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Repressione e opposizione

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Parafrasando un celebre aforisma di Roland Barthes a proposito del fascismo, la repressione non è tanto impedire di fare, quanto obbligare a fare. L’obbligo, ad esempio, di attenersi scrupolosamente

alla “legalità” imposta dal sistema, alle sue regole, ai suoi dettami martellanti, ai suoi corifei più o meno prezzolati. Da tutto questo sembra impossibile sfuggire, e con conseguenze tutt’altro che filosofiche e/o teoriche. Si parla di conseguenze terribilmente pratiche, che hanno un’incidenza precisa sulla vita di tutti coloro che, in un modo o in un altro, si oppongono a tutto ciò. Conseguenze che sono quotidiane, e che colpiscono la persona nelle sue basi di azione, di sostentamento e di vita. Repressione che rappresenta un obbligo basilare: o ti uniformi, naturalmente in maniera del tutto innocua, o paghi. Paghi con le denunce, paghi con la galera, paghi con i domiciliari, paghi con le multe, paghi con l’impossibilità ad esprimerti liberamente nelle parole e nei fatti.

Nella pratica, la repressione è il costante obbligo ad una uniformità predeterminata, ad un pensiero unico. Pensiero unico che non ha nulla di astratto: lo si vede, ci teniamo a ripeterlo, nella realtà di tutti i giorni. Come anarchici e libertari, accettare tutto questo sarebbe semplicemente la negazione di noi stessi. Pur non voltando il capo dall’altra parte, oppure dedicandoci a belle utopie che non hanno attualmente ragione di esistere bensì inserendoci consapevolmente nel presente e nelle sue dinamiche, non siamo, e non saremo mai, disposti ad accettare questo dato di fatto, che equivale più o meno alla morte. Non è un’esagerazione: l’accettazione pedissequa della legalità del sistema è come dichiararci allegramente dei morti viventi.

Fatta questa premessa, andiamo a parlare di alcuni esempi pratici di tutto questo, i quali ci riguardano da vicino. “Da vicino” non significa che vogliamo limitarci al nostro orticello o al nostro “particulare”, come si suol dire: sono, anzi, degli esempi di meccanismi repressivi che possono avere valenza generale e che, mutatis mutandis, sarebbero applicabili a qualsiasi realtà di opposizione che non si limiti alle parole.

Gli esempi che seguono coprono un periodo di circa due anni, a partire dal dicembre del 2015, ed un ambito locale, vale a dire la Toscana. È, appunto, una esemplificazione fattiva di ciò che abbiamo espresso nella premessa: la quotidianità e l’ambito territoriale delimitato che hanno, in realtà, una valenza generale ed applicabile a qualsiasi altra località, situazione e periodo recente.

Il 19 dicembre 2015 era stata convocata in piazza del Duomo, a Firenze, una manifestazione in risposta ad un corteo, intitolato “Prima gli italiani”, promosso dai neo e veterofascisti di “Fratelli

d’Italia” e “Casaggì”. La contromanifestazione antagonista era stata promossa con lo slogan di “Prima i poveri”. La stessa fu attaccata con ben due cariche delle “forze dell’ordine”: la prima cosiddetta “di alleggerimento”, e la seconda in piena regola. Durante tale seconda carica, tra gli altri, un compagno del Coordinamento Anarchico Libertario fu raggiunto da varie manganellate delle quali una in testa, per essere poi ulteriormente pestato mentre era a terra e in seguito dover essere ricoverato in ospedale con una prognosi di sette giorni. Tutto questo solo per voler manifestare un’opposizione reale e senza compromessi. Il compagno è stato quindi raggiunto da una denuncia per “opporsi ai pubblici ufficiali (…omissis…) che stavano effettuando un servizio di ordine pubblico nell’ambito di un presidio tenutosi a Firenze in piazza del Duomo, usavano violenza e minaccia consistita nello spintonarli e colpirli con le aste utilizzate per reggere i cartelli con i quali manifestavano”; analogo provvedimento ha colpito altri quattro compagne e compagni di altre realtà.

Come si può vedere, l’obbligo a “fare in un certo modo” (altresì detto “legalità”) non è derogabile e si scontra con le cosiddette “violenze e minacce” ai danni di forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. È, sempre per ribadire, una costante che ha valore generale: ricorda, ad esempio, le decine e decine di “minacce, contusioni e violenze” che colpiscono invariabilmente i tutori dell’ordine in Valsusa, oppure a Genova, oppure dovunque. “Minacce e violenze” a base di aste di cartelli contro agenti più armati di Robocop.

Continuiamo quindi, saltando nel tempo al 10 aprile 2017 in quel della murata città di Lucca, in quel giorno murata in tutti i sensi. Si svolgeva infatti nella suddetta città, quel preciso giorno, l’ennesimo “G7”, il “vertice” di questi o quegli squali della terra, che periodicamente occupano varie città e cittadine storiche per le loro inutili e mortifere confabulazioni. Era stato organizzato, come usualmente ci ostiniamo a fare in circostanze del genere, un corteo in opposizione. Ci sarebbe a questo punto da disquisire un po’ sul valore di tali manifestazioni, regolarmente compresse in spazi limitati, con divieti rigorosi di accesso, “zone rosse”, blocchi di vie d’uscita, limitazioni che sfiorano il divieto totale, e quant’altro. Manifestazioni del genere, naturalmente, non hanno nessuna reale possibilità di incidere su quanto avviene e viene imposto, bensì si limitano ad una presenza, ad una voce che non vuole spegnersi.

Ciononostante, tutto questo non basta a lorsignori. In occasione di un tentativo di “sfondamento” simbolico presso la munitissima e strettissima Porta S. Jacopo, dalla quale non sarebbe passato neppure un moscerino tanto era presidiata in armi, si sono svolti dei pesanti scontri mentre alcuni manifestanti tentavano di passare protetti da una “pericolosissima” rete metallica.

L’eroica risposta dei difensori della legalità e della democrazia è consistita in un pestaggio indiscriminato, senza nessun riguardo per bambini e disabili, che ha portato al fermo (con denuncia per resistenza a pubblico ufficiale) di un compagno del Coordinamento Anarchico Libertario – prima doverosamente pestato e ricoverato con applicazione di punti di sutura alla testa. In seguito, il medesimo compagno più un altro del Coordinamento sono stati raggiunti da una denuncia per “avere, in concorso tra loro e con ignoti, colpendoli [i pubblici ufficiali] durante gli scontri (…) con l’aggravante di avere commesso il fatto al fine di eseguire il delitto di cui al capo che segue (…).”

Al “capo che segue” è indicato il “delitto”, vale a dire quello di aver tentato di sfondare un cordone di polizia e carabinieri a base di una rete metallica, di aver lanciato alcuni oggetti “contundenti” e “artifici pirotecnici” contro agenti protetti da ogni sorta di mezzo, nonché avere “resistito” ad una vera e propria occupazione in armi di un centro storico intero al fine di proteggere dei delinquenti, delinquenti veri ancorché legalizzati.

Tale provvedimento, che ha riguardo in totale 35 persone che manifestavano in modalità differenti dalla norma imposta, è stato seguito per alcuni (tra i quali i due compagni del Coordinamento Anarchico Libertario) da un “divieto di ritorno” nel territorio del Comune di Lucca per la durata di 3 anni.

Questi, appunto, sono alcuni esempi che riguardano l’obbligo di fare in un certo modo. Non viene mai “impedito di manifestare” (anzi, viene regolarmente ribadito il “diritto” a farlo), però viene anche imposto di farlo senza minimamente dare noia, senza deroghe alla regola, senza troppo rumore, senza deviazioni dal percorso blindato, senza cercare di entrare in una parte del territorio sottratta momentaneamente alla libera fruizione della circolazione e del pensiero, senza – in una parola – sgarrare.

In definitiva, manifestare liberamente – e lo diciamo con tutta l’amarezza possibile – attualmente

rappresenta sia un rischio, sia una fattiva impossibilità quanto agli scopi pratici. Manifestare liberamente, però, è anche un dovere morale e politico, che serve a mostrare dove realmente stia la violenza, quella autentica, quella quotidiana, quella che ha incidenza sulle vite di tutti – ivi compresi quelli che non possono e/o non vogliono più rendersene conto. Manifestare liberamente non è una rete metallica e neanche il lancio di un petardo: è far sì che la violenza dello stato, delle istituzioni e del sistema si mostri in tutta la sua ipocrita e spietata brutalità, ben supportata sia da sbirri in armi, sia da media asserviti, sia da politicanti di tutti gli “schieramenti”, i quali fanno a gara per esprimere “solidarietà” alle forze dell’ordine, come se fossero queste ultime le povere vittime innocenti di tutto un sistema violento.

Questi politicanti e queste forze dell’ordine li abbiamo per altro viste in piena azione durante questa torrida estate: numerosi sgomberi violenti di antichi luoghi autogestiti hanno interessato diverse città importanti del nostro paese – da Firenze, a Bologna, a Roma – mentre la scure repressiva si è abbattuta con particolare crudeltà e violenza contro gli inermi profughi eritrei a Roma, dove si è gettato per strada e nella disperazione decine di famiglie con figli piccoli, e alla loro minima protesta si è proceduto a pestaggi, getti di idranti e quant’altro.

Siamo ben consapevoli della grave e difficile situazione in cui stiamo vivendo. Tuttavia, essere disposti ad accettare le regole imposte dal sistema, equivarrebbe ad una resa senza condizioni. In un momento in cui le rese incondizionate sono la quotidianità, sotto vari pretesti più o meno “filosofici” con o senza il ritiro totale nella buffa realtà virtuale (e altamente tracciabile) dei “social” e di altri specchietti per le allodole che servono quasi esclusivamente al sistema di controllo globale, noi ribadiamo di non essere disposti a cedere, assumendocene la responsabilità e gli eventuali costi, avendo coscienza di non essere soli e la piena riuscita della manifestazione di Roma a sostegno della lotta dei profughi eritrei è un segnale importante in questo senso.

Responsabilità e costi che comportano, naturalmente, la più totale e chiara solidarietà nei confronti di tutt* coloro che vengono raggiunti da provvedimenti repressivi di qualsiasi natura. Non importa la provenienza, non importa la vicinanza o lontananza ideologica, non importa nessun tipo di distinguo: solidarietà senza condizioni a chi è colpito dalla repressione, in primis ai migranti in lotta che ne pagano il prezzo più alto.

 

Coordinamento Anarchico e Libertario – Firenze

per contatti: cal.fi@libero.it

 

Interviene la celere per togliere uno striscione contro Minniti

Squadre della celere, polizia, carabinieri e guardia di finanza con caschi e manganelli, DIGOS e funzionari della questura bloccano una strada per far rimuovere uno striscione. Sembrerebbe solo una scena grottesca se non si trattasse di una grave negazione della libertà di espressione. Per saperne di più