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Incendi di rifiuti in Lombardia

I recenti episodi degli incendi di rifiuti in Lombardia, in crescita negli ultimi anni, ci consentono di fare alcune riflessioni su un quadro complessivo in cui l’illegalità è la parte terminale e forse la meno importante. La lente di ingrandimento va posizionata su un processo produttivo che ha generato, nella sua logica organizzativa e commerciale, il rifiuto, lo scarto sia industriale che urbano, la cui gestione si sta dimostrando, a livello globale, sempre più complessa ed onerosa coinvolgendo vari aspetti da quello economico a quello legislativo, tecnico, sanitario. I numeri dell’illegalità ambientale in Italia sono decisamente consistenti, gli illeciti ambientali nel solo 2017 sono stati 30.962, con una crescita del 18,6% sul precedente anno. Le denuncie sono risultate 39.211 con un incremento del 36%, mentre i sequestri nel 2017 si sono attestati su 11.027 segnando un più 51,5 sull’anno precedente. Negli ultimi due anni gli incendi nello smaltimento dei rifiuti hanno raggiunto a livello nazionale il numero di 250. Nel 2017, la distribuzione geografica sul territorio nazionale vedeva in testa il Nord con 124 incendi il 47,5% del totale, il Centro con 43 incendi (16,5%), il Sud con 62 (23,7%) e le isole con 332 incendi, il 12,3% del dato nazionale. In tale contesto, la Lombardia detiene un primato, una indagine su tre di ecoreati la riguarda direttamente. Da anni la regione occupa un posto di rilevo nel traffico degli ecoreati basti pensare che nella solo Provincia di Milano si sono svolte il 10% di tutte le inchieste italiane sul tema. Il dato diventa più significativo se lo si circoscrive alle inchieste sui grandi traffici di rifiuti dove la Lombardia regista il 30 per cento della distribuzione nazionale. Vi è tuttavia un elemento ancora più incisivo di tali numeri. in Lombardia l’aspetto “criminale” è costituito da una significativa “area grigia” di imprenditori che nella loro fase iniziale di attività non commettono reati ma, col tempo, si avvantaggiano dei reati commessi da altri o comunque si assicurano tramite la criminalità organizzata, specialmente la ndrangheta, una “tranquillità” operativa. Il caso scolastico è fornito dalla Società Perego Strade. Solida azienda brianzola che, trovatasi poi in difficoltà di liquidità, ha trovato sostegno finanziario nelle ndrangheta che di fatto ha scalato tutti i vertici societari sino al controllo totale. Tra gli ecoreati, un posto di rilevo è rappresentato dallo smaltimento dei rifiuti ed è qui che “l’area grigia” imprenditoriale si è sempre più sviluppata. Portiamo, tra i tanti, gli esempi più eclatanti. Uno dei casi più noti è la vicenda giudiziaria che ha visto la condanna di Paolo Berlusconi per le fatturazioni false emesse tra il 1993 ed il 1995 dalla Società Simec che gestiva la discarica di Cerro Maggiore, in provincia di Milano. Un sito di stoccaggio rifiuti per cui si sono registrati finanziamenti pubblici, tra Stato e Regione, per 20 milioni di Euro. L’EXPO ha dato il suo contribuito a tale tipo di reato. Due società, la Elle Elle trasporti di Stefano Lazzari e la Orlando Liati operante nel settore movimento terra, erano in rapporti stretti con la cosca ndranghetista dei Barbaro, specializzata proprio nelle operazioni di sbancamento. Il terreno sbancato deve essere trattato come “rifiuto da bonificare”, quindi richiede un intervento speciale con un conseguente aggravio di costi. La Società Elle Elle, con il concorso di altre due, coinvolte nel cantiere dell’Expo, la Carpineto Costruzioni e la Eco-Fly, saltava di fatto il passaggio della bonifica del rifiuto ed andava a sversare direttamente in tre cave: quelle dismesse di Molinetto di Romentino (Novara) e San Rocco al porto (Lodi), e la cava di Casciana Tecchione di San Donato Milanese. Altre imprese, facenti capo a Lazzari e Liati, quali la Cifa e la Ineco, si sono aggiudicate appalti in Expo nonostante Liati avesse ricevuto già nel 2012 dalla prefettura una interdittiva antimafia. Non poteva mancare nella ”zona grigia imprenditoriale” anche il segno politico più decisamente reazionario rappresentato da Lino Guaglianone, ex tesoriere dei Nuclei Armati Rivoluzionari, esponente storico della destra nera milanese, personaggio ben inserito nel mondo manageriale coprendo incarichi di peso in aziende partecipate del Comune di Milano e Regione Lombardia, quali i CDA di Ferrovie Nord e di Fiera Milano Congressi Spa. Guaglianone, commercialista di professione, ricopre l’incarico di presidente del collegio sindacale della Finman Spa, dell’immobiliarista calabrese Mario Pecchia, noto, anche se mai condannato, per le vicende giudiziarie dell’inchiesta Cerberus sul monopolio movimento terra delle ndrine del Nord Italia. Ua altro caso è relativo alla società Armofer di Luigi Cinerari, società che si aggiudicò l’appalto per lo smaltimento di rifiuti ad un prezzo che risultò inferiore dell’ 83,5% a quelli medi. L’inchiesta coinvolse anche Infrastrutture Lombarde, la società pubblica che assegnò l’appalto, e ne venne arrestato il Direttore generale Antonio Rognoni. Venendo allo specifico tema degli incendi, bisogna premettere che la vicenda trova la sua giustificazione in una serie di cause, non sempre e solo imputabili al fatto volontariamente doloso, e quindi al malaffare, da individuarsi nella logiche di un sistema produttivo che non riesce più a gestire l’intero processo di produzione delle merci. L’origine dell’illecito è da cercarsi nel fallimento di un sistema di trattamento dei rifiuti che ormai non riesce più a soddisfare le sue necessità. E’ il sistema legale che genera l’illecito. Le maggiori criticità sono infatti da ricercarsi nella struttura dell’intero processo, ormai al collasso sotto il profilo sia operativo che economico, e possono individuarsi nei seguenti aspetti:

  • decreto sblocca Italia e accordi interregionali per la dislocazione dei rifiuti;

  • disponibilità sempre minore di impianti di smaltimento rifiuti;

  • aumento costante dei prezzi di smaltimento;

  • minore assorbimento di quote di rifiuti da parte della Cina, che sino allo scorso anno acquistava il 70% dei rifiuti prodotti in Italia e nell’ambito della Comunità Europea, non adeguatamente sostituita, nei volumi trattati, da altri paesi asiatici tra i quali i più attivi sono Birmania e Vietnam;

  • corruzione alimentata dall’alto valore economico dei progetti di smaltimento;

  • ampia discrezionalità dei singoli amministratori e funzionari pubblici, humus su cui fiorisce a dismisura la corruzione.

Il decreto sblocca Italia del 2014 è stata una delle causa maggiori che hanno portato alla crisi del ciclo del rifiuto ed innescato il fenomeno degli incendi, come extrema ratio per affrontare l’emergenza. Nel decreto si stabilisce che gli inceneritori, dopo aver bruciato i rifiuti urbani (non differenziati) della propria regione, devono smaltire quelli di altri regioni ed in via complementare gli scarti pericolosi a rischio infettivo. Tale norma ha fatto si che fosse esclusa dall’incenerimento una parte consistente dei rifiuti classificati come speciali non pericolosi, in sintesi gli scarti delle aziende e della raccolta differenziata urbana. Guarda a caso tali tipi di rifiuti costituiscono la maggioranza di quelli presenti nei siti di stoccaggio o discariche coinvolte negli incendi. Nella regione Lombardia, in virtù del decreto sblocca Italia, si è invertita la proporzione del rifiuto che andava, prima dell’avvento del decreto, per il 70% ai termovalorizzatori, e solo il 30% in discarica. La possibilità stabilita dal legislatore di ricevere rifiuti da altre regioni ha generato un vero e proprio turismo dei rifiuti. Gli ultimi dati sono relativi al 2016, anno in cui 40 milioni di tonnellate hanno attraversato l’Italia, da una regione all’altra, utilizzando circa un milione e mezzo di TIR. In Lombardia, il flusso di entrata extraregionale del rifiuto è ben maggiore di quella che la stessa regione produce. La produzione in loco si attesta sui 5 milioni di tonnellate di rifiuti mentre quelli che accoglie si cifrano in 11,8 milioni. Tutte le volte in cui è necessario prevenire situazioni di emergenza, praticamente sempre, si possono stipulare accordi fra Regioni per la spedizione trans-regionale dei rifiuti urbani. Si contano almeno 12 accordi negli ultimi anni. Per facilitare ancora di più il traffico trans-regionale vi è anche un’altra efficace scorciatoia, quella di cambiare l’etichetta dello scarto. E’ sufficiente che i rifiuti siano transitati per un centro di trasferimento o che siano stati sottoposti ad una operazione di trattamento perché passino da urbani a speciali, e quindi senza vincoli di movimento ed “esportabili”. Rilevante è anche il volume di scambi internazionali dei rifiuti: secondo i dati di Unioncamere nel 2016 sono entrati nelle regioni italiane da fuori confine o dall’estero oltre 38 milioni di tonnellate di scarti e ne sono usciti più di 36 milioni. In questo contesto che denota una tendenza al collasso nella gestione del rifiuto le imprese tendono ad abbassare i costi affidandosi a chi gestisce il ciclo dei rifiuti in modo illegale. Bruciare i rifiuti è il modo più economico e veloce per smaltirli. L’aumento degli incendi al Nord, ed in particolare in Lombardia conferma l’inversione di tendenza rispetto a storiche emergenze tutte concentrate al Sud, in poche parole, la “terra dei fuochi” ora parla più lombardo che campano. Questo è anche direttamente proporzionale ad una elevata concentrazione degli impianti di recupero e smaltimento rifiuti in Lombardia, da spiegarsi anche con una maggiore concentrazione non solo di popolazione ma soprattutto di impianti industriali rispetto ad altre regioni. In Lombardia sono coinvolte le imprese legali più che i mafiosi. Ho fatto una mappatura puntuale delle discariche e dei siti di stoccaggio e rifiuti in Regione. Le discariche ufficiali, ovviamente esclusi i siti clandestini, sono 46 sostanzialmente private considerato che solo 6 sono pubbliche, ovvero, dipendono da Comuni. La maggiore concentrazione si registra in provincia di Brescia ( non a caso grande centro di attività industriale derivata dal ciclo del ferro) ed alla provincia di Milano con 6 discariche. Tra i gestori delle discariche private spiccano nomi di grande rilievo nel panorama economico produttivo quali la Marcegaglia (Mantova), la multinazionale chimica Dow Chemical (Lodi) e la nota Acciaieria Arvedi di Cremona. La quota dei privati nella gestione dei siti di stoccaggio è ancora più elevata. Dei 631 siti solo 13 fanno capo ad enti locali. Anche qui il peso della presenza industriale è preponderante, al di là del dato della provincia di Milano, 189 siti, sono le tipiche provincie a vocazione industriale a fare la parte del leone con la Provincia di Bergamo con 107 siti, la Provincia di Brescia con 54 e Monza Brianza con 40 siti. Per quanto riguarda gli incendi negli impianti di stoccaggio e recupero o nelle discariche va innanzitutto sottolineato che l’entità del fenomeno è relativa solo a quegli eventi che vengono segnalati alle Procure Della repubblica. La commissione parlamentare ha stimato che a livello nazionale oltre il 30% degli incendi non emerge. La “cifra oscura”, come viene chiamata, interessa gli incendi che vengono gestiti “in proprio” direttamente dalle aziende interessate quindi senza una chiamata di soccorso ai Vigili del Fuoco o segnalazioni agli organi di controllo ambientale. Il 2017 è stato l’anno che ha fatto registrare il massimo numero di eventi confermando comunque una costante incremento del fenomeno. Infatti, a partire dall’ultimo quinquennio, chiuso nel 2014, a fronte di 40 si è passati a 73 già nel 2015, numero che è stato replicato l’anno successivo. La distribuzione territoriale vede una prevalenza del Nord Italia, vista la maggiore concentrazione degli impianti di recupero e smaltimento, corrispondente anche ad una vicinanza più prossima di impianti industriali ed alla maggiore utilizzazione del territorio, rispetto al resto d’Italia. Se scomponiamo il dato degli incendi si nota che il numero maggiore non riguarda, come comunemente si pensa, le discariche, ma interessa gli impianti, ovvero, quei siti che dovrebbero essere maggiormente organizzati e controllati: Infatti, nell’ultimo quinquennio, gli incendi nelle discariche sono stati 32 contro i 229 verificatisi negli impianti. Per quanto riguarda il fenomeno incendi relativo alla sola Lombardia, gli eventi “ufficiali”, quindi esclusi quelli non emersi nel periodo 2015-2017, registriamo i seguenti dati: Provincia di Milano 8 eventi, in siti di società private adibiti a recupero e stoccaggio rifiuti, Provincia di Monza Brianza un evento in un centro di raccolta comunale, Provincia di Pavia 6 eventi in siti privati adibiti a stoccaggio e recupero, Provincia di Varese 2 eventi in una discarica di una società privata, Provincia di Mantova 4 eventi in siti di cui 3 in capo a società private ed uno comunale, adibiti uno a discarica e gli altri stoccaggio e recupero, Provincia di Lecco un evento in un centro di cernita e recupero materiali in capo a società privata, Provincia di Brescia 6 eventi di cui uno in discarica pubblica, i rimanenti in luoghi di recupero e trattamento rifiuti facenti capo a società private. Nel 2018, sono 17 gli incendi in regione. Fra gli incendi principali ricordiamo quello del 23 maggio 2017 in un’azienda di rifiuti speciali, la Aboneco Recycling di Parona, nel pavese, con una nube di fumo visibile sino a Milano. Il 7 luglio toccò a Senago, mentre il 24 luglio le fiamme avvolsero il sito di stoccaggio nel quartiere milanese di Bruzzano, con livelli di diossina 270 volte superiore al normale. Per domare il rogo verificatosi il 6 settembre 2018 nel sito della ditta Eredi Bertè di Mortara, nel pavese, che avvenne proprio nel giorno stabilito per un controllo dell’ARPA, ci vollero otto giorni. Il 13 gennaio 2018 a Corteolona andò a fuoco un deposito di rifiuti per il quale sono stati poi arrestate sei persone a vario titolo, dai reati di incendio doloso alla gestione illecita dei rifiuti. L’11 marzo a Cologno Monzese un vasto incendio si sviluppò alla ALFA Maceri, un deposito di carta, plastica e legno. Ultimo e più recente episodio registrato nel corrente mese di ottobre è l’incendio di un sito di stoccaggio della società IPB nel quartiere della Bovisasca a Nord di Milano. L’azione dell’apparato legislativo giudiziario rispetto al fenomeno è del tutto carente; fino al 2013 la combustione illecita dei rifiuti rientrava nell’ambito del divieto generale di “smaltimento anche attraverso combustione non autorizzato” e veniva sanzionato solo amministrativamente come contravvenzione. L’esercizio penale ha riguardato solo il 13 per cento dei casi ma solo in cinque è stata esercitata l’azione penale per incendio doloso o colposo, mentre negli altri casi l’incendio è stata occasione per accertare altri reati ambientali derivanti dalle irregolarità nella gestione degli impianti. Di fronte all’impatto mediatico del fenomeno della terra dei fuochi sono stati configurati, dal 2016, due nuovi reati: la combustione illecita dei rifiuti (sanzione che prevede la detenzione da due a cinque anni aggravata per rifiuti tossici da tre a sei anni) e l’abbandono incontrollato dei rifiuti, il trasporto e la gestione non controllati. Tali norme, di fatto, incidono poco come deterrenti del fenomeno, considerato che l’istituto della prescrizione agisce per queste specifiche violazioni di legge in modo pressoché tombale. Venendo agli aspetti legati ai rischi sanitari, rileviamo due tipi di fenomeni: uno legato alla produzione della diossina e l’altro, meno noto ma ancora più importante, quello dell’esposizione alla nubi tossiche ed alla emissione di polveri sottili che si producono durante la combustione dei rifiuti. Le diossine sono sostanze tossiche che vengono immesse nell’ambiente da numerosi sorgenti tra le quali la combustione delle materie plastiche. Sono sostanze estremamente resistenti alla degradazione chimica e biologica e tendono a conservarsi a lungo. Si è calcolato che la diossina di Seveso impiegò 14 anni prima di dimezzarsi. La diossina prodotta dai roghi contamina il ciclo vitale, acque, terreno, piante, viene assorbita dal grasso degli erbivori da allevamento per poi passare al latte ed alla carne che consumiamo. Rilevanti sono anche gli effetti a livello cromosomico: negli ovini esposti alla diossina la fragilità cromosomica è risultata di quattro volte superiore rispetto ad animali esposti a bassi livelli di contaminazione. Negli allevamenti contaminati da diossina si riscontra un maggior numero aborti e feti anomali. L’effetto più preoccupante è la sua diffusione attraverso le acque. Pur essendo poco idrosolubili, le particelle di diossina vengono assorbite dalla particelle minerali ed organiche presenti in sospensione nel liquido e da qui si produce il ciclo di nquinamento dell’intero ecosistema. La diossina è anche facilmente trasportabile dalle correnti atmosferiche, e rende quindi possibile la contaminazione da luoghi lontani dalle sorgenti di emissione. Meno noti rispetto a quelli della diossina, ma forse di maggior peso, sono gli effetti a livello sanitario dell’esposizione alle nubi tossiche e della contaminazione da polveri sottili. Gli effetti tossici immediati sulle persone esposte alla nube di fumo producono tosse, svenimenti, problemi cardiocircolatori e cardiaci. Le polveri sottili, dette particolato fine, possono penetrare nei polmoni e sono tossiche, in quanto intasano i polmoni e possono favorire problemi circolatori quali l’enfisema polmonare, indipendentemente dal contenuto specifico della nube tossica. Il particolato provoca danni a livello cellulare, e può contenere sostanze tossiche, quindi l’effetto chimico si sovrappone a quello fisico. Gli effetti dell’inquinamento possono essere non solo immediati ma anche a lungo termine. In sintesi, possiamo concludere che l’incendio dei rifiuti, e gli ecoreati in generale, sono da considerasi come logica conseguenza, non solo del malaffare gestito direttamente dalla criminalità organizzata, ma anche e soprattutto dell’attuale modo di produzione e del sistema legale del trattamento dei rifiuti.

Daniele Ratti