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Poligoni militari, aree militarizzate e inquinamento del territorio

Pubblichiamo di seguito uno degli interventi tenuti al Convegno Antimilitarista di Milano dello scorso giugno. Tutti gli interventi sono stati raccolti in un testo recentemente pubblicato da Zero in Condotta.

Con un decreto firmato dal ministro Galletti, il decreto 91/2014, il governo Renzi ha equiparato le aree militari alle aree industriali.

Di fatto ha aumentato la soglia dell’inquinamento consentito, causata da proiettili, mortai, bombe, missili e ogni altro impianto sul territorio, in sostanza decuplicandola.

Molti di questi siti, per paradosso, ricadono in riserve e aree protette (in Sardegna come a Niscemi), si tratta di circa 250 siti, considerando anche quelli italiani, dove in certi casi non è permesso neanche il transito ai cittadini, o, raggiungendo il limite del ridicolo viene vietato di aggirarsi con i cani per non disturbare la fauna, mentre i carri armati possono transitare per mesi.

Moltiplicando le aree industriali del paese in questo modo il passato governo di centrosinistra raggiunge due obiettivi: mettere sotto al tappeto la contaminazione dei suoli delle aree militari, alzando anche di 100 volte i limiti di legge, e risparmiando cifre enormi per la bonifica di ettari di aree verdi dopo l’uso costante di materiale inquinante da parte delle attività militari.

A manovre finite, cioè dopo cannonate o aviolanci, i militari non dovranno neanche premurarsi di ripulire il territorio.

Ne sappiamo qualcosa in Friuli Venezia Giulia: presso il poligono del Cellina Meduna, in provincia di Pordenone, territorio che coinvolge tre Comuni, area SIC (Sito d’Interesse Comunitario) e, quindi, protetta dall’Europa, dopo alcuni decenni di esercitazioni militari sono stati rilevati valori molto elevati di metalli pesanti (l’Arpa regionale ha trovato anche radiazioni da Torio 232, dovute all’utilizzo di missili Milan fino al 2004).

Su questo “caso” specifico ci torneremo dopo.

Proviamo a inquadrare con alcuni dati la situazione.

Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale.

Sono la Sardegna e il Friuli Venezia Giulia le regioni italiane a più alta concentrazione di installazioni militari sul loro territorio. Il demanio militare occupa lo 0,261% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, su un totale di 300.492.

Il Friuli Venezia Giulia, con l’1,3% del territorio, e la Sardegna, con lo 0,958% di spazio del territorio di proprietà demaniale, sono le regioni maggiormente interessate dalla presenza militare. Seguono, ad una certa distanza, Lazio e Puglia, mentre tutte le altre regioni sono molto al di sotto della media nazionale. Per quel che riguarda le servitù militari, i territori estranei al demanio militare ma gravati da limitazioni alla libera fruizione, esse occupano in media lo 0,15% del territorio nazionale. In questo caso, la Sardegna è gravata molto più della media, con uno 0,65% di territorio interessato, seguita a distanza da Friuli Venezia Giulia con lo 0,365%.

Il poligono militare per eccellenza, dove possono essere svolte attività di addestramento interforze e multinazionali, è quello di Capo Teulada, in Sardegna. Altri poligoni, ugualmente rilevanti per esigenze addestrative definite “complesse”, sono quelli di Capo Frasca e di Salto di Quirra, anch’essi in Sardegna, di Tor di Nebbia in Puglia, di Monteromano nel Lazio e del Cellina-Meduna in Friuli Venezia Giulia.

Il poligono di Capo Teulada occupa un’area di 72 chilometri quadrati, ai quali vanno aggiunti 58 chilometri quadrati di area a mare permanentemente interdetta, oltre ad ulteriori 90 chilometri quadrati utilizzabili nel corso delle operazioni a fuoco che si svolgono nel poligono. In funzione del tipo di esercitazione, l’ampiezza massima dell’area a mare interdetta può giungere fino a 1.300 chilometri quadrati, nel caso, ad esempio, di esercitazioni di unità navali di durata non superiore ad una settimana.

Il poligono interforze di Salto di Quirra, a ridosso del piccolo centro di Perdasdefogu in Sardegna, è di tipo permanente e si sviluppa su una superficie di 11,6 chilometri quadrati a terra, cui vanno aggiunte 9.946 miglia quadrate a mare per l’addestramento di unità nazionali ed estere, per i collaudi di prototipi e di missili e bersagli, per attività legate alla ricerca scientifica, collaudo e sperimentazione del munizionamento navale e terrestre a media e lunga gittata e sperimentazione di sistemi missilistici.

Anche se non fa parte dei poligoni, va citato il sito della Maddalena, con l’arsenale e le scuole di sottufficiali della Marina militare.

Il poligono di Tor di Nebbia, in provincia di Bari, è invece “occasionale”. Non è un’area demaniale e per utilizzarlo la Difesa corrisponde indennizzi. Ha un’estensione di 90 chilometri quadrati per lezioni di tiro con armi individuali e di reparto, per tiri di armamento principale per i mezzi corazzati e blindati, per la scuola di tiro anche di artiglieria terrestre fino a 155 millimetri di calibro.

Il poligono di Monte Romano, in provincia di Viterbo, copre un’area di 46 chilometri quadrati. È un poligono permanente per lo svolgimento di diverse attività di addestramento fra le quali anche il maneggio e l’impiego di esplosivi. Il poligono del Cellina-Meduna, in provincia di Pordenone, è una struttura permanente che però sta per essere declassata ad area addestrativa e non sarà più utilizzabile per effettuare attività a fuoco. La superficie coperta da questo poligono è di 18,67 chilometri quadrati.

ESERCITO

Utilizza attualmente, su tutto il territorio nazionale, 32 aree addestrative, più di 107 poligoni, di cui 15 “in galleria”, realizzati all’interno di infrastrutture militari e che per questo non comportano gravami di servitù militari. Il numero elevato di tali infrastrutture è riconducibile all’esigenza di disporre di aree limitrofe ai reparti utilizzatori, fattore determinante che incide notevolmente sui costi dell’addestramento.

MARINA MILITARE

Su tutto il territorio nazionale le servitù relative alla Marina occupano una superficie complessiva di 8mila ettari. Un’estensione che nell’ultimo quinquennio ha subito una riduzione del 13%, pari al 18% del totale delle servitù militari. La Sardegna registra la maggiore incidenza (47%), seguita dalla Sicilia e dal Lazio, rispettivamente con il 21% e il 12%. Attualmente sono 12 i depositi di munizioni della Marina che richiedono l’imposizione di servitù militari. La più importante fra queste strutture è quella di Guardia del Moro, nell’arcipelago della Maddalena, l’unico in grado di rispondere a tutti i requisiti operativi logistici. Per l’addestramento della componente anfibia, la Marina dispone di due sole aree, di limitata estensione: le isole Cheridi, nel golfo di Taranto (500 ettari) e Torre Cavallo, Isola Pedagne, nei pressi di Brindisi (13 ettari).

AERONAUTICA MILITARE

La presenza sul territorio nazionale è destinata ad un progressivo ridimensionamento, a partire dal cambio di status, da militare a civile, di 15 aeroporti, previsto dal protocollo d’intesa sottoscritto nel 2004 tra i ministri della Difesa, dei Trasporti e dell’Economia. Le servitù connesse alle attività dell’Aeronautica riguardano, oltre ad alcuni scali aeroportuali, depositi carburanti e munizioni, nonché impianti per le telecomunicazioni, l’assistenza al volo e la difesa aerea. l’Aeronautica militare addestra i propri piloti per attività di tiro aria/superficie nei poligoni della Sardegna (Capo Frasca, Salto di Quirra e Capo Teulada) ed in minima parte presso il poligono di Punta della Contessa (Brindisi), mentre per l’addestramento di tiro aria/aria, sempre in Sardegna, si utilizzano il poligono a mare di Capo S. Lorenzo e le aree addestrative sul mare a ovest di Decimomannu.

Torniamo quindi al decreto e alle sue conseguenze già in atto.

Il decreto prevede, infatti, che nelle aree militari si deve far riferimento ai limiti della colonna B della tabella relativa alle soglie di contaminazione dei suoli del decreto Legislativo 152/2006, quella relativa alle aree industriali, e non già alla colonna A, quella con i limiti per le aree residenziali e a verde.

Facciamo un esempio.

Nelle aree a verde la soglia per il Cobalto è 20 mg/kg mentre per le aree industriali è 250 mg/kg, più di 10 volte. Per la sommatoria dei composti policiclici aromatici (tra cui diversi tossici e/o cancerogeni) addirittura il limite per le aree industriali è più alto di 100 volte (1 mg/kg contro 100 mg/kg). Il benzene, cancerogeno di prima classe per lo IARC, ha un limite più alto di venti volte (0,1 mg/kg contro 2 mg/kg). Per il tetracloroetilene, un altro sospetto cancerogeno e tossico per il fegato, il limite è 40 volte più alto.

Aree con ampie zone verdi coperte da macchia mediterranea e boschi oppure a carattere magredile, cioè con un livello di biodiversità unico in tutta Europa e perciò tutelate, apparentemente, come ZPS (Zone a Protezione Speciale).

Ritorniamo al “caso” friulano.

Nel marzo 2013 a seguito di rilevamenti condotti dalla Brigata Corazzata Ariete si evidenziano sforamenti notevoli di inquinamento da metalli pesanti nel poligono di tiro Cellina-Meduna situato in provincia di Pordenone e comprendente aree SIC (Sito d’Interesse Comunitario) e ZPS (Zone Protezione Speciale).

Il SIC del “Cellina-Meduna”, con vicino il SIC delle Risorgive del Vinchiaruzzo, sono gestiti dalla Regione Friuli Venezia Giulia, già in precedenza l’Associazione Naturalistica Cordenonese (su posizioni ambientaliste e in parte giustificazioniste verso i militari) chiede da tempo che si provveda quanto prima a emanare un regolamento che stabilisca le attività vietate e quelle consentite all’interno dell’area e nelle zone limitrofe. I due fiumi che scorrono in questa zona, il Cellina ed il Meduna, formano depositi ghiaiosi con una notevole biodiversità, rappresentata da molte specie faunistiche e vegetali iscritte a diverse liste di specie da salvaguardare. 
Le aree interessate dal campionamento sono state recintate con paletti di ferro e filo spinato per impedire l’accesso a uomini e animali, anche posizionando cartelli di divieto di accesso nel raggio di 300 metri. La zona verrà preclusa ad ulteriori attività di addestramento per evitare incrementi dei valori di soglia.

Il Gruppo di Mutuo Soccorso (che si colloca su posizioni ecologiste sociali e antimilitariste) pone la questione e pretende che la tabella dati dell’esito delle analisi condotte venga resa pubblica ricevendo atteggiamenti non collaborativi da parte delle istituzioni e dei militari. Successivamente, per colmare il vuoto informativo e istituzionale, vengono organizzate dal Gruppo di Mutuo Soccorso, due iniziative pubbliche, la seconda delle quali, che aveva per oggetto il successivo rilevamento di inquinamento da Torio 232, con notevole partecipazione popolare. 
Presenti, oltre alla giornalista Marica Di Pierri, il medico Isde Gustavo Mazzi e il rappresentante ambientalista locale Giuseppe Rizzardo. A distanza di ormai 4 anni si sta ancora aspettando l’esito delle ulteriori analisi circa l’inquinamento da metalli pesanti da parte dell’Arpa FVG, che si è adoperata per approfondire il più urgente argomento relativo all’inquinamento da Torio 232. Nel frattempo il decreto legge 91 aumenta le soglie di inquinamento equiparando le zone militari ad aree industriali.



Un altro “caso”, quello del “poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra”. Si tratta di un poligono delle forze armate italiane costituito nel 1956 che sorge in un territorio compreso tra le province di Cagliari e Ogliastra. Comprende la base e il poligono “a terra” di Perdasdefogu, il distaccamento dell’Aeronautica Militare di capo San Lorenzo con il dipendente poligono “a mare”. E’ il poligono permanente life fire, adibito alle esercitazioni nazionali e internazionali con vero munizionamento da guerra, più vasto d’Europa. Fin dalla sua inaugurazione ha svolto un ruolo rilevante nella storia delle attività spaziali in Italia. Dalla fine degli anni ‘50 fino agli anni ‘60 il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Aeronautica Militare e la NASA hanno lanciato programmi per ricerche nell’alta atmosfera mediante razzi sonda e lanci di nubi di litio-sodio, effettuati con missili americani Nike-Cajun. Verso la metà degli anni ’60 l’Italia ha portato avanti in assoluta segretezza sperimentazioni e tentativi per dotarsi dell’atomica, fortunatamente sventati dall’USA. Oggi opera sia nel settore della sperimentazione a terra ed in volo di sistemi d’arma complessi, che in quello dell’addestramento all’impiego di ogni tipologia di armamento per l’uso aereo, navale e terrestre. Nel corso degli anni il salto di Quirra ha ospitato sperimentazioni belliche e addestrato soldati di tante nazionalità. Oltre alle forze armate (della Nato e non) il poligono è messo a disposizione delle ditte private produttrici di sistemi d’arma, sia per sperimentazioni, sia come market e show room. Migliaia di esplosioni di missili terra aria e anticarro – pure i famigerati Milan francesi che rilasciavano torio radioattivo – hanno provocato conseguenze letali su uomini, animali e territorio.

Sotto l’area del poligono si trova un complesso di grotte tra i più sviluppati della Sardegna e dell’Italia, noto col nome di “Is Angurtidorgius” [1], di grande interesse scientifico anche per la presenza di specie animali endemiche, rare e/o minacciate. Nel 2009 la grotta ha subito importanti fenomeni di crollo, attribuiti dai gruppi ambientalisti al lancio di precisione di proiettili sulla volta, avvenuto durante le esercitazioni militari.

Le indagini epidemiologiche e sanitarie precedenti al 1993 non hanno rivelato situazioni allarmanti; le notizie sull’insorgenza di tumori sono emerse, nel 2000, a seguito della pubblica denuncia dell’allora sindaco di Villaputzu [2]. Nel 2011 sono stati resi noti i risultati delle indagini svolte dai medici veterinari delle ASL di Lanusei e Cagliari su indicazione dell’agenzia Nato e Namsa, che hanno stabilito una coincidenza statisticamente significativa tra malformazioni negli animali e tumori emolinfatici nei pastori stanziati presso determinati ovili. Risulta colpito da tumore il 65% dei pastori nell’area a mare Quirra-S.Lorenzo; nell’area dell’altopiano (Perdasdefogu) la percentuale “scende” al 30%. L’indagine anamnestica conferma i dati denunciati fin dal 2001 e progressivamente aggiornati dal comitato Gettiamo le Basi e dai media regionali.

Fra le cause ipotizzate figurava l’inquinamento da nano-particelle e l’utilizzo di proiettili contenenti uranio impoverito durante la sperimentazione di armamenti esercitata nel poligono [3]. Comitati e società civile però rivendica il fatto che le ipotesi di radiazioni ionizzanti e elettromagnetiche (radar, sistemi d’arma ecc) sono state avanzate da loro anche perché le nano particelle sono state individuate verso il 2004/05 dopo le ricerche della dottoressa M.A Gatti sui tessuti biologici di militari, residenti e del bestiame[4][5].

Nel gennaio 2011, la procura della Repubblica di Lanusei, ha iniziato un’inchiesta, legata alla cosiddetta sindrome di Quirra, una sindrome che colpisce indistintamente giovani e anziani e che presenterebbe somiglianze con le patologie contratte dai militari di ritorno dai Balcani, dall’Afghanistan o dall’Iraq e dai militari in servizio e civili residenti nei pressi degli altri grandi poli militari della Sardegna, Capo Teulada, Capo Frasca, La Maddalena (base atomica Usa fino al 2008). L’ipotesi di reato si è basata sull’insorgenza di linfomi, leucemia, malformazioni ed altre patologie tra i militari, i lavoratori civili della base, i pastori concessionari del pascolo nell’area del poligono ed i civili abitanti dei centri vicini.

Nel febbraio del 2011 sono state scoperte e sequestrate diverse discariche illegali di materiale bellico, ubicate sia a terra sia in mare. In particolare è stata sequestrata ed interdetta alla navigazione un’area di 100 ettari di fronte a Capo San Lorenzo, il cui fondale conserva un gran numero di residui bellici di varie dimensioni.

Nel marzo 2012 il Procuratore Domenico Fiordalisi, in seguito alle risultanze delle analisi svolte dal professor Evandro Lodi Rizzini, fisico di Brescia e del CERN di Ginevra, che ha portato alla luce dati allarmanti sul poligono, ha indagato 20 persone con l’ipotesi di omicidio plurimo ed omissione di atti d’ufficio per mancati controlli sanitari.

Il 5 maggio 2012, il procuratore ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 20 indagati. Il 30 maggio 2012 la Commissione d’inchiesta del Senato ha approvato all’unanimità la relazione redatta dal democratico Gian Piero Scanu sulla chiusura dei poligoni di Capo Teulada (CA) e di Capo Frasca (OR) e sulla riconversione di Perdasdefogu-Salto di Quirra in polo di ricerca, anche per nuovi sistemi d’arma.

Nel luglio 2014 è stato comunicato il rinvio a giudizio di tutti i comandanti del PISQ di Quirra e, dopo due anni di udienze, il Gup assolve senza processo 12 dei 20 incriminati dalla Procura.

Nel Novembre 2016 il Giudice del Tribunale di Lanusei ha stabilito che i Comuni non saranno responsabili civili nonostante abbiano autorizzato il pascolo all’interno del poligono militare. Situazione diversa per le responsabilità statali: è stata infatti giudicata fondata la citazione come responsabile civile del Ministero della difesa.

La situazione ad ogni modo non si esaurisce con la militarizzazione italiana, anche se si rende necessario occuparsene in modo più serio e continuativo visto che spesso è considerata un’attività secondaria.

I dati più recenti disponibili attestano che sono più di un centinaio (107, per l’esattezza) le basi militari non italiane distribuite sul territorio italiano. Da quelle della Nato a quelle dell’aviazione degli Stati Uniti e della Marina degli USA, dalla Nsa (National security agency, l’Agenzia di sicurezza nazionale) alla Setaf (Southern european task force, Task force sud europea). Si tratta di basi gestite direttamente da eserciti stranieri e senza alcun controllo da parte delle autorità italiane e neppure formalmente dalla Nato.

La questione sollevata da questi accenni di relazione impongono a tutti noi alcune riflessioni dirimenti: quanto conosciamo realmente dell’inquinamento di aree vaste del nostro territorio, dopo oltre mezzo secolo di esercitazioni e movimentazioni militari quasi completamente segretate, insabbaiate e monitorate in modo del tutto insadeguato soltanto dagli anni 2000 di questo nuovo secolo? Quali conseguenza andremo incontro dopo il decreto “salva-militari” del governo Renzi che getta la spugna sugli oneri di bonifica da parte della Difesa?
 Mentre i finanziamenti per l’export di armi, l’acquisto di F-35 e lo stanziamento per sempre maggiori missioni di guerra aumentano, si capisce bene la necessità di sgravare il governo da possibili spese, che si attesterebbero su livelli estremamente elevate, e togliendo responsabilità al militarismo di stampo tricolore.
 Spetta ancora una volta a noi antimilitaristi, pacifisti ed ecologisti trovare mezzi e risorse per inchiodare i governi, i militari e i capitalisti che ci sguazzano alle proprie responsabilità, considerando che ne va della vita di milioni di persone che sono da decenni a rischio salute in prossimità di questi siti e di queste attività.

Stefano Raspa

Fonti

– DECRETO-LEGGE 24 giugno 2014, n. 91 “Disposizioni urgenti per il settore agricolo, la tutela ambientale e l’efficientamento energetico dell’edilizia scolastica e universitaria, il rilancio e lo sviluppo delle imprese, il contenimento dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, nonche’ per la definizione immediata di adempimenti derivanti dalla normativa europea. (14G00105)”

http://www.minambiente.it/sites/default/files/dl_24_06_2014_91.pdf

– Le basi della guerra-3. Occupazioni militari in casa, di P. Stara in Umanità Nova, n.3 del 27 gennaio 2008, anno 88

– Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali – http://ejolt.cdca.it

– https://mutuosoccorso.wordpress.com/2014/03/18/magrediareaverde/

https://mutuosoccorso.wordpress.com/2014/02/09/comunicato-stampa-conferenza-inquinamento-magredi/

– Dal militare al civile – La conversione preventiva della base USAF di Aviano – Ricerche e progetti, a cura di Andrea Licata – Kappa Vu, Udine, 2006

http://www.tecalibri.info/L/LICATA-A_militare.htm