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Se questa è l’Italia

L’Italia è sempre in preda allo scontro di civiltà ed ai reflussi di una certa identità, sovranismi qua e federalismi là. Sui campi di battaglia cadono copiosi princìpi e ragioni mentre come foglie al vento piroettano sospesi i valori, distraendo con fascinose ed estemporanee evoluzioni dal realizzare il consumarsi inesorabile della caduta.

L’atmosfera complessiva è del grottesco, tutto caricaturale, con pieghe orrido-spettrali da un lato e di favolistica quanto inconsapevole allegrezza dall’altro. Una commedia tragica infarcita di eccessi e sguaiataggini, dove il drammatico e lo squallido si edulcorano nella narrazione effervescente di battibecchi canzonatòri in successione vertiginosa, fino al completo sommergimento, con parlottii scomposti e vacui fatti di slogan e barzellette, di ogni retaggio di discorso.

è con lo stile del “simpatico” che la trama del tracollo viene scritta tra dolcetti e scherzetti. Halloween. In ogni piazza d’Italia comizi itineranti di fantasmi recalcitranti suonano il campanello e reclamano il bottino goloso di italioti cotti a puntino, inorgogliti dall’assaggio vorace della prelibatezza locale ed ignari che la pietanza più ghiotta resta pur sempre la loro coscienza civile, ormai certo già magra, ma non per questo meno gustosa, anzi al contrario sfiziosa come una costina al barbecue, da rosicchiare mostrando intere le fauci, arricciando il naso e stringendo gli occhi, con sopracciglio aggrottato, accaniti.

Oppure scherzetto e, se al campanello si risponde scocciati negando sorrisi e lanciando improperi, i buttafuori di questa stucchevole maratona di revival in bianco e nero nella nuova e sfolgorante edizione di costumi e frasari dal colorismo pop vengono a prenderti dalla porta sul retro. Quella che apre sull’intercapedine stretta di ritorsioni incipriate e composte, quasi gentili, ancora in maschera, attente a non essere riconosciute o dare troppo nell’occhio. Che so… una querela, magari da 30.000,00€, magari per aver usato un linguaggio scurrile.

Come se in questa agorà di antintellettualismi allo sbaraglio avesse ormai minimo conto il buon parlare ed il saper dire. Come se in questo karaoke nazionale di pochi e brevi ritornelli su schermi unificati fosse udibile una voce fuori dal coro. Come se ancora, nel pieno di questa corsa frettolosa e forsennata per lanciarci impavidi in un buco nero di abomini disgustanti, si avesse ancora tempo di ascoltare qualcosa più di un grido che breve ed intenso, en passant, ti appella: “stronzo”!

Ho letto di un uomo alla frontiera croata rimandato indietro dalla polizia che, impunita e degenerata, gli ha tolto le scarpe ed indicato il tragitto innevato. Gli amputeranno i piedi. Ho ascoltato il racconto di una donna cui in Libia hanno strappato dalle braccia il suo neonato e, sbattutolo a terra con forza, lo hanno lasciato morire lì davanti ai suoi occhi mentre le usavano violenza.

Anche in Italia ne accadono molte di cose oscene e inumane, la cronaca ne racconta di giorno in giorno e lo spostamento dello scontro sul piano fisico ha certamente già preso corso. Negli ultimi tre anni l’incremento delle violenze a sfondo razziale è sconcertante, sconfortante. Quella che però più sembra dilagare, anche se forse non è che preludio od inaugurale timidezza, è una sorta di violenza “incivilita”, quella di un paese che mentre degenera crede invece sia in corso una parabola di riscatto della dignità perduta anche, tra le altre cause, per la “riduzione” – dicono – a terra di tutti, ovvero di nessuno. La violenza incivilita di chi persegue il decoro.

Dunque violenze di ordine psicologico e discriminazioni. Intimidazioni, cornocopie di disprezzo ricolme e traboccanti, segregazione economica e professionale, allontanamenti coatti.

L’italiano si crede migliore, sbandiera i trascorsi patrii che ci vollero culla della cultura e dell’arte, sale sui pilastri di passati tanto gloriosi quanto lontani e gongola, mangia e rutta, dimentica e disimpara, trasfigura nella forma esatta della sostanza dei suoi pensieri recenti: aria fritta, boria e ignoranza. Mellifluo e orripilante, viscido, camaleontico e informe, l’italiano medio dei nostri giorni è figlio di un gregge che si crede una mandria, cieco e sordo, in un delirio di egocentrismo e esaltazione, in stato di vera e propria interminabile allucinazione.

Tutti gli altri, intanto minoritari ma soprattutto diversi tra loro quanto dagli altri, si arrovellano in tentativi inquieti d’intervenire. Come, dove, quando e su cosa è un miscuglio di elementi refrattari e spesso ahimè contraddittori, cui si vorrebbe conferire un senso organico e coerente, cercando qua e là catalizzatori.

E se è vero che le complessità hanno sapore elitario e retrogusto chic, che non sono massificabili né popolari, che autoproducono negazione del consenso in proporzione a quanto sono, o si rendono, o le giudicano incomprensibili, ecco che per osmosi o necessità si fanno propri strategie e linguaggi opposti, in un mercato della comunicazione fatto di stracci di seconda e terza mano ormai logori, eppure esposti e osannati da venditori folcloristici e strilloni, inclini alla compiacenza quanto alla menzogna, desiderosi di incassi quanto d’attenzione.

Il protagonista della rivoluzione che ci attende è l’influencer, che è un famoso qualunque o candidato tale, spesso senza particolari meriti, un figlio della TV o di YouTube, che proprio per la sua evanescente identità può esser questo e quello, un po’ tutto o quasi, come quell’uomo di fumo chiamato Perelà, che indossa leggero gli stivali et voilà.

Passando per cuochi e cantanti, o talvolta perché no, dissacranti adolescenti, si continua a tentare di gettare un ponte tra il personale e il politico, tra il sentire e il capire, attraversando claudicanti tutti i limiti imposti dal rifiuto della geopolitica e della storia, dal rifiuto di intellettualizzare le evidenze fenomenologiche, dal rifiuto di attenzionare le speculazioni teoriche e i percorsi verso alcune scelte, dal rifiuto di concedersi all’analisi delle cause e di distinguerle dagli effetti.

Certamente non è necessario dover essere un professorone per addolorarsi di esseri umani vessati, violati, affogati, né per non essere razzisti, né per indignarsi di soprusi e amenità. Non occorrono particolari conoscenze per far proprio il valore dell’accoglienza e lo spirito di condivisione; il buon cuore è un nobile attributo spesso più frequente nei più semplici si è sempre detto, e chi meno ha più dona. Ma gridare di aprire i porti può essere banale quanto sicuramente è volgare la risposta di aprire le gambe, senza qui entrare nel merito del peso specifico di simili esternazioni nel più generale e spudorato attacco patriarcale ai diritti e la dignità delle donne.

Certo il funzionamento della politica dei visti non può essere spiegato in due parole urlate e neanche in quattro. Di parole ne servono più di quelle che si possono pronunciare a squarciagola e dunque: omissis.

Così manca una risposta a tutte quelle grette e puerili recriminazioni ed affermazioni italiote, mentre al contempo siamo ancora lontani dal saper formulare e porre domande e questioni congrue: perché il Mediterraneo è un crocevia di viaggi clandestini e l’atto migratorio ha assunto negli ultimi quattro o cinque lustri, in una moltitudine di luoghi, il volto macabro di morti raccapriccianti e vite infernali, annegamenti e fosse comuni, scomparizioni inspiegate, assenza concrete e presenze fantasma, schiavitù, confinamenti, estorsioni, stupri, espianto d’organi, sequestri e rapimenti, fame e malattia, disperazione e tragedia?

Alle preposizioni interrogative si prediligono le affermazioni e più di tutte quelle facili e brevi: “Prima gli italiani”. O ben che vada “Salvini merda totale”.

Monica Scafati