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Calendario della Libertà

Nel luglio del 1936 il proletariato spagnolo dava vita a quella che, a tutt’oggi, è stata la più vasta e concreta esperienza di una società comunista ed autogestionaria nella storia del genere umano. A quindici anni dalla tragica fine di quell’esperienza lo scrittore e pensatore libertario Albert Camus la ricordava (Témoins, 5, primavera 1954, pp. 1-10): si tratta di un documento storico molto interessante che, di là delle posizioni che esprime, da un lato, mostra lo scrittore francese, dopo una prima fase di generica simpatia, oramai decisamente “dentro” le dinamiche militanti del movimento anarchico degli anni cinquanta, dall’altro, riporta alla luce le lotte e le speranze di una generazione di militanti.

19 Luglio 1936[2]

Il 19 luglio 1936 è iniziata in Spagna la Seconda Guerra Mondiale. Oggi commemoriamo questo evento.[3] Questa guerra è ovunque terminata – tranne proprio in terra spagnola. Il pretesto per non farla terminare è l’obbligo di prepararsi alla Terza Guerra Mondiale. Questo riassume la tragedia della Spagna repubblicana, che ieri si è vista imporre da alcuni capi militari ribelli una guerra civile con interferenze straniere e che, oggi, si vede imporre quegli stessi capi in nome di una guerra a lei estranea. Per quindici anni, una delle cause più giuste che un uomo possa abbracciare nella propria vita si è trovata costantemente deformata e, se era il caso, tradita, in nome degli interessi più vasti di un mondo consegnato alle lotte di potenza.[4] La causa della Repubblica si è trovata e continuamente si trova identificata con quella della pace – e questa, senza dubbio, è la sua forza. Disgraziatamente, il mondo non ha smesso di essere in guerra dopo il 19 luglio 1936 e la Repubblica Spagnola, di conseguenza, non ha smesso di essere tradita o cinicamente utilizzata. Per questo, forse, è inutile riferirsi, come abbiamo spesso fatto, allo spirito di giustizia e libertà nella coscienza dei governi. Un governo, per definizione, non ha coscienza. Ha, talvolta, una politica; e questo è tutto. Forse il modo più efficace di agire a favore della Repubblica Spagnola non è più quello di dire che è indegno per una democrazia uccidere una seconda volta coloro che si sono battuti e sono morti per la libertà di noi tutti. Questo è il linguaggio della verità, che perciò risuona nel deserto. Il modo efficace sarà piuttosto quello di dire che, se il mantenimento di Franco non si giustifica in altro modo che con la necessità di assicurare la difesa dell’Occidente, allora non è per nulla giustificata. Questa difesa dell’Occidente, occorre che lo si sappia, perderà le sue ragioni ed i suoi migliori militanti se essa comporta la prosecuzione di un regime usurpatore e tirannico.

Poiché i governi occidentali hanno deciso di attenersi ad uno stretto realismo, occorre dir loro che, tuttavia, i convincimenti di tutta una parte dell’Europa fanno anch’essi parte della realtà e che alla fine non sarà possibile negarle. I governi del XX secolo hanno una deprecabile tendenza a credere che l’opinione pubblica e le coscienze possano venire governate come le forze del mondo materiale. Se è vero che le tecniche della propaganda o del terrore sono giunte a conferire alle opinioni ed alle coscienze una costernante elasticità, ciononostante v’è un limite ad ogni cosa, in particolare alla flessibilità dell’opinione. Si è potuta mistificare la coscienza rivoluzionaria al punto tale da farle esaltare le miserabili imprese della tirannia. Ciononostante, gli stessi eccessi di questa tirannia rendono questa mistificazione evidente ed ecco che, alla metà del secolo, la coscienza rivoluzionaria si risveglia e ritorna verso le sue origini. D’altro lato, si è potuto mistificare l’ideale della libertà per il quale popoli ed individui hanno saputo battersi nello stesso momento in cui i loro governi capitolavano. Si è potuto rendere pazienti questi popoli, portarli a compromessi sempre più pesanti. Oramai però un limite è stato raggiunto e bisogna dire chiaramente che, se viene oltrepassato, non sarà più possibile strumentalizzare le coscienze libere: si sarà invece costretti a combattere anche contro di loro. Questo limite, per noialtri europei che abbiamo preso coscienza del nostro destino e della verità il 19 luglio 1936 – è la Spagna e la sua libertà.

Il più grande errore che possono commettere i governi occidentali sarebbe ignorare la realtà di un tale limite. La nostra più grande debolezza sarebbe non farglielo notare. Ho letto negli assai singolari articoli che un giornale – il quale ci ha abituati ad una neutralità portata all’eccesso – consacra a quello che chiama il problema spagnolo, che i capi repubblicani spagnoli non credono più davvero alla repubblica. Se ciò fosse vero, questo giustificherebbe le peggiori azioni contro una tale repubblica. L’autore di questi articoli, M. Creach,[5] parlando dei capi repubblicani, aggiunge però “quelli almeno che vivono in Spagna”. Purtroppo per M. Creach e fortunatamente per la libertà dell’Europa, i capi repubblicani non vivono in Spagna. Oppure, se vi risiedono, M. Creach non può incontrarli nei ministeri e nei salotti madrileni. Quelli che conosce e che dice essere repubblicani, in effetti, hanno cessato di credere alla repubblica. Hanno però cessato di credervi nel momento in cui hanno accettato di sottometterla una seconda volta ai suoi carnefici. I veri, i soli capi repubblicani che vivono in Spagna hanno un’opinione così radicale che temo non possa piacere a M. Creach né a coloro che, per servire Franco, non smettono di rifarsi al rischio della guerra ed alla necessità della difesa dell’Occidente.[6] Questa è l’opinione dei combattenti in clandestinità, opinione che occorre conoscere perché, essa sola, ci può indicare il limite sul quale tutti noi dobbiamo tenerci e, per ciò che ci riguarda, non lasceremo superare. Poiché vorrei che la mia voce fosse molto più forte di quanto non sia e che giunga direttamente a coloro i quali hanno il ruolo di definire la politica occidentale in vista della concretezza, riporto allora per loro le chiare posizioni del più potente movimento clandestino spagnolo. Queste posizioni, di cui garantisco l’origine e l’autenticità, sono brevi. Eccole: “Per costumi, cultura, civiltà apparteniamo al mondo occidentale e siamo contro il blocco orientale. Restando però Franco al potere, faremo ciò che occorre per far sì che nessun uomo combatta da noi a favore del blocco occidentale. Ci siamo organizzati per questo.”[7]

Questa è una realtà che i realisti d’Occidente farebbero bene a considerare – e non solo per ciò che concerne la Spagna. Perché il combattente che qui parla[8] e la cui vita, oggi, è in continuo pericolo, è fratello d’armi di centinaia di migliaia di europei che gli somigliano, che sono pronti a lottare per le loro libertà e determinati valori[9] dell’Occidente, che sanno anche che ogni lotta presuppone un minimo di realismo, ma che non confondono mai realismo e cinismo e che non prenderebbero mai le armi per difendere l’Occidente insieme agli eserciti franchisti e le libertà insieme agli ammiratori di Hitler. Esiste infatti un limite che non verrà sorpassato. Per quasi dieci anni abbiamo mangiato il pane della vergogna e della sconfitta. Il giorno della Liberazione, al culmine delle più grandi speranze, abbiamo appreso sorpresi che la vittoria era stata tradita e che dovevamo rinunciare a qualcuna delle nostre illusioni. A qualcuna? Senza dubbio! Dopo tutto, non siamo dei bambini. Non certo però a tutte, di sicuro non alle nostre convinzioni fondamentali. Su questo limite chiaramente tracciato si situa in ogni caso la Spagna che, una volta di più, ci aiuta con la sua chiara voce. Nessuna lotta potrà essere giusta se, in realtà, essa viene portata avanti contro il popolo spagnolo. Se la si fa contro di lui, la si fa contro di noi. Nessuna Europa, nessuna cultura sarà libera se si fonda sulla servitù del popolo spagnolo. Se si fonda su quella servitù, si farà contro di noi. L’intelligente realismo dei politici occidentali, alla fine, porterà alla loro causa cinque aeroporti e tremila ufficiali spagnoli ma ad alienarsi definitivamente centinaia di migliaia di europei. Dopo di che, questi geni della politica si congratuleranno a vicenda nel cuore delle rovine. A meno che i realisti intendano davvero il linguaggio del realismo e comprendano, infine, che il migliore alleato del Kremlino non è, oggi, il comunismo spagnolo ma lo stesso generale Franco ed i suoi sostenitori occidentali.

Questi ammonimenti saranno forse inutili. Per il momento però, e malgrado tutto, resta un piccolo spazio per la speranza. Che questi discorsi vengano fatti, che un combattente spagnolo abbia potuto tenere il linguaggio che ho riportato, questo prova almeno che nessuna sconfitta sarà definitiva finché il popolo spagnolo, come ho appena mostrato, mantiene la sua capacità di lottare. Paradossalmente, è questo popolo affamato, asservito, esiliato dalla comunità delle nazioni che, oggi, è il custode ed il testimone della nostra speranza. Lui almeno – in questo assai differente dai capi di M. Creach – è vivo, soffre e lotta. È per questo aspetto che il popolo in questione imbarazza i teorici del realismo, che affermano che esso pensa innanzitutto alla sua tranquillità. Vi pensa talmente poco che questi teorici sono stati costretti a gettarlo via come fosse zavorra. I giornali dove oggi si esprime l’autonominatasi élite europea si sono sforzati di spiegare l’evento degli scioperi spagnoli[10] come se essi favorissero le vere forze del regime franchista. La loro ultima trovata è che questi scioperi sono stati appoggiati dalla borghesia e dall’esercito. Questi scioperi, però, sono stati effettuati da coloro che lavorano e soffrono – ecco la verità: ed anche se è possibile che qualche industriale e qualche vescovo possano avervi visto un’occasione per esprimere senza pagare di persona la loro opposizione, allora essi sono ancora più disprezzabili per aver strumentalizzato il dolore ed il sangue del popolo spagnolo allo scopo di affermare ciò che erano incapaci di gridare in prima persona. Questi movimenti sono stati spontanei e la loro forza garantisce la realtà effettiva delle affermazioni del nostro compagno nonché fonda la sola speranza che possiamo nutrire.

Non crediamo che la causa repubblicana vacilli! Non crediamo che l’Europa agonizzi! Ciò che viene meno, dall’Est all’Ovest, sono le sue ideologie. Forse l’Europa, cui la Spagna è unita, è talmente miserabile solo perché si è allontanata del tutto, persino nelle sue idee rivoluzionarie, da una generosa fonte di vita, da un pensiero in cui la giustizia e la libertà si fondono in un’unità vivente, ugualmente lontana sia dai filosofi borghesi sia dal socialismo autoritario. I popoli spagnoli, italiani e francesi conservano il segreto di questo pensiero e lo conserveranno ancora fino al momento in cui esso servirà alla rinascita. In quel momento, il 19 luglio 1936 sarà anche una delle date della seconda rivoluzione del Novecento, che ha il suo fondamento nella Comune di Parigi, che va sempre avanti nonostante le apparenze della disfatta, che non ha ancora finito di scuotere il mondo e che, alla fine, porterà l’umanità ancora oltre di quanto non abbia potuto fare la rivoluzione del 1917. Nutrita dalla Spagna e, in generale, dal geniale spirito libertario, esso ci renderà un giorno, finalmente in piena luce, una Spagna ed un’Europa e, insieme ad esse, nuovi compiti e nuove lotte.[11] Questo, almeno, costituisce la nostra speranza e la nostra motivazione nella lotta.

Compagni spagnoli, dicendo questo non dimentico – siatene certi – che se quindici anni sono poca cosa allo sguardo della Storia, questi quindici anni che sono trascorsi hanno pesato su di voi come un macigno, nel silenzio dell’esilio. C’è un argomento del quale non so più parlare, per averlo fatto troppe volte, ed è il mio appassionato desiderio di vedervi ritrovare nella sola terra che vi si addica. Anche questa sera avverto l’amarezza che si può provare a parlarvi solo di continue lotte e combattimenti invece della felicità cui avete a giusto titolo diritto – ma tutto ciò che possiamo fare per dare un senso a tante sofferenze e morti è portare dentro di noi le loro speranze, di evitare che queste sofferenze siano state vane e che quei morti siano dimenticati. Questi quindici anni hanno logorato tanti uomini nel loro impegno, ma ne hanno creato altri il cui destino è rendere giustizia ai primi. Per quanto pesante sia tutto ciò, è così che popoli e civiltà si elevano. Dopo tutto è da voi, è da una parte della Spagna, che qualcuno di noi ha imparato a raddrizzare la schiena ed accettare costantemente il duro dovere della libertà.[12] Questo duro e infinito dovere, a nostra volta, dobbiamo condividerlo con voi, senza cadute e senza compromessi. Così vi si rende giustizia. Da quando ho raggiunto l’età della ragione, ho incontrato nella storia tanti di quei vincitori la cui faccia ho trovato orrenda, perché vi si leggeva l’odio e la solitudine, perché essi non erano più nulla allorquando smettevano di essere dei vincitori. Occorreva loro uccidere ed asservire solo per esistere. Esiste però un’altra specie di uomini che aiuta a vivere, che non ha mai trovato la propria esistenza e la propria libertà in altro luogo che non fosse la libertà e la felicità di tutti e che, di conseguenza, trova anche nelle sconfitte ragioni per vivere e per amare. Costoro, anche sconfitti, non saranno mai soli.

Traduzione e note di Enrico Voccia

NOTE

[1] Rivista teorica trimestrale della sinistra rivoluzionaria antistalinista di lingua francese, edita in Svizzera ma diffusa anche in Francia, molto interessata alle tematiche pacifiste e caratterizzata dal marcato indirizzo anarchico della maggioranza dei suoi redattori. Apparve dal 1953 al 1967 per 37 numeri e Camus ne fu uno dei collaboratori più noti, scrivendo anche, due anni dopo, l’editoriale del numero della rivista dedicato interamente alla Rivoluzione Spagnola nel ventesimo anniversario.

[2] Il 18 luglio 1936 un sollevamento militare agì contro la repubblica spagnola: pochi mesi prima libere elezioni avevano portato al governo le forze della sinistra. Il giorno seguente la popolazione spagnola – organizzata nella sua maggioranza nella centrale anarcosindacalista CNT, nella FAI (Federación Anarquista Iberica, l’organizzazione dei gruppi anarcocomunisti specifici) ed in piccola parte nel POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista, partito a cavallo tra il trotzkismo ed una interpretazione libertaria del marxismo) – insorse contro i golpisti del generale Francisco Franco. Il 19 luglio 1936 segna perciò la data d’inizio di quella che nella tradizione libertaria è la rivoluzione spagnola, termine che contrappone al più generico “guerra civile”. La rivoluzione spagnola (luglio 1936-aprile 1939) vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti di Francisco Franco (poi appoggiati anche da Hitler e Mussolini) e dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, trotzkysti, stalinisti, socialdemocratici e democratici liberali), nell’ambito dei quali gli anarchici ebbero una grande influenza e sostegno popolare, anche se dovettero confrontarsi soprattutto con il violento ostracismo – per usare un notevole eufemismo – dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerato il momento storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo anarchico, anzi del comunismo in assoluto inteso nel senso originario del termine.

[3] Come si potrà notare facilmente in seguito, l’articolo in questione è la trascrizione ed il riordino di vari interventi pubblici in occasione di meeting politici avvenuti di fronte anche ad esponenti della resistenza antifranchista in esilio.

[4] “Aux luttes de la puissance”. Oltre che con le dinamiche della guerra fredda, è evidente l’assonanza con la nietzscheana volontà di potenza che, dopo la riflessione de “L’Uomo in Rivolta”, appare ora a Camus come un meccanismo ideologico volto alla giustificazione del dominio dell’uomo sull’uomo.

[5] La stessa rete non pare conservare memoria di un giornalista di questo nome attivo negli anni cinquanta del XX secolo: questo intervento polemico di Camus sembra essere stato il suo unico viatico per la posterità. Difficile individuare anche il periodico su cui scriveva i suoi articoli, data l’estrema allusività di Camus in merito.

[6] In effetti, gli antifascisti spagnoli restati nella loro terra, lungi dall’aderire o quantomeno pacificarsi con il franchismo, lo avevano fatto per condurre una lotta armata contro di esso, che durò fino alla caduta del regime e che conobbe momenti di enorme intensità, giungendo anche a tentativi di vere e proprie insurrezioni volte alla riconquista dell’intera Spagna.

[7] Posizioni del genere derivano dall’attacco feroce che lo stalinismo, durante la guerra civile spagnola, fece alle collettività comuniste anarchiche. In altri termini, il combattente clandestino spagnolo con cui Camus è in contatto dice che loro non si sentono per nulla parte del blocco sedicente socialista, ma che le necessità della lotta antifranchista li porterà fatalmente a comportarsi come se lo fossero.

[8] Nonostante le mie ricerche, non sono riuscito a trovare l’identità precisa del miliziano spagnolo. È comunque pressoché certo – data l’aura di segretezza con cui Camus avvolge la testimonianza su questa persona – trattarsi di un militante che svolgeva azioni di resistenza armata dentro la Spagna franchista, ma che, per essere ben conosciuto dal filosofo francese, viveva o si recava in Francia.

[9] Qui Camus dice che non intende difendere l’Occidente in quanto tale, ma “determinati valori” sviluppatisi in esso: evidentemente quelli del movimento operaio e socialista, particolarmente nella loro versione libertaria.

[10] Negli anni cinquanta la CNT e gli altri sindacati spagnoli si erano riorganizzati in clandestinità e portarono a compimento molti scioperi: quelli di cui parla Camus, di enorme portata, avvennero in concomitanza con la visita del presidente statunitense Eisenhower in Spagna, evento che sancì lo “sdoganamento” del regime franchista dopo anni di isolamento politico internazionale. La frase riportata sopra del militante clandestino si comprende anche all’interno di questo contesto.

[11] Questo è un punto che chiarisce la posizione camusiana in merito alla “morte delle ideologie” – concetto tipico degli anni della fine del secolo scorso di cui Camus è stato, a torto, ritenuto un precursore. In effetti, il concetto più recente della “morte delle ideologie”, da un lato, decreta la morte di ogni ideologia che tenda in un qualsiasi modo al superamento del capitalismo e delle strutture liberal-democratiche, dall’altro, non considera “ideologie” il pensiero liberale ed una concezione liberistica dell’economia: queste sarebbero la rappresentazione di uno stato naturale delle cose contro il quale sarebbe inutile, anzi disastroso, “remare contro”. Vedi in merito il classico FUKUYAMA, Francis, “La Fine della Storia e l’Ultimo Uomo”, Milano, Rizzoli, 1992. La posizione di Camus è notevolmente diversa: a suo dire sarebbero sia l’ideologia liberal-liberista sia il “socialismo autoritario” a stare entrando in crisi. Le cose sono andate certo diversamente, ma ciò non toglie che intendere Camus come un precursore di Fukuyama e seguaci di vario genere è un’operazione forzata e, questa sì, “ideologica”.

[12] Camus qui parla anche – anche se non solo – di se stesso: il suo distacco dal giovanile marxismo-leninismo avvenne proprio in occasione delle dinamiche della guerra civile spagnola. Queste frasi camusiane sono una testimonianza storica su questo momento della sua vita intellettuale e politica.