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Di madamin, ciamponie e altre amenità

Dire è fare. L’agire comunicativo è intrinsecamente politico. Persino quando incontriamo nostra madre e le diciamo “ciao mamma” raccontiamo di noi e della cultura in cui siamo immersi, narriamo una relazione particolare, specifica, potente. Se, salutandola, le dicessimo “ciao Renata” muteremmo di segno alla relazione. Per la maggior parte delle persone agiremmo per sottrazione, elidendo con quel banale saluto la relazione con lei. Negandola come “mamma” la insulteremmo. Così penserebbero i più. Solo l’esplicitazione conflittuale dell’aspirazione a relazioni diverse potrebbe mutare di segno al nostro “ciao Renata”, trasformandolo in allusione ad un diverso ordine del mondo.

Torniamo, ad una settimana dal grande corteo No Tav dell’8 dicembre e a oltre un mese dal presidio Si Tav del 10 novembre, alle “7 madamine”.
I fatti sono arcinoti: sette esponenti della borghesia torinese hanno assunto mediaticamente il compito di promotrici della manifestazione, non senza qualche malumore tra politici e imprenditori vari, in prima fila il fanatico del Tav Mino Giachino.

Madamin è l’espressione coniata dai media per designarle. Apparentemente un epiteto benevolo, che riassume le caratteristiche di pacatezza, gentilezza e bon ton tipiche della borghesia subalpina. O, meglio, delle donne della borghesia subalpina. In realtà, un modo per rinchiuderle in uno stereotipo femminile.

Il piemontese è una lingua sessista. Come tante altre, d’altro canto.

Quando ci si rivolge ad un uomo, se ha cessato di essere un ragazzo, lo si chiama “monsù”. Per le donne esiste una gamma più ampia. Una ragazza non sposata è una “tota”, una donna sposata ma ancora giovane è una “madamin”, una donna sposata di una “certa” età è una “madama”. Infine una donna non sposata e non più giovane è un “toton”. Toton è al maschile ed ha chiaro sapore dispregiativo. Nessuno lo direbbe in faccia alla diretta interessata, se non volesse intenzionalmente ferirla. É più pesante dell’italiano “zitella”, perché una donna non sposata è automaticamente privata del proprio sesso. Se non ti sposi è segno che non vuoi o non puoi essere donna. Un disvalore.

In questo mondo di tote, madame e toton, madamin è un’espressione positiva per chiunque accetti il brodo culturale dal quale proviene, altrimenti è un’espressione sessista. Gentilmente, impalpabilmente sessista. Le simpatiche vetrine di un mondo fatto di imprenditori (in maggioranza) e imprenditrici (in minoranza), Confindustria, Confcommercio, sindacati edili, etc. Nulla di diverso dalle ragazze belle e ben vestite che vi accolgono nei negozi e nei bar del centro, per rendere più appetibile la merce esposta, di cui loro sono l’appendice simbolica, il segno che quello è il marchio giusto, il prodotto che ti significa meglio. Sul terreno di classe la distanza è infinita: le commesse devono lavorare gratis per ottenere e mantenere il lavoro, perché vestirsi, truccarsi, acconciarsi in modo adeguato alle esigenze del padrone richiede tempo e soldi. Le sette borghesi no, però in questa occasione si sono prestate (o sono state usate?) per lo stesso scopo: dare un’immagine positiva, coprire un palcoscenico su cui operavano ben noti esponenti della politica e del padronato nostrani. Non solo. Sono state fondamentali per oscurare il carattere trasversalmente politico di una piazza Si Tav che raccoglieva partiti di governo e di opposizione. Con la Lega, al governo a Roma, c’erano i partiti del centro destra che sono all’opposizione a Roma come a Torino e mirano con la Lega a vincere le prossime regionali in Piemonte, e ovviamente c’era il PD, che si stava giocando le ultime carte per rinnovare la propria alleanza con le associazioni padronali, sperando di non perdere troppo male in primavera.

Sin qui niente che possa turbare gli animi. Purtroppo il movimento No Tav, attaccato dalle sette donne Si Tav in modo violento, non ha saputo reagire in modo del tutto adeguato.
Ho pensato a lungo prima di scriverne, aspettando che da qualche settore femminista vicino/interno al movimento emergesse una voce critica. Oggi scrivo a bocce ferme, augurandomi che la passionalità del confronto si sia sopita e possa esservi spazio per un ragionare di più ampio respiro.

Il 17 novembre, all’assemblea dei movimenti contro le grandi opere che si è tenuta a Venaus, il sindaco di Caprie ha definito le sette donne Si Tav “ciampornie”1, il presidente di Pro Natura “oche”. La seconda espressione non merita chiose, il contenuto sessista è esplicito. “Ciampornie” merita qualche parola in più, perché non è facile tradurla in italiano. Si tratta di un epiteto indirizzato quasi esclusivamente alle donne ed indica persone chiassose, ciarliere, volgari e, in senso lato, di facili costumi, perché le donne per bene, le “madamin”, non alzano i toni, non gridano in pubblico. Quando assumono ruoli pubblici le madamin devono farlo con discrezione. La “ciampornia” è l’opposto della “madamin”. Il sindaco di Caprie e con lui i tanti altr* che hanno usato quest’espressione capovolgono la prospettiva, negano che le “madamin” siano “vere” “madamin” usando un’espressione altrettanto sessista. Il brodo culturale è il medesimo. L’uso di questi termini è stato seguito da risatine, applausi e ammiccamenti compiaciuti. In strada e sui social l’espressione “ciampornie” è stata accompagnata dall’aggettivo “fruste”. “Frusta” in piemontese, si usa per definire le cose usurate dall’eccessivo utilizzo, logorate e quindi vecchie e inutilizzabili. Unito a “ciampornia” offre una connotazione ancora più pesante al sostantivo.

L’8 dicembre alcune donne No Tav sono scese in piazza con cappelli, magliette e cartelli con la scritta “meglio montagnine che madamine”, una risposta alle accuse di naiveté fatte dalle sette donne Si Tav ai No Tav. Accusate di essere contro il progresso, montanare rinchiuse in una dimensione pastorale, custodi del proprio giardino, hanno risposto assumendo a positivo il termine “montagnine”.
Entra in ballo la classica opposizione tra la città e la campagna, tra i saperi tecnocratici e quelli legati alla terra, tra velocità e lentezza, tra profitto e benessere. Entra in pista anche lo scontro su quale sia l’interesse generale del Piemonte e del Paese.
“L’interesse generale” è nozione in se pericolosamente scivolosa, perché pretende ad una verità valida per tutti, evitando così di assumere uno sguardo esplicitamente di parte. Quella No Tav è una narrazione partigiana, ma non è né nimby, né naif, perché si nutre dell’esperienza e delle relazioni di una comunità che nasce localmente ma assume presto una connotazione più ampia, divenendo una comunità di lotta. Una comunità consapevole che la partita sull’ambiente rappresenta oggi una sfida all’ordine capitalista, alla logica del profitto, dell’utilizzo senza freni di risorse preziose ed esauribili.
Una prospettiva che da anni è andata oltre le montagne, dilagando in pianura ed in città. Accettare la contrapposizione tra cittadine borghesi “madamine” e montanare No Tav “montagnine” è un espediente comunicativo efficace nell’immediato, ma di corto respiro.
La Si Tav Giovanna Giordano Peretti in un’intervista invitava i No Tav ad occuparsi di pecore e mucche. Una dichiarazione che si inserisce a pieno nella rappresentazione falsa che i Si Tav danno del movimento No Tav e di chi ne fa parte.
Le Fomne No Tav, un aggregato al femminile che da anni attraversa il movimento, hanno risposto dal palco dell’8 dicembre rivendicando alcuni tratti positivi delle donne No Tav, caratterizzate da senso pratico e capacità derivate dall’economia domestica. Le fomne No Tav hanno riproposto un femminismo essenzialista, che capovolge la dimensione patriarcale senza smontarla.

Oltre i generi, de-generi, sperimentando percorsi di soggettivazione che vadano oltre le identità imposte è la scommessa di un femminismo che attraversa i movimenti di opposizione sociale e che scommette sulla possibilità spezzare un immaginario che non riesce a pieno ad emanciparsi da logiche sessiste e/o differenzialiste.
Non sarà facile: questa piccola storia di “madamin”, “ciampornie”, “montagnine” ce lo racconta.

Maria Matteo

1 Non so se il modo corretto di scrivere la parola sia “ciampornie” o “ciamporgne”. Sui dizionari le ho trovate entrambe e la mia conoscenza del piemontese è solo orale.

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