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Antispecismo anarchico e antispecismo “politico”

Premessa

Vorrei affrontare in queste note due questioni, una pratica l’altra teorica, tra loro, a mio avviso, strettamente intrecciate. La prima riguarda le opportunità di sinergia e le inevitabili differenze o divergenze cui l’antispecismo anarchico può andare incontro confrontandosi con altre componenti del movimento antispecista e, in particolare, con quel variegato fronte che alcuni definiscono “antispecismo politico” .

La seconda ruota intorno al domandarsi se l’antispecismo anarchico possa, a sua volta, essere definito movimento “politico”, o vada invece inteso come movimento “meta-politico”. Essa investe, inevitabilmente, il problema dei significati con cui i termini “politica” e “politico” vengono assunti e delle ricadute pratiche che ne conseguono.

Intento della riflessione non è dare alle questioni poste risposte ultimative, ma evidenziare aspetti del dibattito che andrebbero a mio avviso approfonditi, relativi, in primo luogo, alle implicazioni pratiche e teoriche che derivano dal definire o meno l’antispecismo come movimento “politico”.

1. Antispecismi

Il movimento antispecista è attraversato, negli ultimi anni, da un dibattito che alcune fonti presentano come confronto tra esponenti di tre sue diverse aree, indicate, talvolta non senza forzature e semplificazioni, come “antispecismo classico” o “apolitico”, “antispecismo debole” o “antipolitico”, “antispecismo politico”.

Segnalando fin d’ora il carattere riduttivo di queste etichette, che solo parzialmente rendono conto della pluralità, dei reciproci intrecci e della reciproca autonomia delle diverse posizioni teoriche ed etiche in campo, cercherò, laddove vi farò riferimento, di evitare un loro uso arbitrario segnalando, per ognuno degli orientamenti menzionati, le caratteristiche distintive che gli attribuisco e sulle quali intendo soffermarmi.

Con l’etichetta “antispecismo classico” ci si riferisce, generalmente, all’antispecismo liberal, nato negli USA negli anni Settanta del Novecento, che ebbe in Peter Singer e Tom Regan i suoi promotori più noti. Esso si riallaccia ad altri movimenti di liberazione, come quelli contro la discriminazione razziale e di genere, concependosi come componente di un’opinione pubblica orientata verso una società più “egualitaria”, ma non mette in discussione l’assetto capitalistico in quanto tale, né tematizza le difficoltà strutturali che esso pone ad un superamento dello sfruttamento umano e animale. Sulle tracce dei suoi promotori si è sviluppata, nei decenni successivi, un’ampia fioritura di contributi orientati ad inserire la “questione animale” nell’agenda dei governi, degli organi legislativi e delle strutture di controllo delle società liberaldemocratiche, nonché a proporla ad un vasto pubblico, innanzitutto, come questione “morale”.

In anni recenti è stato, invece, proposto, in Italia, un antispecismo “debole”[1] che, ponendo come quello classico l’accento sulla natura “etica” delle proprie istanze, sostiene però la necessità di un’autonomia del movimento di liberazione animale da tutti i movimenti che mirano a una qualche forma di liberazione umana, intendendo con ciò tutelare animali e animalisti dalla possibilità di un asservimento a fini antropocentrici.

Sono invece circolati, a livello internazionale, fin dagli anni Ottanta, approcci espressamente “politici” alla questione animale, secondo i quali solo una sinergia profonda tra il movimento antispecista, l’ecologismo sociale e altri grandi movimenti di liberazione nati negli ultimi tre secoli, dai movimenti dei lavoratori a quelli delle donne, e solo un loro comune riconoscersi nell’obiettivo del’abolizione del dominio capitalistico, potrebbero offrire alle rivendicazioni di ognuno di questi movimenti chances di effettiva incidenza sociale.

Riassumendo, i padri dell’antispecismo contemporaneo promossero un programma di tutela dei “diritti animali” all’interno del quadro delle istituzioni liberal-capitalistiche, intendendolo come estensione agli animali non umani del principio “egualitario” difeso dai grandi movimenti contro la discriminazione e formalmente riconosciuto dalle democrazie liberali. Questo approccio trova tutt’oggi un ampio seguito. Per il più recente “antispecismo debole”, è invece prioritaria la preoccupazione che la liberazione animale dalla sottomissione e dallo sfruttamento umani venga assunta non come mezzo per una più completa forma di realizzazione o liberazione umana ma come fine in sé, oggetto per l’essere umano di un dovere morale indipendente da ogni sua presunta o effettiva utilità per gli uomini stessi. Infine, l’orientamento antispecista che alcuni definiscono “politico”, pur nella varietà di approcci ad esso riferibili, si distingue per il suo sottolineare il fatto che la condizione dell’essere considerati dotati di valore solo in quanto “merci”, consumatori di merci o produttori delle stesse, è oggi obiettivamente comune alla maggioranza degli uomini e degli animali esistenti e per il suo affermare l’indissolubilità tra il progetto di superamento del dominio dell’uomo sull’uomo che i movimenti anticapitalisti degli ultimi due secoli hanno, sia pur tra mille contraddizioni, tentato e la critica di quel progetto di dominio sulla “natura”, in tutte le sue accezioni, che ha caratterizzato, in Occidente e non solo, l’epoca moderna.

Prendendo le mosse da questa sbrigativa, e certo inadeguata, sintesi, vorrei innanzitutto porre due domande: le componenti anarchiche del movimento antispecista possono essere collocate in una di queste tre aree o, almeno, risultano più prossime ad una di esse rispetto alle altre?

Mentre la risposta alla prima di queste domande dipende, evidentemente, dal senso che attribuiamo ai concetti di “politica” e “politico”, quella alla seconda domanda potrebbe apparire, almeno a prima vista, scontata. È, infatti, abbastanza naturale che gli antispecisti anarchici trovino interlocutori più prossimi in quelle aree di tale movimento che si definiscono “anticapitaliste”, che riconoscono la “questione animale” come questione non solo etica ma anche “politica”, che sottolineano “il rapporto tra sfruttamento della natura e sfruttamento umano, contestando il tentativo di combattere l’uno senza combattere l’altro”[2]. Questa prossimità è effettivamente riscontrabile nella pars destruens, o critica, degli asserti e programmi degli uni e delle altre. Le affinità tra antispecismo “politico” ed anarchico potrebbero, tuttavia, rivelarsi più problematiche nella pars construens dei discorsi e delle azioni di entrambi, cioè sul piano programmatico e operativo. Possono infatti insorgere qui difficoltà che hanno evidenti e rilevanti ricadute pratiche, legate, in primo luogo, allo stato di vaghezza e ambiguità in cui, ad oggi, permangono i progetti di rinnovamento in senso post-capitalistico cui i diversi interpreti dell’antispecismo “politico” fanno riferimento ed i significati che essi attribuiscono all’aggettivo “politico”, quando lo rivendicano come elemento qualificante del movimento antispecista, della sua lotta, e dei suoi obiettivi.

2. “Politico” in che senso?

In quale accezione assume tale aggettivo uno scienziato-pensatore-attivista quale Massimo Filippi quando presenta l’antispecismo come “movimento politico di critica radicale dell’esistente”[3] e la questione animale come questione eminentemente “politica”?[4] In quale significato lo utilizza il filosofo Marco Maurizi – autore nel 2012 di un saggio intitolato Cos’è l’antispecismo politico – quando nell’articolo Dialogo tra un antispecista debole e un antispecista politico – pubblicato con Leonardo Caffo nel 2012 su Asinus Novus – lo rivendica per definire il proprio approccio all’antispecismo?

Ad una problematizzazione di questa locuzione, a onor del vero, hanno contribuito, in varie occasioni, gli stessi autori citati, che pure ne hanno incentivato la diffusione. È, ad esempio, lo stesso Maurizi ad evidenziare il fatto che la formula “antispecismo politico” viene spesso usata come etichetta di comodo, sotto la quale raggruppare “una serie di autori italiani (da Massimo Filippi, Filippo Trasatti, Antonio Volpe, ad Aldo Sottofattori e Filippo Schillaci, oltre a chi scrive) e stranieri (Ted Benton, David Nibert, John Sanbonatsuu, Matthias Rude ma, per certi versi, anche Martin Balluch) che sostengono teorie molto diverse e che andrebbero sottoposte a critiche specifiche”.[5] A rendere ancora più incerto il significato di tale formula contribuisce poi l’eterogeneità delle fonti teoriche cui questi diversi autori attingono e si richiamano, dato che, per limitarci ad una primissima schematica disamina, alcuni di essi si rifanno ad una matrice foucaultiana e/o deleuziana, che rimanda in quanto tale ad un confronto con Nietzsche ed il suo concetto di “potenza”, altri si riallacciano a correnti più o meno eterodosse della tradizione marxista; quasi tutti si confrontano, almeno in alcuni passaggi, con la Scuola di Francoforte, ognuno di loro si richiama infine ad un’ampia schiera di pensatori “libertari” nel senso più ampio e lato del termine.

Può essere allora utile riflettere sulle implicazioni teoriche e pratiche di un approccio che inquadra l’antispecismo come movimento “politico” partendo da un rapido quadro sinottico dei significati che al sostantivo “politica” e all’aggettivo “politico” sono stati assegnati da una tradizione, quella occidentale, radicata da più di due millenni.

Il termine “politica” deriva, come è noto, dal sostantivo πόλις, col quale i greci antichi designavano le loro città Stato. Da πόλις discendevano il sostantivo πολίτης – che indicava il cittadino al quale le istituzioni della comunità riconoscevano una serie di diritti – e l’aggettivo πολιτικός, usato per designare tutto ciò che riguardava la vita pubblica. L’espressione τά πολιτικά indicava, perciò, le questioni attinenti alla sfera pubblica e alla sua amministrazione, intesa come sfera regolamentata da leggi e controllata da poteri statuali.

Se già Platone definiva la politica come “arte del governare”, da Aristotele in poi il lemma venne a significare, al contempo, teoria dello Stato migliore in assoluto e teoria dello stato migliore in condizioni date, nonché riflessione sui modi in cui “un governo è sorto” e “”può essere conservato per il maggior tempo possibile”.[6]

Il pensiero moderno, da Machiavelli e Hobbes in poi, ripropose questa concezione della politica come arte di assumere, gestire, conservare, e aumentare il proprio potere sulla sfera pubblica da parte di un’autorità che, formata da un individuo o da un gruppo, impostasi per vie legali o con la forza, si dichiara “sovrana” sull’intera comunità.

Solo in parte, e in fondo apparentemente, si discosta da quest’uso del termine la tradizione positivista – da Comte in poi – e con essa le correnti più deterministe del marxismo ottocentesco e novecentesco, intendendo la politica come studio e applicazione di presunte “leggi oggettive” che regolerebbero l’evolversi delle società. Un approccio che, in molti casi, portava i suoi sostenitori a leggere il nascere e l’imporsi degli Stati cittadini, imperiali, nazionali e il passaggio dalle società schiavistiche e servili a quella capitalistica (nonché nel caso dei marxisti il futuro superamento di quest’ultima in senso socialista e poi comunista) come tappe obbligate (in conformità a tali leggi) della storia umana.

Dalla stratificazione di queste diverse matrici sono nate le definizioni del concetto di “politica” che oggi troviamo nei dizionari di Italiano: per esempio, quello curato da Sabatini e Coletti che definisce la “politica” come arte e “scienza del governo e dell’amministrazione dello Stato” o il Devoto Oli, che ce la presenta come “scienza e tecnica”, o “teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica”.

In estrema sintesi, secondo un’accezione che ha prevalso in Occidente fin dalla grecità classica, “politica è”, come scriveva qualche anno fa Edoarda Masi, “riferimento allo Stato (la polis ne è la forma prima e più semplice)”, e l’esistenza stessa di una sfera politica “implica la dimensione del potere esercitato per conto di tutti e su tutti”[7] da parte di quest’ultimo.

Così intesa, la sfera “politica” nasce e si perpetua, dunque, come creazione di una sfera del “potere”, o se si preferisce del “dominio”, separata dalla società stessa, posta al di sopra di essa, e delegata a rappresentare a comandarla nella sua interezza.

3. L’anarchismo è un movimento politico o “meta-politico”?

Penso sia evidente che, se intendiamo la sfera del politico nei termini sopra espressi, il movimento anarchico, nel suo complesso, non può essere collocato al suo interno e va invece inteso come movimento “meta-politico”, in quanto ha tra i suoi obiettivi primari l’abolizione ed il superamento della sfera politica intesa come ambito del potere statuale, istituzionalizzato, che si separa dal resto della comunità, si pone al di sopra di essa e la comanda. L’anarchismo mira infatti a rendere effettivo il superamento di quello stato di “minorità” in cui ognuno dipende da un’“autorità” esterna, cui già aspirò il movimento illuminista.

È, quindi, altrettanto chiaro che, se l’antispecismo “politico” dovesse rivelarsi tale nell’accezione che qui stiamo attribuendo a tale aggettivo, stando alla quale la sfera del politico coincide con quella dell’amministrazione statuale o comunque la presuppone, la possibilità di una sua sinergia con l’antispecismo anarchico risulterebbe piuttosto limitata, in quanto destinata, in ultima analisi, ad esiti conflittuali.

Cercherò ora di spiegarmi meglio su questo punto, sgombrando, innanzitutto, il campo da eventuali equivoci laddove è possibile farlo: sulla constatazione del fatto che la distinzione “uomo-animale” sia di natura “politica” e che la separazione e la contrapposizione tra l’animale umano e tutti gli altri abbiano svolto, fin dalle loro origini, funzioni di giustificazione ideologica dei regimi di sfruttamento, sia degli animali non umani, sia di ampie fette di umanità (schiavi, donne, stranieri, classi lavoratrici) penso vi sia, fra i due approcci di cui stiamo discutendo, ampio accordo.

Non meno chiara è la convergenza dell’anarchismo antispecista e di alcune componenti dell’antispecismo “politico” verso un tipo di analisi tesa a mostrare che lo sfruttamento e la distruzione sistematici degli animali domesticati e selvatici hanno radici, nono solo ideologiche, ma anche sociali ed economiche, essendo stati elementi fondanti dell’organizzazione del lavoro, della vita e della produzione in tutti i passati regimi politici, svolgendo ancora un ruolo chiave nel sistema capitalistico oggi vigente a livello globale. Ne deriva che, sia per chi fa riferimento ad un anarchismo sociale antispecista, sia per chi rivendica un antispecismo “politico” anticapitalista, il superamento della mercificazione e dello sfruttamento del mondo animale, non diversamente dal superamento dello sfruttamento ed abbrutimento degli uomini da parte di altri uomini, implicherebbe uno smantellamento dell’intero sistema di produzione capitalistico ed un suo superamento in direzione di un’organizzazione sociale più egualitaria improntata al principio “da ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Una volta stabilito questo accordo si apre, però, tra le due aree, un terreno di confronto, in fondo, non dissimile, per alcuni aspetti, da quello che ha coinvolto, durante tutto il secondo Ottocento e il Novecento, anarchici e marxisti, area quest’ultima da cui, come si è accennato, alcuni antispecisti, “politici” provengono, pur tentandone, ognuno a suo modo, una rielaborazione critica. Quando il discorso viene a imperniarsi sulle vie da perseguire sul piano pratico (e non in un ipotetico futuro ma a partire dall’oggi, da adesso), riemergono, o è probabile riemergano, in altre parole, alcune grandi questioni che hanno diviso anarchici e marxisti. Una in particolare: pensiamo che un effettivo superamento dello sfruttamento capitalistico, dei suoi effetti distruttivi, dell’oppressione sociale dell’uomo e degli altri animali che esso perpetua, possa essere realizzato lasciando in piedi, e dunque semplicemente ristrutturando, quella macchina antropoietica che da millenni è stata la macchina statuale, oppure riteniamo che proprio l’abolizione di questa separazione che istituisce la sfera politica come sfera della gestione del potere sia cruciale per la realizzazione di tali obiettivi?

Poi, ove mai si fosse concordi sulla necessità di un suo superamento, riteniamo che esso debba avvenire prevenendo e contrastando, in ogni spazio sociale, per quanto possibile, il rinforzarsi delle strutture statuali o crediamo ancora alla favola della “dittatura del proletariato” secondo la quale, proprio rendendolo proprietario di tutto e sovrano su tutto un qualche Stato che si proclami “socialista”, “antispecista” o quant’altro ci piaccia, si possa infine superare il capitalismo e lo Stato stesso?

Il superamento del capitalismo può, in altre parole, darsi in forme “politiche”, cioè conservando l’esistenza della sfera politica intesa come sfera statuale, o richiede un salto e una pluralità di libere sperimentazioni orientate verso forme meta-politiche, quindi post-statuali, di autogestione della società? L’antispecismo può realizzare i propri obiettivi entro un qualche regime “politico” o per concretarli in maniera radicale occorre organizzare la società stessa, i suoi organi decisionali e produttivi, in modo non statuale, oltre che non capitalistico?

Le posizioni dell’anarchismo sociale in merito a questi punti sono, almeno sul piano programmatico, piuttosto chiare, mentre, personalmente, riterrei utile al dibattito attuale un pronunciamento più netto su di essi da parte di quanti propongono l’antispecismo politico come progetto di radicale cambiamento della società e superamento in senso libertario/egualitario dell’economia di mercato. Credo sia importante stanare ogni ambiguità rispetto a questi temi, non ovviamente nel senso di ribadire asserti di fede, ma nel senso di pronunciarsi sul tipo di pratiche di conflitto e sugli obiettivi che, a partire dal contesto attuale, si ritiene opportuno portare avanti.

Le vaghezze, incertezze, inadeguatezze o ambiguità, che il movimento antispecista al momento non riesce a sciogliere, d’altra parte, possono a mio avviso essere imputate solo in piccola parte a reticenze o insufficienze dei suoi promotori e attivisti. Esse vanno ascritte, più seriamente, alle difficoltà obiettivamente enormi che qualsiasi progetto di critica radicale ed ancor più di superamento effettivo del capitalismo e delle forme economiche, sociali e politiche che ne esprimono il dominio, incontra nella fase storica attuale. Problema che, naturalmente, investe e riguarda, al pari delle altre, anche le componenti anarchiche dei movimenti anticapitalisti.

Proprio in quanto prendono le mosse da tale orizzonte di difficoltà, teoriche e pratiche, le presenti note, come si è accennato, non intendono proporre risposte ultimative alle questioni sopra poste ma, più modestamente, suggerire terreni di confronto dai quali potrebbero emergere, in maniera più chiara, convergenze e divergenze, possibilità di sinergia e latenti conflittualità, tra l’antispecismo anarchico e quelle componenti dell’antispecismo “politico” che si richiamano ad una critica dell’economia capitalista e ne dichiarano auspicabile il superamento.

Accennerò, perciò, nella seconda parte di questo articolo, ad una possibilità di andare al di là della dicotomia tra politico e meta-politico, schematicamente delineata nelle pagine precedenti, per predisporre un terreno di confronto in cui su cui sia gli antispecisti “politici” anticapitalisti sia gli antispecisti che si ispirano all’anarchismo sociale potrebbero intendersi, mettendo in gioco una nozione critica, o quantomeno semanticamente più ampia e inclusiva, della sfera “politica” che, al contrario di quelle dominanti, includa al suo interno (nel suo spazio semantico) anche opzioni che prevedono un’organizzazione non statuale della società.

Marco Celentano

NOTE

[1] Si veda L. Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Alessandria, 2013.

[2] M. Maurizi, Cos’è l’antispecismo politico, ilmiolibro self publishing, Roma, 2012, quarta di copertina.

[3] M. Filippi, Questioni di specie, Eleuthera, Milano, 2017, p. 15.

[4] Ivi, p. 29.

[5] M. Maurizi, “Al di qua della natura. Una risposta alle critiche”, http://marcomaurizi.blogspot.it/2016/06/al-di-qua-della-natura-una-risposta.html, visitato alle 19.30 del giorno 11/05/18.

[6] Aristotele, Politica, IV, 1, 1288 b 27.

[7] E. Masi, Mao, un monaco nella Rivoluzione Culturale, in L. Basilone, G. La Guardia (a cura di), Edoarda Masi. La Rivoluzione Culturale in Cina, Edizioni Thyrus, Arrone (Tr), 2016, p. 113.