su una strada che non è la nostra, dall’altro verso chi rivolgiamo lo sguardo perché faremmo credere loro dell’utilità di un mezzo che è, oggi, soprattutto l’unica arma dello stato per sancire la supremazia e l’irrinunciabilità del capitalismo sopra ogni altra alternativa.

Non è un caso che ad ogni tornata elettorale, come una stampella bipartisan, dal presidente della repubblica all’ultimo dei consiglieri comunali, dal primo ministro al più sgarrupato dei cronisti, sentirete invocare appelli al voto, al voto comunque, che sia a destra o a sinistra, che sia convinto o per turarsi il naso.

Tutti gli attori diretti e indiretti di questo spettacolo democratico vi diranno che votare è un obbligo a cui non si può rinunciare, battendo la lingua su tutte le declinazioni di democrazia possibili e inimmaginabili.

A chi poi sostiene, senza provare imbarazzo, la tesi della “lotta di piazza e di governo” con cui, per almeno 40 anni, la sinistra italiana ha prima illuso e poi tradito le masse, si può spiegare con semplicità che il risultato di quell’eccezionale tattica politica ha fatto riversare gran parte del proletariato dalle parti del “popolo” (Lega e 5stelle), quell’amalgama interclassista con cui storicamente le destre, e più precisamente i fascismi, vincono sempre. Quelle destre che sono oggi sempre più in crescita, guarda caso, appena rispunta il rischio di una crisi capitalistica che possa rimettere in discussione l’ordine delle cose.

Stefano Raspa

NOTE

[1] http://serenoregis.org/2010/07/07/noam-chomsky-parlare-di-verita-e-potere-intervista-a-cura-di-david-tresilian/

[2] Le stragi di stato, il compromesso storico, i referendum su acqua e nucleare sono alcuni dei tratti salienti della storia repubblicana con cui lo stato democratico decise di reprimere e disattendere i rapporti di forza netti all’interno della società e che erano maggioranza de facto.

[3] http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-19/corea-nord-elezioni-amministrative-affluenza-9997percento-174500.shtml?uuid=ACIhBDU

[4] BOBBIO, Norberto, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.

[5] “Il nostro programma”- http://federazioneanarchica.org/archivio/programma.html