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Rotta balcanica e pushback

Stufo di leggere online o di sentire racconti da volontarie e volontari in autoformazioni, dibattiti o presentazioni di progetti sparsi per mezza italia, decido di licenziarmi e partire.

Con non poche esitazioni contatto l’associazione “no namekitchen” che al momento lavora a Šid, in Serbia, sul confine serbo-croato, a VelikaKladuša in Bosnia, e fino a qualche giorno fa anche a Roma, in piazzale Spadolini, affiancando il progetto “Baobab Experience” sgomberato per la ventisettesima volta il 6 dicembre ’18.

Li contatto con una mail in cui spiego brevemente le mie intenzioni,compilo un’infinità di form sul loro sito, e, nel giro di qualche giorno, vengo contattato da uno dei coordinatori. Mi viene spiegato subito che con l’arrivo dei primi freddi e dell’inverno avranno sicuramente bisogno di persone disponibili a partire e rimanere lì almeno per un po’.

Tempo di farmi prestare da qualche amica uno zaino abbastanza capiente, buttarci dentro le cose più comode e pesanti che trovassi in casa, il 15 settembre mi ritrovo su un flixbus notturno direzione Belgrado.

Una volta arrivato nella capitale serba raggiungere Sid è relativamente semplice, ci sono un paio di treni diretti ogni giorno e circa 6 pullman durante tutta la giornata, motivo per cui arrivato alle 7 del mattino e alle 8 e 30 sono già in direzione di quella che è stata casa per gli ultimi 3 mesi.

Le attività di no namekitchen a Šid, le definirei di prima assistenza: un pasto caldo al giorno, docce due o tre volte a settimana, primo soccorso, distribuzione di vestiti, sacchi a pelo e tende ed elettricità durante tutta la permanenza dei volontari nello squat.

Assieme al pasto caldo, solitamente la cena, riuscire a caricare il telefono per tutti i ragazzi di passaggio è di vitale importanza, perché spesso è l’unico strumento d’orientamento nelle jungle, modo in cui la maggior parte dei migranti chiamano i boschi della rotta balcanica e, ovviamente, anche per comunicare con familiari ed amici.

La maggior parte delle attività si svolgono nello squat, un edificio abbandonato, probabilmente una ex fabbrica, distante circa una decina di minuti dal centro della città; questo accampamento di fortuna accoglie quotidianamente dalle 80 alle 150 persone, numeri che variano moltissimo di giorno in giorno, situazione che mi ha reso praticamente impossibile per tutta la prima settimana riuscire ad associare i nomi ai rispettivi volti.

Questi cambiamenti sono dovuti ad un’infinità di variabili e se provo a ragionarci mi vengono in mente sicuramente l’agibilità dei percorsi che entrano in Croazia dopo VelikaKladuša e l’operatività della polizia serba e di quella croata.

Ogni notte, dopo la cena, gruppi più o meno affollati partono verso la fortezza Europa, un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio e la frase “Tonight I go to the game”, letteralmente – vado in Europa – tempo di preparare gli zaini e tutte le loro cose, si concentrato nel piazzale davanti lo squat, provando a salire sui treni senza che i capitreno se ne accorgano, nascondendosi nel miglior modo possibile.

Scenderanno quando il treno avrà varcato almeno una frontiera. Importantissimi, in questo tragitto sono i chekpoint, altri campi o squat in cui riposarsi per poi poter proseguire.

Le modalità per il “game” sono numerose: oltre ai treni, vengono usati anche i camion, con le stesse identiche modalità.

Il grande problema, utilizzando i camion, è che la frontiera croata usa degli scanner, chiamati cargo mobbix, questi apparecchi sfruttano i raggi X e dei rilevatori elettronici che sono installati sul braccio meccanico di un autocarro, in grado di ruotare intorno al container così da ottenere una visione quasi tridimensionale del suo interno.

È evidente che questo tipo di game è destinato a fallire al primo confine croato nel caso in cui la polizia decida di utilizzare questi strumenti, ma c’è da dire che queste apparecchiature non sono sempre in funzione.

Tutti i migranti che vanno al game sono sempre subordinati ad uno Smuggler-trafficante, che decide quando, in che modo, e con chi farli partire, il tutto tramite il pagamento di una somma che può andare dai 2000 ai 5000 euro; questi soldi vengono spesso bloccati prima della loro partenze dal paese d’origine, e verranno dati al trafficante nel momento in cui si arriva in Europa sani e salvi.

Nella mia esperienza, ho incontrato un solo gruppo di ragazzi senza uno smuggler, quindi completamente indipendenti. Camminando, hanno varcato praticamente tutti i confini che si sono trovati sul loro cammino, chiacchierando con loro, il più giovane, 14 anni, mi racconta che è partito da casa sua 9 mesi prima.

Il retro della medaglia di ogni “game” sono i pushbacks-respingimenti, ad opera delle forze di polizia, la forma più comune di respingimento è quella che si compie proprio sul confine, non è inusuale l’espulsione dal territorio. La Croazia è l’esempio più sistematico e atroce di ciò che accade costantemente tra i confini europei. La maggior parte dei ragazzi che ho conosciuto, per non dire tutti, hanno subito respingimenti dalla Croazia, ed è ormai noto che la polizia si lasci andare ad insulti, minacce armate e percosse, su minori, donne o bambini, non fa alcuna differenza.

Tutti quelli catturati vengono immediatamente deportati in Serbia, dopo esser stati per almeno una decina di ore in qualche stazione di polizia, senza cibo né acqua, obbligati a firmare documenti che non sono in grado di leggere e comprendere, derubati dei loro soldi e vestiti. Costretti a consegnare il proprio cellulare, che verrà messo fuori uso in modo completamente irrecuperabile bruciando con un accendino i pin di attacco della batteria, della memoria e della sim.

Il tragitto Croazia-Serbia avviene all’interno di un Van, vengono chiusi nel retro, al buio, per ore.

Ne posso scrivere così dettagliatamente per il semplice fatto che tutti i ragazzi che mi hanno raccontato la loro esperienza di respingimento dalla Croazia citavano esattamente tutti gli stessi passaggi, come se fosse un protocollo da seguire.

La polizia slovena sembrerebbe più morbida, motivo per cui si evitano le botte, ma il problema rimane sempre quello: chi viene preso verrà consegnato alla polizia croata che a sua volta farà esattamente la stessa cosa con la polizia serba. L’italia stessa nella zona di confine di Trieste sta iniziando ad attuare questi respingimenti, non con la stessa brutalità e freddezza della polizia croata, ma ci stiamo accodando ad un sistema inumano avviato che giorno dopo giorno andrà a ‘migliorarsi’.

Sparsi sui territori della rotta balcanica ci sono numerose associazioni, gruppi indipendenti ed ong che lavorano costantemente per segnalare e raccogliere storie di quanto succede sui confini europei.

C’è gente che rientra allo squat anche dopo quattro o cinque giorni, stremata. Non ritentano il game per almeno un paio di giorni, i più esausti aspettano anche qualche settimana.

Così ripartano le giornate infinite ad aspettare che arrivino i volontari per mangiare, aspettare per la corrente, aspettare per una doccia o per chiedere un antidolorifico.

Davide Redivo