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Davanti alla rivoluzione

In an abandoned houseboat
I’ll wait there, I’ll be waiting forever
Waiting, waiting, waiting, waiting, waiting….

(Pavement-Summer Babe)

Davanti alla rivoluzione c’è un guardiano.

Davanti a lui viene un* anarchic* e chiede di entrare nella rivoluzione.

Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’anarchic* dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. “Può darsi” dice il guardiano, “ma adesso no”.

Il 7 dicembre 2017 un bomba a bassa potenza esplode davanti alla caserma dei CC San Giovanni di Roma, cui segue la rivendicazione della “Cellula Santiago Maldonado” a firma FAI/FRI, in cui si dichiarano le volontà di spezzare la pace sociale con attentati diretti alle strutture di potere e repressive.

Dieci giorni dopo esce su Umanità Nova in merito a questi fatti esce l’articolo “Disfattismo pirotecnico”, ovvero un modo davvero un modo poco equilibrato di contribuire al noioso dibattito “organizzazione informale distruttiva vs organizzazione sociale”.

Chiariamo subito che chi scrive si identifica come “anarco-comunista”, seppur proveniente da una tradizione molto differente da quella della Federazione Anarchica Italiana & affini (oh no! Forse questo non si può dire), e che non si ritiene vicino alle posizioni solitamente espresse dalle soggettività che si firmano FAI/FRI.

Nell’articolo sopracitato, al di là di alcuni spunti condivisibili, c’è un errore strutturale che alimenta un manicheismo inutile che divide l’anarchic* “che pensa ed educa” e quelllo “che attacca”.

La reificazione, non solo degli esseri viventi ma addirittura delle loro idee, ha cristallizzato in figure estetizzate e-soprattutto- nettamente separate, l’atto insurrezionale violento e quello comunicativo, rendendo fondamentalmente innocuo e funzionale allo spettacolo narcisista un’ anarchismo sempre più lontano dalle possibilità di aprire percorsi realmente di rottura con l’esistente.

L’attacco e l’autogestione sono due condizioni egualmente necessarie per farlo, scegliere una sola di queste due possibilità ci presenta un anarchismo azzoppato e, fondamentalmente, inadatto ad affrontare le contraddizioni del presente: il/la nihilista antisociale e il /l’ anarchic* che fa gli spettacolini a teatro sulla vittoriosa (?) insurrezione del ’36 sono le due categorie spettacolari con cui si alimenta un processo autistico completamente slegato dalle masse cui si parla tanto.

A proposito, nel succitato articolo si dice che piuttosto che gettarsi in “aristocratici avventurismi” (parafrasi mia) è preferibile imparare dalle masse per poterle poi aiutare a costruire le condizioni oggettive per la rivolta; ma cosa sono queste masse? Noi anarchici e anarchiche non ne facciamo forse parte anche noi? Ancora una volta ci si crede diversi, magari meno alienati, dalla cosiddetta massa, quando invece ne facciamo parte, e quindi nulla abbiamo da imparare da noi stessi, ma piuttosto disimparare quell’immobilismo cui siamo preda dopo anni di dominio dello spettacolo.

Ha ragione l’autore T.A. nel dire che viviamo in tempi di guerra.

Purtroppo questa guerra noi non la stiamo combattendo, perché chi rimane pacificato sono praticamente tutti i movimenti radicali.

E’ questo forse che intendevano i compagni e/o le compagne della cellula Santiago Maldonado, rompere con la pacificazione che è stata imposta all’esterno dalla repressione e all’interno dall’immobilismo di gesti ritualistici e sclerotizzati, che poco riescono a incidere nelle pratiche di nuovi movimenti di massa come Non Una Di Meno che se anche avesse un potenziale libertario- e questo è ancora da dimostrare- nasce da se’ e non certo da qualche solone anarchico.

Attenzione: ovviamente chiunque compia azioni dirette non è esente da critiche, anzi, ma cerchiamo di porle nei confronti delle strategie, non da prese di posizione meramente ideologiche.

L’anarchico Belgrado Pedrini, a dispetto della repressione e della pacificazione imposta dal regime fascista, cominciò la sua attività sovversiva già alla metà degli anni ’30, e verrà incarcerato un anno prima della formazione del CNL, anche lui un aristocratico sprezzante verso le masse?

Quante altre volte dopo un azione diretta si vedrà la solita pioggia di accuse di “avanguardismo”?

Quanto altri arresti, sgomberi, quante altre violenze e ingiustizie sociali ci vorranno per scuoterci da questo torpore?

Grazie al ministro Marco Minniti innumerevoli migranti stanno venendo torturat* in qualche lager libico proprio mentre tu, fratello e/o sorella, stai leggendo, e sotto sotto solo il fatto che sai che non può capitare a te ti spinge a non rivoltarti con tutte le tue forze verso questa violenza assurda.

Non possiamo continuare a giustificarci dicendo che “Non è il momento”, che quando “le masse si rivolteranno noi saremo con loro”, perché ogni mese in un CPR scoppiano rivolte distruttive e sequestri degli operatori-secondini nel quasi più totale silenzio.

Non sono forse parte della massa pure i/le migranti reclus*?

E’ giunto il momento di scegliere: o il nulla autistico della doppia medaglia della falloforia violentista e del nostalgismo attendista e innocuo, oppure comiciare un percorso comune che abbracci, nel rispetto delle sensibilità individuali, tutte le modalità d’azione contemplate (e quelle ancora da contemplare) per poter ricominciare a non pensare all’insurrezione come a un’utopia lontana.

L’attesa finisce quando lo decidiamo noi, basta essere vittime del Tempo.

“Che cosa vuoi sapere ancora?” domanda il guardiano, “Sei proprio insaziabile.”

“Tutti si sforzano di arrivare alla rivoluzione” dice l’anarchic*, “E come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?” Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: “Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo.”

L. G.