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Dove sta la nostra classe

L’Italpizza di Modena è una delle aziende leader del settore dei prodotti da forno surgelati. Questa posizione è stata costruita sullo sfruttamento intensivo della manodopera: doppi turni, lavoratori e lavoratrici presi mediante agenzie interinali e cooperative, mancata applicazione dei contratti collettivi e mancato rispetto dei mansionari.

In novembre-dicembre, dopo mesi e anni di rabbia carsica, era partita una prima vertenza sindacale organizzata da lavoratrici e lavoratori aderenti al SICOBAS con uno sciopero prolungato, picchetti, che hanno visto l’immediato intervento delle forze dell’ordine per reprimere i lavoratori, e una campagna di boicottaggio verso i prodotti dell’azienda. Il blocco della produzione e delle spedizioni, e in subordine la campagna di boicottaggio e la conseguente cattiva pubblicità per l’azienda dato che le notizie avevano avuto un forte eco sulla stampa locale – aveva costretto il padronato e le cooperative a scendere a patti: in dicembre si arrivava alla firma di un accordo tra le parti in Prefettura, con l’organo locale del governo che assumeva la funzione di garante.

Già in gennaio si vedeva quanto vale la parola dei padroni e delle istituzioni: l’azienda violava sistematicamente gli accordi presi e, non contenta, tentava di confinare gli iscritti al SICOBAS in un reparto-confino affinché il virus della lotta di classe non contagiasse altri lavoratori. La risposta non si è fatta attendere: una nuova ondata di scioperi e di picchetti. Ovviamente vi sono state di nuovo cariche, lacrimogeni, denunce.

Queste sono state le premesse che han portato alla convocazione per sabato 9 febbraio di una manifestazione in centro a Modena da parte del SICOBAS. Il corteo si è snodato da Piazzale Sant’Agostino lungo tutta la Via Emilia, portando le rivendicazioni operaie nel salotto buono della città, ha fatto sosta sotto il tribunale della città emiliana, dove è sotto processo per una montatura giudiziaria il coordinatore nazionale del SICOBAS, per poi proseguire verso la prefettura, dove è stato scandito a più riprese lo slogan “Questo palazzo non serve a un cazzo”, riferendosi al mancato rispetto degli accordi lì firmati da parte dell’Italpizza e dei suoi complici, per poi tornare nuovamente in pieno centro e lì sciogliersi.

La partecipazione è stata alta: circa ottocento i manifestanti: lavoratori e lavoratrici Italpizza, facchini della logistica, dal modenese e dal distretto piacentino ma con delegazioni anche da Genova, Roma e Novara, studenti, lavoratori metalmeccanici e del terziario. Presente anche una delegazione dell’Unione Sindacale Italiana – Confederazione Internazionale dei Lavoratori (USI-CIT) della sezione di Modena, che ha fornito anche supporto logistico, e l’area anarchica, purtroppo poco visibile anche se numericamente non indifferente. Anche qualche membro della corrente sinistra della FIOM-CGIL era presente, cosa che non ha impedito a diversi interventi di attaccare il ruolo di crumiri e oggettivi provocatori antiproletari, per tacere degli abominevoli contratti firmati, spesso assunto da questa organizzazione nei confronti delle vertenze condotte dagli iscritti ai sindacati di base.

Numerosi gli slogan e i cartelli contro il governo, a dimostrazione che le frazioni più avanzate della classe operaia non si fanno ingannare dalle elemosine governative e ben sanno come “il governo del popolo” dei gialloverdi sia, come è naturale che sia, espressione degli interessi di classe della borghesia e porti avanti progetti tesi frazionare la classe lavoratrice tra lavoratori italiani e lavoratori di origine straniera.

Chi era in corteo sabato sa benissimo che il superamento della barriera della nazionalità è condizione sine qua non per intraprendere la strada che porti alla costruzione di una società di liberi ed eguali, senza servi e senza padroni.

Moltissimi lavoratori della Italpizza sono di origine straniera e vivono sulla loro pelle le politiche razziste dello stato italiano, politiche portate avanti con feroce continuità da decenni da parte dei governi di tutti i colori. Vivono sulla loro pelle l’oppressione di classe e l’oppressione razzista, così come le lavoratrici vivono coscientemente l’aggiunta dell’oppressione di genere.

Giustamente questo tema è stato ampiamente trattato dagli interventi al corteo, a cui era presente anche uno spezzone di Non Una di Meno – Modena, ricordando la necessità di costruire lo sciopero globale dell’Otto Marzo: alla faccia di quei rifiuti della storia del movimento operaio che negano la necessità della lotta contro il patriarcato.

Gli interventi finali hanno sottolineato come la giusta lotta economica da sola non possa portare a uno sbocco rivoluzionario, sopratutto se questa non si accompagna a una visione internazionalista.

La vertenza dell’Italpizza può segnare lo sbocco del sindacalismo di base in Emilia al di fuori del “ghetto della logistica”, e dei settori dove ha una storica ma variegata presenza in regione ovvero trasporti e istruzione, verso il settore dell’alimentare, componente fondamentale del sistema economico dell’Aemila Felix. Avvisaglie di questo tipo vi erano già state con la vertenza della Levoni l’anno scorso.

Non è un caso che governo e apparati statali, sindacati corporativi, questi ultimi impegnati contemporaneamente a sfilare a Roma alla ricerca di riconoscimenti governativi, e industriali abbiano fatto blocco unico: si creano montature giudiziarie nei confronti della dirigenza dei sindacati di base, si opera il crumiraggio, e anche l’aggressione fisica nei confronti dei lavoratori iscritti ai sindacati di base, si mandano in malora gli accordi siglati da poche settimane, si legifera che chi attua un picchetto può finire in galera.

La governance locale, Legacoop/Confcooperative, Partito Democratico, agrari e industriali, insieme alle multinazionali che, come Amazon e Ikea, fondano il loro modello di business sul feroce sfruttamento dei lavoratori della logistica, reagiscono alla ripresa del conflitto operaio.

Davanti al contrattacco padronale diventa imperativo categorico che il sindacalismo di base superi gli atteggiamenti tesi alla creazione di parrocchie sempre pronte a degenerare in senso burocratico e verticistico, atteggiamento a cui lo stesso SICOBAS non sfugge affatto, per rispondere agli attacchi padronali e portare la lotta su piani sempre più avanzati.

In ogni caso l’appuntamento è per l’Otto Marzo.

lorcon