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Le fanfare dei fanfaroni

Non si può non notare lo stridente contrasto tra i roboanti proclami dello scorso settembre, quando veniva varata la nota di aggiornamento al DEF, e l’assordante silenzio delle fanfare dei fanfaroni al governo adesso che è stata varata la legge di bilancio 2019.

E’ vero che, dopo una trattativa con la Commissione Europea, hanno dovuto ridurre il deficit atteso per l’anno 2019 da 2,4% a 2,04%. Si può però seriamente dubitare che la maggior parte degli elettori abbia conoscenze matematiche così elevate da comprendere che si tratti di due cifre diverse e con una differenza tra le due maggiore di 6 miliardi di Euro.

Dal punto di vista della comunicazione politica, si sono limitati a dire che avevano sovrastimato le uscite per le misure di maggior spesa previste (cioè il reddito di cittadinanza e quota 100) e che, facendole partire a aprile, avrebbero risparmiato abbastanza per rispettare i parametri europei senza modificare il contenuto della manovra. Il problema però è che le cose non stanno così, ed è questo il motivo dei mancati proclami.

Dei 6 miliardi e mezzo che gli servivano, dal posticipo di Reddito di Cittadinanza e Quota 100 ne otterranno 3,6; gli altri (e qualcosa in più, ma necessari per ridurre il rapporto Debito/PIL ed evitare la procedura d’infrazione) arriveranno dalle vendita ai privati di beni dello stato. Nella versione precedente avevano previsto ricavi da privatizzazioni per 640 milioni di euro, nella nuova versione ritengono di poter vendere beni per 18 miliardi di euro. Tranne qualche partita di giro fatta cedendo alcuni immobili pubblici alla Cassa Depositi e Prestiti (che formalmente non è più pubblica) e riaffittandoli contestualmente, risulta quasi impossibile che riescano a collocare azioni o pezzi di patrimonio pubblico per quella cifra entro la fine dell’anno. Hanno inserito questa voce solo per guadagnare tempo con Bruxelles, ma il tempo guadagnato adesso lo ripagheranno, con gli interessi, dopo.

E’ proprio sul “dopo” che questa manovra getta una grossa incognita: c’è un carico fiscale enorme spostato sui bilanci dei prossimi anni per trovare le risorse per garantire la prosecuzione delle misure.

E’ previsto, per il prossimo anno, l’aumento dell’IVA di 3,3 punti percentuali (arriverebbe al 25,3%) ed un ulteriore aumento di 1,5% per il 2021 (arriverebbe al 26,8%). Per evitare di far aumentare l’IVA dovrebbero trovare, nel 2020, 23 miliardi di Euro (tanto per capire l’ordine di grandezza delle cifre: è il doppio di quanto verrebbe speso per reddito di cittadinanza e quota 100 quest’anno) e nel 2021 altri 15 miliardi di euro.

In più, con buona pace dei gilet jaunes, scesi in piazza contro l’aumento dei prezzi del carburante in Francia, e delle promesse elettorali di Salvini (“aboliremo le accise”), sono stati previsti i consueti rincari dei carburanti a partire dal 2020.

Va poi considerato che, con la fine del quantitative easing (la fine, cioè, dell’acquisto dei titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea) sicuramente aumenteranno i tassi d’interesse (la cui spesa, per il 2019, è prevista nel bilancio pari a quella del 2017 quando i tassi d’interesse erano al minimo) con il conseguente aumento della relativa voce di spesa. Due punti di interesse in più significano una maggior spesa annua di circa 8,5 miliardi di euro per il bilancio dello stato. Se a questi soldi aggiungiamo i 4 miliardi di Euro necessari al salvataggio della Carige, abbiamo un quadro nerissimo delle risorse che dovranno trovare l’anno prossimo.

Questi aumenti previsti però non sono solo un boccone avvelenato lasciato per chi dovrà fare la legge di bilancio il prossimo anno: già da quest’anno ci saranno problemi. È stato infatti previsto che, a luglio 2019, verrà fatta una verifica di bilancio per controllare la rispondenza tra le entrate e le uscite attese nel corso dell’anno e sono stati accantonati 2 miliardi di euro per compensare eventuali squilibri. Siccome gli accantonamenti saranno sicuramente insufficienti a compensare gli scostamenti, si dovrà fare una manovra aggiuntiva anticipando alcuni aumenti previsti per l’anno successivo e tagliando qualcuna delle spese già decise.

Dal punto di vista economico non ha alcun senso varare delle misure ad aprile e ridimensionarle sensibilmente a luglio. Dal punto di vista della politica invece ce l’ha, visto che a fine maggio ci sono le elezioni europee ed entrambi i partiti al governo puntano a fare il pieno di consensi.

Per la Lega, che si è caratterizzata principalmente con la politica razzista contro i migranti, i problemi elettorali sarebbero minori che per i 5 stelle che hanno progressivamente e passivamente calato le braghe su tutti quelli che, fino al giorno prima delle elezioni, erano punti irrinunciabili del programma elettorale ed hanno la necessità assoluta di qualificare la propria azione politica al governo attraverso il Reddito di Cittadinanza.

Guardando le proposte che circolano per il Reddito di Cittadinanza, si capisce il fine esclusivamente elettorale dell’operazione. In Italia, gli stranieri poveri in termini assoluti sono circa il 30% (nel meridione sono quasi il 50%: uno straniero su due). Se avessero veramente voluto ridurre il disagio sociale non li avrebbero esclusi dalle misure di sostegno: non stanno combattendo la povertà, stanno solo facendo campagna elettorale con qualche mese d’anticipo.

Cerchiamo di spiegare meglio cosa vogliono fare. Ci sono vari modi, statisticamente, di intendere la “povertà”. C’è la povertà “relativa” che è la condizione di chi vive con meno del 60% del reddito mediano. In Italia adesso viene considerato relativamente povero chi vive, da solo, con meno di 827 euro al mese (9.924 euro l’anno). Questa cifra cambia in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare. Una coppia con un figlio piccolo è considerata relativamente povera se vive complessivamente con meno di 1.489 euro al mese (17.868 euro l’anno). In Italia sono in condizione di povertà relativa 9 milioni 380mila individui distribuiti in 3 milioni 171mila nuclei familiari.

Poi c’è la povertà “assoluta” che è la condizione di chi non riesce ad avere un reddito sufficiente ad acquistare un paniere di beni e servizi considerati indispensabili. La povertà assoluta varia da zona a zona e se si vive in grandi città od in piccoli centri. Una persona che vive sola in un piccolo centro del mezzogiorno è considerata assolutamente povera se guadagna meno di 580 euro al mese. Un individuo che vive in una metropoli del nord è considerato assolutamente povero se guadagna meno di 826 euro al mese. Anche in questo caso si tiene conto del numero di componenti del nucleo familiare. Una coppia con un figlio piccolo che vive in una media città del centro Italia è considerata in condizione di povertà assoluta se guadagna meno di 1.302 euro al mese. In Italia sono in condizione di povertà assoluta 5 milioni 58mila individui distribuiti in 1 milione 778mila nuclei familiari.

Il reddito di cittadinanza era stato pensato per aiutare le persone in condizione di povertà “relativa”, tant’è che la cifra di 780 euro al mese identica per tutta Italia (indicata nella proposta iniziale) è la soglia di povertà relativa rilevata dall’ufficio statistico dell’Unione Europea per il 2014 (adesso è di 812 euro). Per ridurre il numero di beneficiari hanno deciso di utilizzare la povertà “assoluta” come criterio per assegnare il beneficio ma l’ammontare dell’assegno unico per tutti è rimasto quello della povertà “relativa”. Oltretutto la cifra che effettivamente andrà ai nuclei familiari degli interessati sarà più bassa (500 euro) di quella inizialmente prevista e sarà ulteriormente divisa tra una componente a sostegno del reddito ed una a sostegno dell’affitto (o del mutuo). Questa sovrapposizione di criteri e misure dimostra la necessità di fare qualcosa comunque ed in fretta pur non avendo sufficienti risorse a disposizione.

Aldilà della scarsità di risorse, il problema sono le modalità di erogazione: il Reddito di Cittadinanza non è altro che un meccanismo di controllo sociale applicato a chi vive in condizioni di fortissimo disagio e che non vedrà un miglioramento della propria condizione, ma una sua cronicizzazione con la perdita di libertà fondamentali per l’individuo.

Nessun componente maggiorenne del nucleo familiare (compresi i figli minori di 26 anni che vivono da soli, ma non hanno a loro volta figli) avrà la possibilità di scegliere dove vivere, studiare o lavorare ma dovrà obbedire incondizionatamente a quello che gli verrà chiesto. Tutti i componenti del nucleo familiare dovranno recarsi alle convocazioni delle agenzie dell’impiego ogni volta che questi vorranno parlarci od a tutti i corsi di formazione cui decideranno di mandarli (pena la perdita del beneficio). Dovranno anche essere a disposizione del comune di residenza per otto ore la settimana per attività che, verosimilmente, verranno sottratte a lavoratori comunali regolarmente remunerati. Potranno perdere il reddito se comprano un auto che non abbia almeno due anni ed una cilindrata inferiore a 1600 cc, se possiedono una moto con più di 250 cc di cilindrata, se hanno soldi in banca, se vanno in barca.

Oltretutto il reddito verrebbe erogato attraverso una sorta di “carta di cittadinanza” che, ad eccezione della possibilità di prelevare 100 euro in contanti al mese, darà modo di controllare il tipo di acquisti fatti e, se i centri per l’Impiego non li riterranno consoni allo status sociale del beneficiario (se sei povero devi essere povero in ogni occasione della tua vita!), possono intervenire, farti mettere sotto indagine e sospendere il beneficio.

Anche la tanto celebrata “quota 100” sarà una grossa delusione per quanti aspettano di andare in pensione. Non modificando i coefficienti di calcolo previsti dalla Legge Fornero, chi ne usufruirà vedrà pesantemente decurtato il proprio assegno pensionistico (prenderà circa il 60% di quanto prendeva di stipendio non calcolando indennità e straordinari). I dipendenti pubblici risultano particolarmente penalizzati: la possibilità, per loro, di fruire di Quota 100 viene rinviata a luglio 2019 ed il pagamento del TFR rinviato di alcuni anni, a quando il dipendente pubblico sarebbe andato in pensione con la Fornero.

Fatta così la riforma pensionistica favorirà solo le ristrutturazioni aziendali. Le aziende potranno mandare via lavoratori che avessero maturato “quota 100” senza alcun problema: li mandano in pensione, non li licenziano, con buona pace di quei lavoratori che avrebbero deciso di continuare a lavorare per non vedersi decurtato il loro salario differito.

Le tanto decantate politiche sociali del governo razzista populista si riveleranno presto per quello che sono: una presa in giro che fa leva – va comunque tenuto presente – su bisogni reali. Il fatto che questi bisogni non siano stati considerati rilevanti dai governi precedenti ha determinato il successo elettorale dei partiti populisti. Incidentalmente segnalo che il PD, in pieno tentativo di eutanasia politica, ha proposto di destinare i soldi del reddito di cittadinanza alle imprese.

I fatti però hanno la testa dura: i bisogni reali resteranno tali e non saranno soddisfatti da queste misura di propaganda elettorale. La carità dei fanfaroni, che suonino o meno le loro fanfare, serve a mantenere il sistema esistente. La giustizia sociale è un’altra cosa.

Fricche

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