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Un altro giro di danza

La campagna elettorale permanente sta accelerando verso il suo apice: la celebrazione del gran ballo in maschera della democrazia. Fissato per la primavera 2018, invitati tutti.

L’ipnotico richiamo delle urne incanta, ancora una volta, la sinistra radicale, che si lancia nell’ennesima ricerca di rappresentanza elettorale finendo per restituire fiducia all’organizzazione sociale specifica della classe dominante: lo stato. Il pifferaio magico e la sua suadente melodia della conquista del potere politico, o per lo meno di una sua fetta, come mezzo per fare avanzare le conquiste sociali incanta ancora una volta certe fazioni politiche e la recente discesa in campo di “Potere al Popolo” non è che la riconferma di questa coazione a ripetere.

Forte di un effettivo radicamento territoriale l’EX OPG Occupato di Napoli si propone come capofila di una lista della sinistra radicale che sappia coinvolgere i soggetti della variegata galassia dei centri sociali post disobbedienti e post autonomi. Un’operazione non troppo differente rispetto a quella avviata dai centri sociali del Nord Est in Emilia Romagna e che ha portato la cricca del TPO e rimasugli di SEL in consiglio comunale a Bologna con Coalizione Civica, ma su scala più ampia. Una proposta viziata da pesantissimi errori di valutazione nelle sue basi e senza effettive gambe su cui camminare e che potrà, al massimo, servire nello stabilire un’egemonia – o nell’affossare quella costruita fino a ora in caso di clamoroso flop – a livello territoriale.

Oltre al progetto di Potere al Popolo abbiamo anche Sinistra Rivoluzionaria, unione del PCL di Ferrando e di Sinistra, Classe e Rivoluzione – l’ex “organizzazione nell’organizzazione” Falce e Martello del PRC dei tempi che furono – che si candida alle politiche.

Abbiamo poi anche l’ultrariciclato Marco Rizzo, da prode bombardiere della Serbia ad apostolo dell’antiamericanismo spacciato per antimperialismo, ma qua siamo oramai nel campo del comico, con il suo PC pronto per le elezioni.

Gli errori di valutazione alla base di queste scelte elettoraliste sono gli stessi di tutti coloro che credono che la partecipazione alla struttura statale possa portare a qualcosa di buono per la nostra classe. Storicamente le speranze riformiste si sono infrante quando le componenti della Seconda Internazionale votarono i crediti di guerra in Germania, Francia e Inghilterra contribuendo a gettare milioni di operai e contadini nel massacro della Prima Guerra Mondiale. Se l’opzione giacobina della conquista manu militari del potere da parte di un’auto-definitasi avanguardia si è dimostrata incapace di risolvere le proprie contraddizioni finendo per evolversi ovunque in una qualche forma di capitalismo di stato l’opzione socialdemocratica e riformista, in veste più o meno radicale, ha parimenti fallito. Ha fallito nelle sue forme storiche segnando l’evoluzione da welfare state a workfare state in Germania e Regno Unito. Definitivamente smantellata da anni negli USA, sotto pesante attacco in Italia e Francia. Regge ancora – per quanto? – in alcuni paesi nordici grazie alle loro peculiarità.

È fallita nelle sue riproposizioni contemporanee in Grecia,con Syriza rientrata nei ranghi e che non gioca nemmeno più all’opposizione delle politiche di austerity, è fallita nella crisi del “Nuovo Bolivarismo”, esperimento socialisteggiante condito con giacobinismo e teologia della liberazione salito al governo in Venezuela e che è finito stritolato dalle fluttuazioni del prezzo del greggio, che è determinato altrove, su cui basava la propria economia, economia per altro costruita a prezzo di un’ulteriore devastazione ambientale, prezzo pagato da molte comunità indigene. È fallita in Turchia dove l’HDP è stato estromesso da un golpe bianco dal governo delle municipalità che aveva democraticamente conquistato. Il “municipalismo” di Barcellona, preso a modello da certe componenti italiane, non è in grado di dare una chiara risposta di classe al conflitto tra lo stato centrale spagnolo e il nazionalismo catalano.

L’altro grande errore di valutazione compiuto da questi gruppi riformisti è l’idea che il processo di concentrazione del capitale – e di correlato depauperamento del proletariato e della così detta classe media – a cui abbiamo assistito in questi anni sia in qualche modo il risultato di un qualche oscuro piano neoliberale e non l’estinzione storicamente determinata del patto sociale di stampo socialdemocratico che aveva retto nei paesi occidentali per decenni: estinzione che è stata determinata dal superamento delle basi materiali che sorreggevano tale patto e dalle modifiche, sempre più profonde, ai meccanismi produttivi che non richiedono più operai/impiegati-massa. La fine delle possibilità di accumulazione tramite esproprio coloniale direttamente per mano degli stati europei e l’avanzamento delle capacità di produzione alla lunga alla fine hanno portato alla crisi delle varie forme di stato sociale, l’apertura al mercato del lavoro globale da parte del capitalismo di stato cinese ha fatto migrare parte consistente del manifatturiero. Le produzioni che vengono reinternalizzate adesso in occidente assorbono meno forza lavoro in quanto maggiormente automatizzate e permettono l’abbattimento dei costi dati dalla logistica.

L’espulsione dal mercato del lavoro – o la condanna a lavori saltuari informali o istituzionalizzati che siano – ora investe anche quella che un tempo sarebbe stata classe media: lavoratori impiegatizi, liberi professionisti, creativi. Il mondo si polarizza sempre più tra chi possiede i mezzi di produzione e chi non li possiede. È ovvio che il gioco non potrà durare in eterno: una popolazione di disoccupati o sottoccupati cronici non può assorbire la quantità di merci prodotta a ritmi sempre maggiori, la crisi sistemica diventa possibilità immediata.

A fronte di queste profonde modifiche appare evidente come portare indietro le lancette della storia, in modo democratico o meno, sia impossibile.

Tentare di partecipare al potere statale oltre che legittimare l’organizzazione di classe specifica della borghesia significa investire energie nel tentare di fare rimanere sul palco della storia chi ha esaurito le battute a disposizione.

Ma proseguiamo con la nostra carrellata sul ballo in maschera che si appronta. La “cosa” che si muove alla sinistra del PD ha accusato di leaderismo Renzi e poi ha scelto per acclamazione come proprio leader un magistrato, l’attuale presidente del senato Grasso. A questo punto ci tenevamo il centralismo democratico che almeno si discuteva, o almeno si faceva finta, per decidere chi sarebbe stato il leader. Ma tanto è. Pisapia & C. sembrano finalmente essersi decisi nell’abbandonare l’ipotesi di alleanza con il PD ma ancora non si sa cosa faranno sul serio.

Su PD, Lega, M5S, FDI, Alfaniani e quanto altro non pensiamo che sia necessario spendere ulteriori parole. Forse giusto un paio di battute sul M5S: quando pochi anni fa affermavamo che i 5 stelle servivano a recuperare alla classe dominante il controllo di quelle confuse istanze di rottura emerse agli albori della crisi economica e sociale c’era chi ci rispondeva con l’opportunità del voto tattico per il partito di Grillo e simili castronerie. Ora i 5 stelle hanno finalmente dimostrato di essere quello che già denunciavamo allora: una banda di banderuole.

Nel frattempo il Partito Democratico, lo stesso partito che con il suo ministro dell’Interno, che alcuni vedrebbero bene come futuro premier, ha sancito la possibilità di lasciare affogare i profughi in mare, purché si possa scaricare la responsabilità sulla Guardia Costiera altrui, e, meglio ancora, lasciarli ammazzare da bande di criminali in Libia, si mette a strillare sul pericolo del ritorno del fascismo e del razzismo a causa di quattro pagliacci fomentati dallo stesso governo. E allora via con il richiamo all’unità antifascista e altre storielle infantili. Come se i fascisti fossero un fenomeno dovuto a un qualche marciume morale e non fossero i vili scherani al servizio del padronato – i lavoratori dei magazzini SDA aggrediti da squadracce fasciste durante la vertenza di ottobre-novembre avrebbero qualcosa da insegnare alle anime belle dell’antifascismo morale a tal proposito – e come se i partiti liberali non avessero attuato, in nome della realpolitik o di qualche altro fantasma mentale – o più semplicemente in nome delle rispettive borghesie di riferimento – le stesse politiche di omicidio di massa invocate dai fascismi.

D’altra parte storicamente i campioni liberali dell’antifascismo, i Churchill o i De Gaulle, si sono sistematicamente dedicati allo sterminio e all’accumulazione mediante esproprio nelle colonie al pari del Reich con il suo Generalplan Ost o degli infami atti criminali compiuti dal Regno d’Italia in Africa Orientale – compiuti non a caso sia durante la monarchia liberale che durante la monarchia fascista.

I pagliacci neofascisti reggono ancora una volta il bordone a chi sta al governo agendo da parafulmine e specchietto per allodole. Probabilmente li lasceranno giocare un pochino ai nazional rivoluzionari per poi dargli quattro scappellotti quando passeranno il segno. La vicenda di Alba Dorata in Grecia insegna: prima pompati su tutti i media e poi pubblicamente castigati dalle procure elleniche.

Intanto si grida all’aggressione squadrista per quattro babbei con tre fumogeni sotto le finestre del direttore de La Repubblica quando per anni abbiamo visto aggressioni squadriste, e omicidi, a danni di attivisti e militanti politici, di lavoratori in sciopero, di immigrati individuati come nemici allogeni derubricate a “risse tra estremisti” “scontri tra ultras” o semplicemente ignorate.

Come se il Partito Democratico non avesse ampiamente legittimato Casa Pound come ben mostrato dal dossier sui rapporti tra il partito renziano e l’ultradestra composto dai Wu Ming e Bourbaki e liberamente consultabile online: https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

Non ci stupiremmo, infine, di vedere varare nuove misure repressive – o legittimare quelle già esistenti ma scarsamente applicate, come la sorveglianza speciale – con la scusa della necessità di combattere qualche banda di babbioni che fanno il saluto romano per poi applicarle nei confronti dei movimenti sociali che provano a contrastare le dinamiche sempre più stritolanti del capitalismo.

I partecipanti al grande ballo in maschera prendono posizione. Noi sappiamo già quale è la nostra: dalla parte della nostra classe.

lorcon

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