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Niente di nuovo sotto il sole

Il socialismo fin dal suo nascere, coll’arme della critica positiva, che si appoggia sui fatti e dei fatti cerca le cause e prevede le conseguenze, aveva fatto giustizia del suffragio universale e di tutta quanta la menzogna parlamentare. Che se non lo avesse fatto, esso non avrebbe avuto ragion di esistere come idea e partito nuovo: e si sarebbe confuso con l’assurda utopia liberale, che aspetta l’armonia, la pace, ed il benessere generale della lotta, liberamente combattuta (sic), tra gente armata di tutta la ricchezza e di tutta la forza sociale e poveri derelitti cui manca il tozzo di pane.

Il socialismo, nell’accezione più larga e più autentica della parola, significa la società fatta strumento di libertà, di benessere e di sviluppo progressivo ed integrale per tutti i membri, per tutti quanti gli esseri umani. Partendo dalla verità fondamentale che l’evoluzione delle facoltà morali ed intellettuali presuppone la soddisfazione dei bisogni materiali, e che non può esservi libertà dove non v’è uguaglianza e solidarietà, esso riconobbe che la servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale, deriva dalla dipendenza economica del lavoratore dai detentori della materia prima e degli strumenti da lavoro. E dopo aver cercato a tentoni la sua strada, e prodotta una serie di progetti artificiosi ed utopistici, trovò infine la sua base saldissima nel principio, scientificamente dimostrato, della giustizia, utilità e necessità della socializzazione della ricchezza e del potere.

Trovato il fine, urgeva occuparsi delle vie e mezzi per raggiungerlo. E non appena il socialismo, uscito dal periodo della speculazione astratta, incominciò a penetrare in mezzo alle masse sofferenti ed a fare le sue prime armi nelle lotte pratiche della vita, i socialisti s’accorsero che si trovavano stretti in un cerchio di ferro, che solo poteva rompersi colla diretta azione delle masse.

Impossibile esser liberi (il socialismo lo aveva dimostrato) senza essere economicamente indipendenti; e d’altra parte, come si può arrivare all’indipendenza economica se si è schiavi?

Il popolo, spogliato di tutto ciò che la natura ha creato per il sostentamento dell’uomo e di tutto quello che il lavoro umano ha aggiunto all’opera della natura, dipende per la sua vita dal beneplacito dei proprietari e si trova ridotto dalla miseria all’avvilimento ed all’impotenza. E per consolidare e difendere questo stato di cose, stanno i governi con tutta la forza degli eserciti, delle polizie e delle finanze.

Quale mezzo legale di emancipazione, quando la legge è tutta quanta intesa a difendere lo stato di cose che si dovrebbero distruggere? Non l’azione politica legale delle masse, che tutta si riassume nel voto, poiché quest’arma per avere un valore qualsiasi, suppone già nella maggioranza numerica del popolo quella coscienza ed indipendenza, che si tratta appunto di rendere possibile e di conquistare. E d’altronde la borghesia e per essa i governi non concedono il voto che quando si sono persuasi della sua innocuità, o quando, di fronte alla attitudine minacciosa del popolo, lo considerano un mezzo opportuno per sviarlo ed addormentarlo, caso in cui sarebbe, da tutti i punti di vista, una sciocchezza il contentarsene. Concessolo, sanno giocarlo e dominarlo, e, se per avventura si mostrasse indocile, possono sopprimerlo. Al popolo non resta altra risorsa che quella della rivoluzione, che il voto avrebbe dovuto rendere inutile.

Non gli espedienti economici legali mutuo soccorso, risparmio, cooperative, scioperi – poiché la potenza schiacciante e sempre crescente del capitale, appoggiata, ove occorra, dalla forza delle baionette, e le condizioni materiali e morali in cui essa ha ridotto il proletariato, li rendono dei mezzi impotenti, illusori, o semplicemente ridicoli.

Non vi sono dunque che due vie di uscita. O la rinuncia volontaria delle classi dominanti al possesso esclusivo della ricchezza ed a tutti i privilegi di cui godono sotto l’influenza dei buoni sentimenti che la propaganda socialista può far nascere in esse: oppure la rivoluzione, l’azione diretta delle masse, eccitata e mossa dalla minoranza cosciente che si va organizzando nelle file del partito socialista.

La prima di queste vie, in cui dei generosi quanto ingenui filosofi credettero un momento, è dimostrata una speranza illusoria, nonché da tutta quanta la storia passata, dall’esperienza sanguinosa dei fatti contemporanei…

Restava la rivoluzione; e tutti i socialisti, che del socialismo non facevano un oggetto di distrazione contemplativa ma un programma pratico che volevano al più presto possibile vedere attuato, furono rivoluzionari.

I socialisti erano bensì divisi in due grandi frazioni rispondenti a due correnti d’idee. Gli uni, autoritari, volevano servirsi per emancipare il popolo dello stesso meccanismo che ora lo tiene sottomesso, e si proponevano la conquista del potere politico. Gli altri, gli anarchici, considerando che lo Stato non ha ragione di essere se non in quanto rappresenta e difende gli interessi d’una classe o di una consorteria e che scompare quando, per l’universalizzazione del potere e dell’iniziativa, si confonde colla totalità dei cittadini, si proponevano la distruzione del potere politico.

Gli uni volevano impadronirsi del governo e decretare, con forme e modi dittatoriali, la messa in comune del suolo e degli strumenti del lavoro ed organizzare dall’alto la produzione e distribuzione socialistica. Gli altri volevano abbattere simultaneamente potere politico e proprietà individuale, e organizzare la produzione, il consumo e tutta la vita sociale per mezzo dell’opera diretta e volontaria di tutte le forze e di tutte le capacità, che esistono nell’umanità e che cercano naturalmente di esplicarsi ed attuarsi.

Ma tutti, lo ripetiamo, volevano la rivoluzione, l’appello alla forza; e per maturare la rivoluzione volevano e praticavano la propaganda indefessa delle verità scoperte dal socialismo, l’organizzazione delle forze coscienti del proletariato…

La lotta sarebbe stata senza dubbio lunga e faticosa, ma la via era tracciata e si sarebbe arrivati direttamente alla vittoria piena e completa. Ma ecco che, contraddicendo a tutte le tendenze del programma ed alla propaganda che essi stessi avevano menato con zelo ed intelligenza, alcuni socialisti credettero bene di mettersi nelle vie tortuose e senza uscita del parlamentarismo.

Il socialismo, al principio deriso e negato, poscia combattuto con accanimento, già diventava potente assai perché i borghesi vi vedessero un pericolo serio ed una forza di cui bisognava contare. Gli uni, i soddisfatti, credettero opportuno aggiungere alle persecuzioni ed ai massacri l’arme della corruzione e dell’inganno; mentre gli altri, quelli che sotto il nome di democratici aspiravano ad impadronirsi del governo, pensarono a mistificarlo e servirsene.

D’altra parte vi erano dei socialisti i quali si trovarono disposti ad accordarsi a quella borghesia che fieramente avevano combattuta. O stanchi della lotta e domati dalle persecuzioni: o perché in essi il sentimento socialista e rivoluzionario non era in realtà mai penetrato al disotto dell’epidermide e spariva col raffreddarsi dei primi entusiasmi giovanili; o perché avevano immaginato che la vittoria fosse facile e vicina ed erano sconcertati dalla scoperta di ostacoli non sospettati, essi cercavano, forse anche senza rendersene conto esatto, un’occasione, un pretesto decente per piegare bandiera e farsi accogliere in mezzo al campo nemico…

Il terreno comune su cui si incontrarono i borghesi, che cercavano di corrompere, e quei socialisti, che cercavano di essere corrotti, fu l’urna elettorale. Né il danno sarebbe stato grande. Ma i traditori, gli ambiziosi e gli stanchi riuscirono purtroppo a trascinare all’urna molti buoni, che credevano sinceramente di acquistare una nuova arma di lotta contro la borghesia, e di avvicinare con quel mezzo l’avvenimento della rivoluzione.

Naturalmente per mascherare la manovra il passaggio si fece a gradi. Al principio non s’infirmò nessuna delle conclusioni acquisite al programma socialista. L’espropriazione per mezzo della rivoluzione, si andava ripetendo, è l’unico mezzo per emanciparsi: il suffragio universale, la repubblica e tutte quante le riforme politiche lasciano il tempo che trovano e non sono che tranelli tesi all’ingenuità popolare. Però, s’insinuava dolcemente, qualche bene se ne può cavare: profittiamo di tutto, serviamoci come armi delle concessioni che possiamo strappare al nemico, allarghiamo il nostro campo d’azione, cessiamo dal roderci nella nostra impotenza, siamo pratici. E tosto si mise avanti il progetto di andare all’urna, scopo a cui tendeva ed in cui si riduceva tutto quel preteso allargamento di tattica. Ma siccome non s’osava ancora rinnegare tutto il detto sulla inutilità della lotta elettorale e sull’azione corruttrice dell’ambiente parlamentare, si disse che bisognava votare semplicemente per contarsi, quasi che fosse necessario andare all’urna e farsi contare dal nemico per giudicare dei progressi del partito. E per affettare scrupolosità si parlò di votare un bollettino in bianco, o per dei morti o per degli ineleggibili. Poi, senza aver l’aria di nulla, i morti diventarono vivi e gl’ineleggibili si trasformarono in persone che al parlamento potevano e volevano andarci e restarci. Ma non si osava ancora confessarlo: si trattava sempre di candidature di protesta: gli eletti non entrerebbero in parlamento, rifiuterebbero il giuramento là dove era richiesto, o c’entrerebbero per sputare in faccia alla borghesia l’infamia sua, e farsi scacciare come nemico che non transige. Poi nemmeno più questo. In parlamento bisognava andarci per profittare della tribuna parlamentare, per scoprire e denunciare al popolo i dietro scena della politica, per avere dei posti avanzati nel campo nemico, dei posti presi nella cittadella borghese.

Il deputato socialista non doveva essere legislatore, non doveva aver nessun legame coi deputati della borghesia, ma stare in parlamento come spettro minaccioso della rivoluzione sociale in mezzo a coloro che vivono dei sudori e del sangue del popolo. Ma che!… oramai si stava sulla china e bisognava andare fino in fondo. Il partito rivoluzionario, che entrava in parlamento, doveva diventar riformista, e lo diventò. L’emancipazione integrale, cominciarono a dire, è una bella cosa, ma è come il paradiso: una cosa lontana e che nessuno ha visto mai. Il popolo ha bisogno di miglioramenti immediati. Meglio poco che nulla. La rivoluzione sarà tanto più facile quanto più concessioni ci saranno strappate alla borghesia.

Senza contar quelli, pochi, del resto, che hanno saltato il fosso ed affermano addirittura che si può raggiungere lo scopo per evoluzione pacifica. E s’invocò la scienza, quella povera scienza che s’accomoda a tutte le salse, per sofisticare all’infinito sul tema evoluzione e rivoluzione; quasi chè vi fosse alcuno che neghi l’evoluzione, e la questione non fosse piuttosto sulla specie di evoluzione, che più corrisponde al fine socialista e che quindi i socialisti devono propugnare.

La rivoluzione non è essa stessa che un modo di evoluzione; modo rapido e violento, che si produce, spontaneo o provocato, quando i bisogni e le idee prodotte da una evoluzione precedente non trovano più possibilità di soddisfarsi, o quando i mezzi accaparrati da alcuno fanno sì che l’evoluzione oramai si svolgerebbe in senso regressivo, se non intervenisse a rimetterla in via una forza nuova: l’azione rivoluzionaria…

Non ritorneremo sulla impotenza del suffragio universale e del parlamentarismo a risolvere la questione sociale, né sulla futilità di tutte le riforme non fondate sull’abolizione della proprietà individuale, poiché questo deve essere già una cosa provata per chi è socialista; e noi in questo opuscolo non dobbiamo difendere i principi socialisti, ma supporli già dimostrati. Però, siccome la ragione od il pretesto che serve a certi socialisti per pigliar parte alle elezioni e per farsi mandare al parlamento, è il vantaggio che ne potrebbe venire alla propaganda, noi insisteremo sul danno che invece la propaganda ne risente.

D’ordinario coloro che vantano l’utilità di avere dei socialisti nei parlamenti e negli altri corpi elettivi, ragionano come se per essere eletto bastasse il volerlo. Noi avremmo là, essi dicono, degli uomini che godrebbero del diritto di viaggiare gratis o di altri vantaggi economici, che permetterebbero loro di dedicarsi con maggiore efficacia alla propaganda; degli uomini che potrebbero osservar da vicino le magagne del mondo politico e denunziarle al pubblico, e che potrebbero, soprattutto, servirsi della tribuna parlamentare per difendere i principi socialisti, e costringere tutto il paese a studiarli e discutere. Perché rinunciare a questi benefizi?

Innanzi tutto v’è una pregiudiziale: conserveranno gli eletti il programma che avevano da candidati, e metteranno a difenderlo la stessa energia che vi mettevano prima? Certamente sarebbe bello, onorevole per la natura umana, il poter affermare che qualunque fossero le convinzioni di ciascuno ed il metodo di lotta prescelto, mai verrebbero meno la sincerità ed il coraggio. Ma la prova è fatta; e disgraziatamente, quando si pensa alla condotta ignobile e vile che han tenuto, in ogni dove, tutti, o quasi, i deputati socialisti, non è possibile serbare tali illusioni.

L’ambiente parlamentare corrompe, e l’operaio ed il rivoluzionario cessano di essere tali pel solo fatto di essere diventati deputati. Del resto non c’è da meravigliarsene. Voi prendete un lavoratore, lo tirate fuori del suo ambiente, lo sottraete al lavoro, lo allontanate da voi, di cui egli vedeva e divideva la miseria, lo mandate in mezzo ai signori, in mezzo al bel mondo dove si gode e non si lavora, lo esponete a tutte le tentazioni: e poi vi meravigliate ch’egli si adatti ad un ambiente ben più confortante di quello in cui viveva prima, ch’egli cerchi di assicurarsi l’insolito benessere, e dimentichi presto o tardi i suoi fratelli di miseria e gl’impegni contratti con essi?

Voi prendete un rivoluzionario abituato ad essere palleggiato di prigione in prigione, ne fate un legislatore; e poi siete sorpresi s’egli si lascia ammansire dal tepore di una libertà ed una sicurezza personali mai godute? E d’altronde, il sentimento dell’impotenza, in mezzo a gente assolutamente refrattaria alla sua influenza, non spingerà anche chi è perfettamente sincero, a far concessioni e transizioni, colla speranza di potere almeno ottenere qualche cosa?

Ma mettiamo pure che nessuno si corrompa, e che gli uomini siano tutti eroi… anche quelli che smaniano per esser deputati. Però come si può riuscire a mandare dei socialisti al parlamento? La maggioranza degli elettori non è socialista, nemmeno a fabbricarsi un collegio elettorale apposta; che se lo fosse, allora non avrebbe bisogno di nominare dei deputati, ma potrebbe, anche quando tutte le altre circoscrizioni fossero reazionarie, in mille modi più efficaci attaccare il regime borghese ed essere un centro d’irradiazione socialista. Per formarsi dunque una maggioranza bisogna transigere, allearsi con questo o con quello, mistificare il programma, promettere riforme immediate, far credere una cosa a questo ed un’altra a quello, fare in modo che la borghesia vi tolleri, che il governo non vi combatta troppo acerbamente. E allora che diventa la propaganda socialista?

D’altra parte, siccome ogni uomo si stima onesto e quasi tutti si stimano capaci, così avviene che quasi ognuno che sa dire due parole, si considera in cuor suo deputabile quanto un altro; alla nobile ambizione di far il bene e di essere il primo nei rischi e nei sacrifici si sostituisce a poco a poco, col pretesto del bene generale, la bassa ambizione degli onori e dei privilegi; e nascono le rivalità tra i compagni, le gelosie ed i sospetti. La propaganda dei principi cede il passo alla propaganda delle persone; la rinascita delle candidature diventa il grande, anzi l’unico interesse del partito; e una turba di politicanti, che vedono nel socialismo un mezzo come un altro per farsi strada, si gettano in mezzo al popolo e mistificano e corrompono programma e partito.

E che diremo della speranza di ottenere per mezzo dei deputati socialisti delle riforme che possano, aspettando il meglio, lenire i dolori del popolo e levar degli ostacoli dal suo cammino? I privilegiati non cedono che alla forza od alla paura. Se anche nel regime attuale è possibile un qualche miglioramento, il solo modo per ottenerlo è di agitarsi fuori e contro i corpi costituzionali, mostrando la ferma decisione di volerlo a qualunque costo. Affidare ai deputati il patrocinio della volontà popolare serve solo per fornire al governo il mezzo di eluderla e per trastullare il popolo con vane speranze.

Errico Malatesta