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Torre Maura non si arrende

La periferia romana è stata sempre un luogo di disagio e scontro sociale: d’altronde che periferia sarebbe? Per anni intellettuali, scrittori, registi e artisti di ogni genere hanno tentato di stigmatizzare o, per lo meno, comprendere le dinamiche socio-economiche legate alla periferia capitolina. A volte le analisi sono state troppo semplicistiche, a volte fallaci ed altre oculate. Il fenomeno della periferia, da un punto di vista della geografia sociale, sta acquisendo nuove connotazioni nel campo degli studi. Le periferie non sarebbero solo i luoghi “al margine” da un punto di vista geografico, ma anche da un punto di vista economico. Secondo tale accezione una periferia socio- economica è possibile trovarla anche in un quartiere o un rione considerato “agiato”. Non è poi così semplice parlare, al giorno d’oggi, del concetto di “periferia”. Ieri era semplicemente il luogo nel quale vi erano i ceti più poveri della società. In quanti film degli anni 50/60/70 abbiamo occasione di vedere luoghi a noi familiari in condizioni disastrose o, comunque, irriconoscibili ai nostri occhi? L’area era spesso connotata dalla presenza di baracche; ovvero, erano perennemente presenti agglomerati urbanistici riconducibili alle definizioni di “baraccopoli”. Al giorno d’oggi la speculazione edilizia e la gentrificazione hanno provveduto a cambiare radicalmente alcuni luoghi che nel passato erano considerati “pericolosi” o “disagiati”. A fianco di alcuni posti che hanno subito dei cambiamenti per intercessione mediata dagli interessi di pochi, si affiancano nuove aree estremamente periferiche a livello geografico dove possiamo trovare vaste frange sociali, non solo i cosiddetti “poveri”. La propaganda imperante vuole imporre una visione sociale totalmente sballata: ormai i veri poveri non esistono più. E se i poveri esistono non è assolutamente colpa del sistema economico escludente, ma di minoranze etniche provenienti da altre parti del globo. Dall’alto viene sempre più fomentato il vero e proprio scontro razziale, additando il debole come colui in grado di mettere in ginocchio le opportunità economiche e sociali di molti. Il governo gialloverde ha costantemente appoggiato dinamiche relative al pluricitato “scontro tra poveri”. Aree come quelle del Casilino sono da molti anni quartieri multietnici. I minimarket, in questa zona di Roma, sono veri e propri poli di socializzazione della comunità bengalese. Tensione su situazioni riguardanti il collocamento di piccole comunità ha da sempre influenzato il dibattito politico romano. E’ noto come nella capitale, e non solo, assistiamo a veri e propri fenomeni di ghettizzazione, esclusione e detenzione. D’altronde viviamo in un sistema-mondo dove il multiculturalismo liberale di stampo britannico tende ad escludere le varie culture piuttosto che farle amalgamare: sono tutti “liberi” ma nei propri spazi! Di ciò ne sono testimonianza scrittori di origine straniera ma di cittadinanza italiana come per esempio Amara Lakhus1, il quale ha tentato durante tutta la sua carriera di descrivere il tessuto urbano di alcune città italiane dal punto di visto della ghettizzazione etnica e culturale. Tutto ciò dovrebbe far riflettere anche sul fatto che possa esistere un punto di vista “altro”. Le aggressioni ai danni di comunità minoritarie negli anni, a Roma, non sono, chiaramente, venute a mancare: a volte sono state condannate radicalmente, a volte molto blandamente. Il clima che si respira in Italia è ben noto a tutti; a Roma tutto ciò non accenna ad interrompersi e gli episodi di aperto razzismo sono lasciati in balia dell’opinione pubblica piuttosto che essere condannati da un punto di vista giuridico. Insomma, le cosiddette istituzioni lasciano fare a chi di dovere. I fenomeni escludenti, come quelli che puntano apertamente sulla divisione popolare tra gli sfruttate e le sfruttate del mondo in base alla cultura di provenienza e il colore della pelle, possono essere perpetrati non solo da un punto di vista della violenza fisica ma anche della manipolazione propagandistica.

Io so de Torre Maura e nun so d’accordo”

Lo scorso 2 Aprile sono stati trasferiti circa 70 rom presso un “centro di accoglienza” nel quartiere periferico di Torre Maura, situato a Roma sud-est. Il gruppo comprendeva anche 33 bambini. In seguito a ciò una parte dei cittadini del quartiere si è riversata nelle strade cercando una opposizione a questa decisione del comune. La protesta è durata tutto il pomeriggio, fino a quando verso le 18.30 sono stati riversati al suolo dei cassonetti e, di seguito, incendiati in mezzo alla strada. Sempre di più, l’uomo comune, il cittadino medio, è impaurito dal diverso. Siccome sono fenomeni che si stanno incrementando con il passare degli anni è impossibile deresponsabilizzare la propaganda governativa e dell’estrema destra sovranista, sempre più potente in Occidente. Cercando di cavalcare la cresta dell’ondata xenofoba imperante, anche i veri e propri partiti dichiaratamente fascisti entrano in campo cercando di ottenere sempre più consenso. Già nel 2015 siamo stati testimoni di un episodio analogo che coinvolse un centro di richiedenti asilo per minorenni presso Tor Sapienza. In quella occasione Casapound non si fece attendere fomentando il solito odio tra abitanti del quartiere e disperati. La storia, come sempre, si ripete anche nel 2019: la risposta dei partiti fascisti non si è lasciata attendere. Una delegazione di Casapound, con a capo Mauro Antonini, candidato come presidente alla regione di CP, insieme ad un gruppo di Forza Nuova, ha fatto il suo ingresso nel quartiere. Ovviamente non sono mancate manifestazioni di forza come il calpestare degli alimenti destinati al gruppo rom al grido di “Zingari, dovete morire di fame”. Dopodiché hanno tentato di istituire una sorta di presidio contro l’ingresso del piccolo gruppo all’interno del quartiere di Torre Maura. Chiaramente non vi è stato nessun intervento di polizia o altri apparati statali. La notte tra il 2 ed il 3 Aprile il comune ha deciso di ricollocare in altri centri il gruppo rom.

Da qualche giorno a questa parte, su internet, si sta diffondendo il video di un adolescente di 15 anni che fronteggia molto coraggiosamente il sopracitato Mauro Antonini. Nonostante la tenera età il ragazzino dimostra di riuscire ad attaccare la solita logica propagandistica di Casapound. Inutile ripetere tutte le frasi del confronto dato che il video ha ottenuto milioni di visualizzazione e molti di voi sicuramente lo conosceranno. Quello che stupisce è il coraggio sfrontato del ragazzo nei confronti dei fascisti. Nel video si vede anche un uomo che, addirittura, lo avvicina toccandolo più volte, con un gesto misto tra compassione e intimidazione. Simone, il ragazzino, è stato elogiato da molti per il suo atto spassionato. In fin dei conti, da abitante del quartiere, egli afferma di non essere d’accordo con la logica xenofoba di Casapound. Anzi, afferma più volte di non capire il legame tra un gruppo di rom ed alcuni problemi istituzionali. Quello che ha dimostrato Simone è che non solo alcuni giovani hanno una coscienza sociale e politica, ma anche che nel quartiere ci sta qualche voce che si distacca dalla facile propaganda di CP. Il panorama sociale e culturale si dimostra eterogeneo nella contemporaneità e non compatto come molti anni fa. Per alcuni cittadini la soluzione ai problemi socio-economici delle zone di periferia non può essere lo spostamento di gruppi di etnia rom. Inoltre, come sappiamo, sotto la giunta Alemanno lo spostamento dei gruppi di etnia rom erano una vera e propria trovata propagandistica, linea che la sindaca Raggi non ha accennato a moderare.

Questo episodio solleva alcune evidenti criticità e spunti di riflessione a livello politico. La demolizione di campi rom costringe gli abitanti degli stessi all’esodo e al vagabondaggio, sia che siano riconosciuti, sia che siano abusivi. Lo smantellamento dei campi costringe frange istituzionali allo spostamento di interi gruppi, con l’intenzione di dimostrare demagogicamente di eliminare “il problema” “nei quartieri” e “nelle zone di periferia”. Se il fascismo fa presa in alcune zone disagiate, non è detto che faccia breccia in tutte le frange dei cittadini. Inoltre, la presenza di partiti fascisti in alcune zone della capitale ci mostra una parziale sconfitta dei movimenti di sinistra ed extraparlamentari. Ciò dovrebbe spronare molti gruppi a riuscire nelle strade e a fare politica di quartiere. Dove il Movimento non si dimostra presente i partiti fascisti trovano punti di infiltrazione e tentano di prendere voti facendo leva sugli evidenti problemi legati alle zone di periferia. Non dovrebbe stupire, a questo punto, che numerose zone storicamente antifasciste, legate alla sinistra o ai movimenti libertari, stiano cambiando forma mentis: bisognerebbe assolutamente riprendere zone che legittimamente appartenevano ad alcune sfere politiche. Non bisogna arrendersi.

Lorenzetto