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Storia di un inganno ideologico

Da un po’ di tempo abbiamo a che fare con il fenomeno del cosiddetto “rossobrunismo” e su queste pagine l’abbiamo discusso in più di un’occasione. Oggi ritorniamo sull’argomento cercando di mettere in evidenza una tipica strategia retorica del movimento in questione, che consiste nell’utilizzo come meccanismo di inganno ideologico della fallacia logica che i filosofi medievali avevano denominato “ignoratio elenchi” e che, oggi, potremmo definire fallacia della conclusione sbagliata: le premesse sostengono una conclusione diversa da quella che compare nella formulazione dell’argomentazione. La fallacia in questione funziona al meglio quando le premesse sono vere, in tutto o in parte, per cui l’ascoltatore è più facilmente condotto dal riconoscimento della loro validità alla credenza nella ulteriore validità – che però stavolta non è tale – della conclusione del ragionamento.[1] Per far ciò, prenderemo spunto da un recente articolo di Diego Fusaro: “L’immigrazione è un inganno. E l’unico comunista che l’ha capito è Marco Rizzo”.[2] Descriviamo brevemente la struttura argomentativa dell’articolo in questione:

Premessa 1. Esiste una “grande narrazione ideologica” egemone, dettata dal “padronato cosmopolitico” per cui vi sono disperati in Africa che premono alle porte dell’Occidente europeo, in attesa di essere salvati dalla loro miserrima condizione. Chi si opponga a ciò è, eo ipso, un irredimibile xenofobo, un populista senza cuore, un potenziale Hitler.”

Premessa 2. Si tratta di una narrazione ideologica, nel senso che nasconde il fatto che la disperazione di questi esseri umani non è indipendente, anzi, dalle azioni dell’Occidente. “Rovesciamo la narrazione dominante (…) I pedagoghi del mondialismo e i signori del padronato turbocapitalistico (…) Deportano migranti in vista dei propri interessi legati al profitto. Destabilizzano il continente africano con bombardamenti umanitari, interventismi etici, imperialismi terapeutici. E, così, determinano lo sradicamento dei popoli africani, costretti a fuggire per mare verso l’Europa, pronta ad ‘accoglierli’, cioè a sfruttarli senza pietà. Ecco il vero obiettivo dell’immigrazione di massa: 1) terzomondizzare l’Europa e ridurne la popolazione al rango di una nuova plebe policroma e atomizzata, 2) creare concorrenza al ribasso nel mondo del lavoro, usando i nuovi schiavi deportati dall’Africa con ‘navi umanitarie’, 3) imporre e generalizzare il profilo del migrante come sradicato senza diritti, 4) dissolvere il popolo come ‘unità etica’ (Hegel) cosciente, con lingua, identità e storia condivisa. (…) La Destra del Danaro deporta africani da sfruttare e con cui abbassare le condizioni generali del lavoro. La Sinistra del Costume, abbandonata la lotta di classe e divenuta docile serva del padronato cosmopolitico, dice con le lacrime agli occhi che bisogna accogliere e aprire i porti. Unica eccezione, nel quadrante sinistro: il comunista Marco Rizzo, a cui va il merito di aver compreso la vera natura di classe dell’immigrazione di massa come arma nelle mani dei dominanti.”

Conclusione. “Volete lottare per il lavoro, i diritti sociali, i salari e contro il precariato? Non ve lo consentono. Volete aprire i porti e favorire la deportazione di schiavi, pardon la libera circolazione di merci e persone? Certo che ve lo consentono! Anzi, è ciò che essi vogliono. (…) ‘Aprite i porti’, dicono le classi dominanti dai loro blindatissimi palagi. Obiettivo? Attirare masse di disperati da sfruttare al meglio. Creare rivolte orizzontali tra subalterni autoctoni e migranti. Abbassare le condizioni delle classi subalterne in generale.” Il che comporta che le politiche governative attuali – sostenute di fatto dall’unico vero comunista, l’ineffabile suo pari Rizzo, non a caso citato – sono nell’interesse del proletariato, per lo meno di quello “nazionale”.

La prima premessa sarebbe a dire il vero discutibile, per lo meno se intesa come narrazione egemone – a noi non pare affatto, visto l’apprezzamento che la maggioranza degli italiani riserva ancora alle politiche del governo attuale, che si fondano ideologicamente proprio sul rifiuto di una tale “grande narrazione”. Se proprio di una narrazione egemonica si vuol parlare, è quella che vede una massa di subumani che viene qui ad invaderci per rubarci lavoro, donne e quant’altro e chi si oppone a tutto ciò non fa altro che applicare il principio di legittima difesa di fronte ad un’invasione di barbari… Ma diamola anche per buona, sia pure parzialmente, non egemone ma magari importante, e passiamo alla seconda premessa.

La seconda premessa è certo più forte, poiché si basa su una serie di dati di fatto. È innegabile che i poteri occidentali stiano devastando militarmente ed economicamente numerose parti del mondo, determinando così in larghissima misura il fenomeno dell’ondata di migranti e profughi. È innegabile che questa massa di sradicati sia costretta, come sempre nella storia, a fare sia pure del tutto involontariamente concorrenza sul mercato del lavoro ai lavoratori autoctoni, determinando un abbassamento dei salari ed un peggioramento delle condizioni di lavoro, nonché che il padronato sia felice di tutto questo. È, infine, innegabile che l’arrivo sul mercato del lavoro di genti di ogni parte e dalle culture più disparate crei problemi di comunicazione tra gli sfruttati e renda più difficile un’azione comune di resistenza allo sfruttamento, cosa questa che fa anch’essa felice il potere economico e quello politico.

Detto, ammesso e concesso tutto questo, la conclusione che Fusaro ne ricava è comunque del tutto errata. Vediamo perché.

Partiamo dall’ultimo punto – la dissoluzione di una “unità etica (Hegel) cosciente, con lingua, identità e storia condivisa” che esisterebbe nelle classi lavoratrici dell’Occidente, dissoluzione dovuta alle ondate migratorie. Fusaro dimentica che questa “unità etica” si è formata proprio dall’incontro, durante le prime fasi della Rivoluzione Industriale, quando nelle fabbriche si incontravano ex contadini espropriati delle terre comuni ed ex artigiani il cui lavoro era divenuto non competitivo rispetto a quello a macchina: si trattava di culture profondamente diverse, spesso non parlanti nemmeno la stessa lingua o dialetto, che solo alla fine di un processo di lavoro politico, sociale, culturale e sindacale formarono una “unità etica” basata fondamentalmente sulle idee forza del movimento operaio e socialista, detto per inciso internazionaliste e non sovraniste. Questo processo non sarebbe mai avvenuto se, invece di un processo di accoglienza e di costruzione di un percorso comune, o sarebbe stato molto rallentato, si fosse invocato la chiusura delle porte delle città!

Sia pure in mutate condizioni, logica vorrebbe che anche ai nostri giorni, nei confronti dei migranti il movimento operaio e socialista applicasse la stessa strategia: quella della ricerca dell’alleanza e, concediamo a Fusaro la parola, della costruzione di una “unità etica”. Solo in questo modo sarà possibile invertire effettivamente quel processo di abbassamento dei salari e di peggioramento delle condizioni di lavoro che viviamo quotidianamente: accettando la narrazione – questa sì davvero egemonica come dicevamo prima – dell’attuale governo, si allontana la ricostituzione di una coscienza di classe e di un’organizzazione unitaria dei lavoratori. Di più, la situazione di precarietà estrema cui le politiche di “respingimento” ridurrebbero la forza lavoro non autoctona abbatterebbe i salari e peggiorerebbe le condizioni di lavoro di tutti ancora più di oggi. Questo sì è davvero il sogno del potere economico e politico, di cui “sovranisti” e “rossobrunisti” sono – ci auguriamo inconsapevoli – portatori ideologici.

Enrico Voccia

NOTE

[1] Per un primo approccio alla tematica delle fallacia logiche vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Fallacia

[2] https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/limmigrazione-e-un-inganno-e-lunico-comunista-che-lha-capito-e-marco-rizzo-100548/