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La crisi della grande distribuzione

In un articolo apparso recentemente sulla rivista Collegamenti Wobbly, Stefano Capello ha descritto efficacemente lo straordinario sviluppo della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in Italia nel periodo precedente alla “grande crisi” del 2007/2008. Questo sviluppo ha portato all’esplosione di un numero sproporzionato, a volte demenziale, di punti vendita (ipermercati e centri commerciali) nelle periferie delle grandi città. Fra le cause di questa esplosione Capello elenca: “la liberalizzazione del commercio con la riduzione progressiva di ogni limite di orario di apertura e di tipologia di vendita, i finanziamenti pubblici volti alla riqualificazione delle aree dismesse dell’industria, la comodità per la criminalità organizzata di utilizzare la GDO come lavatrice per il riciclaggio del denaro sporco”.[1] Per quanto riguarda le amministrazioni comunali, da quando il settore è stato liberalizzato nel 1999, le licenze edilizie sono state concesse a pioggia, ma ai Comuni fa anche comodo avere i centri commerciali sul proprio territorio: un ipermercato di grandi dimensioni a Milano paga di IMU e tasse per rifiuti qualcosa attorno al milione di euro l’anno. Sulla opportunità offerta alla criminalità organizzata basta segnalare che, nel 2015, l’economia sommersa e illegale in Italia (dall’evasione fiscale al traffico di stupefacenti, dal contrabbando al gioco d’azzardo, alla prostituzione ecc.) ammonta a oltre 200 miliardi di euro, secondo il report dell’ISTAT. Lo stesso report calcola che questo tipo di economia vale il 12,9% del PIL. Un aumento spettacolare dal 2013: circa tre volte e mezzo in due anni! Senza volere in questa sede entrare in considerazioni di carattere etico, che comunque il capitalismo ha sempre dimostrato di tenere in poco conto, è probabile però che la stima dell’ISTAT sia comunque approssimata, ma per difetto.

Tutto questo però comunque appartiene già al passato – oggi la crisi della GDO è reale. L’utile netto della GDO era + 1,4% nel 2006, poi + 0,8% nel 2010, per scendere poi sotto lo zero: -0,1% nel 2013 e -0,5% nel 2014. I punti vendita della GDO (ipermercati, supermercati, outlet, libero servizio) erano 29.366 nel 2011, poi il calo fino ai 27.668 del 2015. Nel 2005 in Italia si aprivano 57 centri commerciali, nel 2014 appena 5 e siamo a quota 870 per un valore complessivo di 40 miliardi e con 324.000 dipendenti, esclusi quelli dell’indotto. La media del consumo di superficie occupata dalla GDO è di 484,6 mq ogni mille abitanti in Veneto, 466,4 mq in Lombardia, 414,6 mq in Piemonte: una densità esagerata che in alcuni territori diventa appunto demenziale come a Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese (17 centri commerciali in un’area che si copre in 20 minuti di macchina) o nel triangolo veneto Mestre-Marghera-Marcon con tre parchi commerciali entro un raggio di 10 km (166.000 mq e 361 negozi) per un bacino d’utenza che non supera i 300.000 cittadini. Nel 77% dei casi le insegne dei negozi si ripetono, sono sempre gli stessi marchi già noti al grande pubblico. In particolare, per quanto riguarda Auchan, dal 2010 al 2014 il giro di affari in Italia si è ridotto da 3,2 miliardi a 2,6 miliardi di euro e infatti il gruppo francese aveva annunciato 1.426 esuberi in 32 dei 49 centri a suo marchio, 65 dei quali solo a Mestre (ma si parla di migliaia di esuberi a Carrefour, MediaWorld, CoopEstense, ecc). Un accordo raggiunto fra Auchan e sindacati confederali nel maggio 2015 prevede la salvaguardia (per il momento) dei posti di lavoro, in cambio della sospensione temporanea del salario variabile (cioè le sei tranches di premio pregresso fino a tutto il 2016) ed “una nuova organizzazione del lavoro”, cioè orari di lavoro e turni variabili a discrezione della direzione aziendale.[2]

Ora prima di procedere nella comprensione delle cause di questa crisi conviene introdurre una nota relativa al capitale commerciale e al lavoro che viene impiegato nel commercio. Qui siamo in presenza di “mutamenti di forma del capitale da merce in denaro e da denaro in merce” cioè di un processo di circolazione del capitale, necessario comunque per la realizzazione del plusvalore. Tutto ciò “costa tempo e forza lavoro, ma non per creare valore, bensì per produrre la conversione del valore da una forma nell’altra”. I costi di circolazione delle merci non aggiungono nuovo sostanziale valore alle merci stesse ed il capitale sborsato per la loro circolazione appartiene ai costi improduttivi ma necessari alla riproduzione allargata capitalistica. Il capitale commerciale è comunque una parte del capitale monetario complessivo, una parte del capitale anticipato per la produzione, quindi il processo complessivo di riproduzione allargata comprende anche il processo della vendita-consumo delle merci, mediato dalla circolazione, in cui il capitalista commerciale si appropria di una parte del plusvalore già contenuto nelle merci. Chiaramente il capitalista commerciale immette nei processi di circolazione una quantità di valore inferiore – nella forma di denaro – di quella che poi ne estrarrà, ma questo avviene perché ciò che viene introdotto nella circolazione in forma di merce è già comprensivo di una quantità maggiore di valore. Il saggio medio del profitto viene calcolato in base al capitale produttivo totale aggiungendo ad esso il capitale commerciale. Il capitalista industriale, il “produttore” diretto non vende al commerciante le merci al loro prezzo di produzione, ossia al loro valore, ma a un prezzo inferiore. Avremo quindi un effettivo prezzo della merce che è uguale al suo prezzo di produzione aumentato del profitto mercantile (commerciale). Il prezzo di vendita del commerciante è superiore a quello di acquisto di una data merce perché il prezzo di acquisto è stato inferiore al valore totale della merce. In questo modo il capitalista commerciale partecipa alla ripartizione del profitto complessivo e se ne appropria con il lavoro non pagato dei suoi lavoratori.[3]

Per quanto riguarda le cause della crisi della GDO molti sono i motivi evocati da diverse parti: l’ipertrofico proliferare dei punti vendita di cui abbiamo già detto, l’esplosione dell’hard discount, la diffusione della spesa via Internet, l’attacco dei punti vendita “non food”, il cambiamento dei gusti di una parte dei consumatori che preferiscono al prodotto massificato i mercatini online o a chilometro zero, le botteghe, i gruppi di acquisto, la concorrenza sleale basata sull’evasione fiscale ed il lavoro irregolare soprattutto nel Meridione, la contrazione dei consumi. Tutti motivi veri, basati sulla “normale” concorrenza intercapitalistica, ma che non prendono in considerazione, o tendono a nascondere, la causa principale. La crisi generale del sistema capitalistico, nel settore della circolazione delle merci, si manifesta come crisi di sovrapproduzione. Basta entrare in un qualsiasi centro commerciale per essere colti da un leggero senso di vertigine, mentre una domanda affiora spontanea: “Ma chi comprerà tutte queste merci?”.

Quando si parla di sovrapproduzione non ci si riferisce naturalmente ai prodotti di lusso o alla produzione di armi, tutte merci per le quali il mercato può anche espandersi nelle situazioni di crisi, come di fatto sta avvenendo, ma al consumo cosiddetto “di massa”, ovvero alla produzione di merci che rientrano nel consumo per la riproduzione della forza lavoro, ai livelli storicamente determinati. Per queste merci la domanda solvente è costituita sostanzialmente dai salari dei lavoratori, salario diretto o differito (pensioni) o sociale (tasse e contributi gestiti dallo stato), e da altri redditi da lavoro. Ora appunto i salari dei lavoratori e, in generale, i redditi da lavoro sono in forte calo da qualche decennio e, di conseguenza, la sproporzione fra domanda e offerta tende costantemente ad aumentare. In un sistema concorrenziale puro, ipotizzabile solo in astratto, una situazione come quella descritta dovrebbe portare o a una distruzione delle merci in eccesso o a un calo drastico del prezzo delle merci in circolazione. Ma nulla di tutto questo avviene.

Per quanto riguarda la prima ipotesi qualcosa si può intravedere nella distruzione periodica di derrate alimentari, il cui prezzo invece, di conseguenza, dovrebbe tendere verso lo zero, o nella chiusura di fabbriche “decotte”. Ma in generale la tendenza va in senso contrario, cioè verso un aumento della produzione di merci, la cosiddetta “crescita”. Il fatto è che il sistema concorrenziale puro, se mai è esistito ai primordi del capitalismo, oggi, nell’epoca del capitalismo monopolistico o oligopolistico, certamente non esiste più. Nel loro libro del 1968, Monopoly Capital, Baran e Sweezy sostengono che gli oligopoli eliminano la concorrenza sui prezzi. Con la fine della concorrenza sui prezzi, e con l’enorme produttività degli oligopoli, il plusvalore tenderebbe a crescere al di sopra delle possibilità di investimento causando un eccesso cronico della capacità produttiva. A questi autori sono state rivolte delle critiche relative al vizio dei sottoconsumisti di postulare uno squilibrio permanente tra l’aumento della capacità produttiva e quindi dell’offerta e l’aumento della domanda, squilibrio che è in totale contrasto con l’analisi della riproduzione allargata trattata da Marx. In una certa misura si tratterebbe di un sistema simile ad una riproduzione semplice con un uso intensivo del macchinario esistente, una contrazione degli investimenti e un impiego finanziario del plusvalore in eccesso, cioè un continuo flusso di profitti rilasciato dalla sfera produttiva alla ricerca di una valorizzazione finanziaria.[4]

Per quanto riguarda il livello dei prezzi, esso viene mantenuto artificialmente alto attraverso una “politica monetaria espansiva” basata su un aumento stratosferico del credito al consumo e quindi del debito privato, come si è visto negli USA prima dello scoppio della bolla immobiliare in seguito all’aumento delle insolvenze. Una politica monetaria simile viene ora messa in pratica dalla BCE di Mario Draghi con l’abbassamento a zero del costo del denaro e con il “quantitative easing”, senza tuttavia ottenere apprezzabili risultati sulla cosiddetta “economia reale”, investimenti e consumi, salvo comunque contribuire al salvataggio delle banche, assorbendo i loro debiti e i titoli spazzatura. Un certo calo dei prezzi si è ottenuto in alcuni settori, come l’abbigliamento, tramite l’afflusso di merci a basso costo e a bassa qualità provenienti dal “made in China” e destinato al consumo medio-basso dei paesi occidentali. Il più grande colosso della GDO americana, la Walmart, si basa esclusivamente su merci importate dalla Cina. È noto anche che il surplus commerciale cinese veniva poi completamente reinvestito in titoli finanziari americani, contribuendo quindi a mantenere alto il credito al consumo americano. Questo “circolo virtuoso” sembra ora essere andato in crisi con il recente scoppio della bolla finanziaria cinese. E comunque il declino del mercato interno spinge le multinazionali, ma anche la piccola media impresa, alla ricerca di nuovi mercati esteri, esasperando la concorrenza in un mercato “globalizzato”.

Di fronte al calo della domanda e dei consumi vengono continuamente riproposte, soprattutto da parte di alcuni settori della “sinistra”, le vecchie ricette keynesiane basate sulla creazione di una “domanda aggiuntiva” da parte dello stato e, quindi, della spesa pubblica più o meno in deficit. Queste politiche furono già applicate da Roosevelt negli anni ’30, all’epoca della grande recessione americana, senza tuttavia arrivare a una risoluzione definitiva della crisi e sfociando poi, nella seconda guerra mondiale, in una specie di “keynesismo di guerra” in cui quasi tutta la produzione veniva comprata dallo stato. Inoltre già negli anni ’70 le politiche keynesiane hanno fatto fallimento portando, specialmente in Italia, a un aumento stratosferico del debito pubblico ed alla successiva svalutazione della lira. Sempre negli anni ’70 già James O’Connor aveva portato a fondo l’analisi sulla crisi fiscale dello stato.[5] Oggi comunque in Europa queste politiche sarebbero non applicabili, in quanto l’euro è una moneta emessa da una banca privata, i cui crediti vanno comunque restituiti e senza avere dietro uno stato che possa stampare banconote senza copertura. È la cosiddetta “austerità” contro cui si scagliano, vanamente, i vari populismi europei, ma anche corposi settori della sinistra keynesiana prima ricordati. E comunque non è il caso di disperarsi più di tanto, visto che l’aumento incontrollato del debito pubblico negli USA e, soprattutto, in Giappone non ha ottenuto risultati molto migliori. Ma questi ultimi argomenti fuoriescono dai limiti del presente articolo e andrebbero trattati in altra sede.[6]

Le considerazioni precedenti non pretendono di essere esaurienti o, tanto meno, esaustive, ma il loro scopo è di fornire alcuni elementi per stimolare il dibattito. In particolare sono da prendere in considerazione le critiche rivolte alle varie teorie sottoconsumiste, compresa quella di Keynes, da parte di quelle tesi che vedono l’origine della crisi nella sovraccumulazione del capitale e, quindi, nella caduta tendenziale del saggio di profitto. Comunque, ai fini più limitati del presente articolo che tratta essenzialmente della circolazione delle merci, queste considerazioni tendono più che altro a dimostrare le contraddizioni irrisolvibili in cui si dibatte il capitale, nella sua fase di declino storico, simile ad un serpente che si morde la coda.

Un’ultima osservazione riguarda il risparmio. La recente vicenda del fallimento delle banche ha portato alla ribalta un nuovo soggetto sociale: il piccolo risparmiatore. Personalmente non amo i piccoli risparmiatori, penso che se uno riesce in qualche modo a recuperare denaro in più rispetto alla sua semplice riproduzione, farebbe bene a spenderlo in qualcosa di piacevole: un viaggio, una festa con gli amici/amiche, cinema, discoteca ecc. a seconda dei gusti. Tutto il contrario della logica dei sacrifici. “Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”. Ma non è questo il punto. Vediamo la cosa da un punto di vista economico-sociale.

Nella teoria di Keynes il risparmio sottrae risorse al consumo, quindi riduce la domanda di beni di consumo. Nella sua visione sottoconsumista la riduzione della domanda è il fattore principale della crisi e richiede quindi, dal suo punto di vista, una domanda addizionale fornita dalla spesa pubblica statale in deficit. Nella visione di Marx il risparmio è, nel bene e nel male, produttivo di interesse. L’interesse, insieme con il profitto e la rendita, è una delle parti in cui viene suddiviso il plusvalore estratto dalla forza lavoro, costituisce quindi un consumo improduttivo di plusvalore, una forma parassitaria che, in misura crescente, sottrae risorse all’accumulazione del capitale. Comunque la si giri il risparmio non ne esce bene. Dal punto di vista del capitale finanziario, che ha bisogno di un continuo afflusso di denaro per accrescere il suo valore fittizio, il piccolo risparmio costituisce una gradita iniezione di liquidità, anche se poi, alla prima bolla o alla prima insolvenza, il piccolo risparmiatore è quello che ci rimette di più. Ma si sa, nel capitalismo il pesce grosso mangia il pesce piccolo (vedi la recente legge europea sul bail in). Sembra comunque che in Italia il “risparmio delle famiglie” sia ancora a livelli relativamente elevati – almeno quello residuo dei genitori e dei nonni – e che costituisca temporaneamente un argine nei confronti del calo dei salari. Invece negli USA il calo dei salari è stato temporaneamente compensato dall’aumento esponenziale del credito al consumo, con un aumento stratosferico del debito privato, fino allo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007/08. Il gioco però è ricominciato fino allo scoppio della prossima bolla.

Un articolo di la Repubblica.it del 18/4/2016 è interessante perché suggerisce una interpretazione “classista” della crisi della grande distribuzione e del modello dei centri commerciali. In una America in cui i consumi vengono dati in ripresa,(?) la crisi dei centri commerciali non dipenderebbe dall’avanzata delle vendite online o della share economy o di consumi frugali. La crisi sarebbe dovuta all’aumento delle disuguaglianze sociali, cioè alla polarizzazione della distribuzione della ricchezza, e quindi all’impoverimento della middle class, inclusiva di ceto medio e classe operaia. “Lo shopping mall è un modello interclassista, trasversale, mentre oggi da una parte i lavoratori a salario minimo vanno a fare la spesa negli ipermercati discount, dall’altra i ricchi prediligono i grandi magazzini glamour. Esso si rivolgeva alla famiglia media americana, ma la “media” non c’è più, in un popolo di consumatori a clessidra, dove si rafforzano la parte alta e quella più bassa del potere di acquisto”. È la formula “siamo il 99%” di Occupy Wall Street applicata ai centri commerciali, oppure il modello elaborato da Piketty. Infine il richiamo di “socializzazione” esercitato dai centri commerciali viene attribuito alla “decadenza dei tradizionali luoghi di vita in comune: sindacati, partiti, club e associazioni civiche, perfino le chiese hanno perso gran parte del proprio ruolo storico come centri di incontro e vita collettiva”.

Per concludere vediamo quali sono le proposte del management della GDO per uscire dalla crisi. Intanto bisogna dire che quasi mai i centri commerciali che non tirano più, chiudono. Al massimo cambiano marchio. Anzi tendono a diventare sempre più grandi con un conseguente enorme aumento del consumo di suolo. E poi ci sono migliaia di contratti con i negozianti interni da rispettare quindi si allargano le gallerie laterali con i negozi, si riducono gli spazi dell’ipermercato, le cassiere vengono sostituite dagli apparecchi automatici. La soluzione sarebbe offrire servizi alternativi, zone wi-fi, essere sempre di più luoghi dove socializzare. Soprattutto non toccare le aperture domenicali dei centri commerciali introdotte dal governo Monti. Un programma quindi all’insegna dell’“indietro non si torna” che non potrà che acuire tutte le contraddizioni già viste piuttosto che risolverle. Gli interessi dei grandi costruttori, dei politici locali e dei capitalisti della GDO convergono nell’ipertrofia di un modello già vecchio, che punta sulla mercificazione e sull’alienazione totale non solo del consumo, ma anche del tempo libero e della vita dei lavoratori.

Visconte Grisi

NOTE

[1] CAPELLO, Stefano, “Frammenti di lotta di Classe nella Grande Distribuzione Organizzata”, in Collegamenti Wobbly, n.1 nuova serie, Gennaio 2016.

2) I dati citati nell’articolo sono tratti da “Il tramonto degli ipermercati : Casse e parcheggi vuoti questa formula non va più”, di TONACCI, Fabio, in La Repubblica del 28 maggio 2015.

3) La nota è tratta da “Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo”, di GRISI, Visconte, in Connessioni, n.2 del settembre 2012.

4) BARAN, Paul e SWEEZY, Paul, Il capitale monopolistico, Torino, Einaudi, 1968. Vedi anche l’articolo di CIPOLLA, Francisco Paulo, “Diverse teorie marxiste sulla crisi e diverse interpretazioni della crisi attuale”, in Countdown, n.1, luglio 2014.

5) O’ CONNOR, James, La Crisi Fiscale dello Stato, Torino, Einaudi, 1977.

6) Per la critica delle teorie di Keynes vedi MATTICK, Paul, Marx e Keynes. I limiti dell’Economia Mista, Bari, De Donato, 1972.

GLOSSARIO MINIMO

PROFITTO COMMERCIALE: il plusvalore estorto alla forza lavoro deve essere obbligatoriamente realizzato nella circolazione, per cui il profitto del capitalista commerciale è già compreso nel valore della merce.

LAVORO PRODUTTIVO E IMPRODUTTIVO: nel modo di produzione capitalistico viene considerato produttivo il lavoro che produce un plusvalore incorporato in una merce, sia essa materiale o immateriale, e quindi un profitto per un capitalista; viene considerato improduttivo il lavoro che non produce plusvalore, ma che viene comunque remunerato o con la spesa pubblica o con un prelievo dai profitti o dai salari.

SOVRAPPRODUZIONE: è il modo di manifestarsi della crisi nel settore della circolazione, mentre la causa della crisi va ricercata nella sovraccumulazione del capitale, cioè nella difficoltà a valorizzare in maniera adeguata il capitale sovraccumulato con la conseguente caduta tendenziale del saggio di profitto.

RIPRODUZIONE ALLARGATA: il sistema capitalistico può espandersi solo con la produzione di mezzi di produzione (settore I°) o con la produzione di merci che rientrano nel consumo per la riproduzione della forza lavoro (settore II°); la produzione di armi o di beni di lusso, pur costituendo fonte di profitti per qualche capitalista, costituisce un consumo improduttivo di plusvalore per il capitale nel suo complesso.

RIPRODUZIONE SEMPLICE: si ha quando, pur in presenza di un aumento della massa dei profitti, non si verifica un corrispondente e proporzionale aumento degli investimenti produttivi, mentre una parte sempre più consistente dei profitti prende la via della speculazione finanziaria.

POLITICA MONETARIA: è l’insieme delle misure monetarie adottate da uno stato nazionale o, oggi più che mai, da istituzioni finanziarie sovranazionali; in primis il costo del denaro attraverso il quale è possibile determinare il tasso di inflazione, il credito bancario, il credito al consumo, il livello del debito pubblico e, soprattutto, privato.

SURPLUS COMMERCIALE: saldo positivo fra le merci esportate e quelle importate.

TEORIE SOTTOCONSUMISTE: sono le teorie, fra le quali quella keynesiana è oggi più diffusa, che attribuiscono la crisi al sottoconsumo dei lavoratori, per cui la soluzione sarebbe quella di aumentare la domanda dei beni di consumo, sia essa pubblica (spesa statale) o privata (salari e redditi).

CRISI FISCALE DELLO STATO: è la radicale diminuzione delle entrate fiscali dello stato negli anni ’70, dovuta alla crisi e quindi al crollo della tassazione sia dei profitti che dei salari; alla crisi fiscale si pose rimedio negli anni ’80 con un aumento vertiginoso del debito pubblico (bond emessi dallo stato) che ha dato origine al deficit statale e alla successiva speculazione finanziaria sui debiti sovrani.

RISPARMIO: classicamente il plusvalore prodotto si suddivide in profitto, interesse e rendita (ad esempio la rendita immobiliare). L’investimento finanziario, qualunque sia la sua forma e la sua quantità, deve essere quindi remunerato con l’interesse, cioè con un prelievo sul plusvalore complessivo.