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Lucia Perez, uccisa due volte

Il 5 dicembre in Argentina le donne hanno scioperato, una giornata di indignazione e lotta di fronte ad un terribile femminicidio coperto dalla magistratura, con una sentenza che lo nega.
Nello stesso giorno abbiamo fatto punto info e volantinaggio a Palazzo Nuovo, dove è stato appeso uno striscione.
Di seguito il volantino distribuito:
Lucia Perez, uccisa due volte
Siamo le ancelle
ci hai condannate
ci hai ammazzate
nell’aria appese
lo spasmo ai piedi
non era giusto
la lancia avevi
e la parola
al tuo comando
nell’aria appese
ci hai condannate
ci hai ammazzate
(estratto di Filastrocca – Il canto di Penelope – M.Atwood)
Lucia Perez è stata una donna argentina. Nel 2016, quando aveva 16 anni, è stata drogata, violentata, torturata e uccisa da tre uomini. La notizia di questi giorni è che i responsabili delle sue sofferenze e della sua morte terribile sono stati condannati per questioni relative alla vendita di droga e nulla altro.
La violenza estrema è la punta dell’iceberg. Le coltellate, il fuoco, la stretta feroce che serra la gola, i pugni, il colpo di pistola troncano la vita, annientano il nemico. Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcuno. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità.
I femminicidi avvengono ad ogni latitudine, in Argentina come in Italia, e ovunque la libertà delle donne, i nostri corpi liberi sfidano il patriarcato.
Tanta parte della violenza maschile sulle donne è una reazione all’autonomia acquisita in decenni di lotte.
Sui corpi delle donne si giocano continue battaglie di civiltà. Sia che le si voglia “tutelare”, sia che le si voglia “asservire” la logica di fondo è la stessa. Resta al “tuo” posto. Torna al “tuo” posto. Penso io a te, penso io a proteggerti, a punirti, a disciplinarti.
Non è sopportabile, senza tormento e quindi rivolta, che la coercizione e la uccisione di un essere libero e pieno di sentimenti e idee possa accadere e – quando ancora accada – sia così ritenuto e raccontato.
Ancora più forte è la nostra ribellione quando la libertà e l’indipendenza di una donna siano costrette, violate e annullate da uomini, all’interno di queste dinamiche ordinarie e dispari che sono la quotidianità della nostra storia, anche contemporanea.
La violenza di genere è intrisecamente politica. Non solo per i numeri impressionanti ma, soprattutto, per i mille dispositivi messi in campo, per nascondere, privare di senso, sminuire la portata sistemica dell’attacco.
Alle nostre latitudini ammettere la natura intrinsecamente politica dei femminicidi e, in genere, della violenza maschile sulle donne, aprirebbe una crepa difficilmente colmabile, perché renderebbe visibile una guerra non dichiarata ma brutale. Per questo motivo l’uccisione di una donna in quanto donna viene considerato un fatto privato. Un fatto che assurge a visibilità pubblica solo nelle pagine di “nera” dei quotidiani.
Femminicidi, torture e stupri diventano pubblici quando sono agiti in strada, fuori dagli spazi domestici, familiari o di relazione, quando i profili di chi uccide e violenta si prestano ad alimentare il discorso securitario, favorendo un aumento della militarizzazione, la crescita della canea razzista, nuove e più dure leggi.
Lo sguardo patriarcale si impone nelle istituzioni, che negano il carattere sistemico della violenza di genere. Sentenze come quella pronunciata a Mar del Plata contro i responsabili della morte di Lucia Perez non ci stupiscono, perché sono purtroppo frequenti. In Argentina come in Italia.
Viviamo in un’epoca ancora segnata dalla cultura dello stupro, dove è necessario considerare la via dell’autodifesa delle donne. La strada della libertà femminile non è stata percorsa invano. Le donne hanno acquisito autonomia e capacità di autodifesa. Il moltiplicarsi delle reti solidali, del mutuo soccorso dimostra la crescente capacità di lottare contro il sessismo e contro lo Stato che protegge i violenti, stupratori ed assassini.
La violenza, che sia privata o di stato, sui corpi e sui pensieri e sentimenti di chiunque – ma oggi e qui parliamo specificamente di quella sulle donne – è il risultato di una paralizzante e opprimente mentalità moralistica e autoritaria, che ci crea consuetudine al possesso e quindi all’addomesticamento e monopolio sessuale.
In questo contesto e importante sottolineare l’importanza dell’azione diretta in quanto la nostra difesa non può e non deve essere delegata all’uomo, alla famiglia o alle istituzioni.
Abbiamo vitalità e capacità sufficienti a rivoltarci contro questo imprigionamento dei nostri corpi, pensieri e sentimenti
Abbiamo spirito, generosità e forza sufficienti a realizzare un mondo di esseri liberi, indipendenti e felici.
Qualunque cosa in meno è troppo poco.
Wild C.A.T. – Collettivo Anarcofemminista Torino