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Sta nascendo un sovranismo sindacale?

Di regola quando un’organizzazione, o un cartello di organizzazioni, appartenente al suggestivo mondo del sindacalismo di base indice in solitaria uno sciopero si sviluppa una discussione tanto vivace quanto, di regola, ineffettuale sul fatto che non è bene fare così, che si dovrebbe trovare un accordo quantomeno fra le organizzazioni maggiori e così via e non manca chi si prodiga regolarmente in tal senso. Ora, è evidente che una mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici tanto più ha la possibilità di coinvolgere una massa critica e di ottenere risultati quanto più le forze che la promuovono hanno un peso adeguato e, di conseguenza, che, laddove vi siano differenze di dettaglio rispetto agli obiettivi, andrebbero lasciate da parte a favore di ciò che unifica. Pure, almeno a mio avviso, una qualche attenzione alle proposte ed alle piattaforme dei diversi sindacati sarebbe opportuna, almeno se le si piglia sul serio visto che si chiede ai settori di lavoratori e lavorartici che il sindacalismo di base organizza o influenza impegno, sacrificio e, a volte, l’affrontare dei rischi di rappresaglia da parte dei padroni e che vogliono indicare una prospettiva generale all’assieme della nostra classe.

Se lo si facesse, infatti, si potrebbe scoprire che non è affatto vero che le differenze sono così di dettaglio e che forse varrebbe la pena di discuterne. Propongo un esempio recente e cioè la piattaforma di sciopero che riporto di seguito:

L’Unione Sindacale di Base indice per venerdì 12 aprile lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private contro le politiche di austerity che l’Unione Europea impone ai Paesi del sud dell’Europa; per l’abrogazione totale della legge Fornero; per l’istituzione di un vero reddito di cittadinanza, universale e incondizionato; per la crescita dei salari e l’abbassamento delle tasse anche al lavoro dipendente. “

Dunque USB propone ai lavoratori di scioperare, in primo luogo, contro l’Unione Europea, le altre rivendicazioni, per quanto condivisibili hanno, come precondizione, l’ottenimento della prima, e a favore dei “Paesi del sud dell’Europa”.  Ora, supponendo che con il temine “Paesi” non si indichino i piccoli centri di campagna, è evidente che i “Paesi” sono strutture sociali in cui ci sono borghesi e proletari, dominanti e dominati, eserciti e polizie e tutto quanto ciò comporta, in altri termini tutta la vecchia merda. Di conseguenza, ci si dovrebbe opporre agli stati più forti, in primis la Germania, che dominano l’Unione Europea per difendere gli stati più deboli, quelli che possiamo definire le nazioni proletarie. Per chiarire cosa si indichi con questa locuzione è opportuno riprendere la definizione che ne da Enrico Corradini al congresso costitutivo dell’Associazione Nazionalistica a Firenze nel Dicembre 1910:

Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo principio: ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi. Ciò premesso, il nazionalismo deve anzitutto batter sodo su questa verità: l’Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria. Ed è proletaria nel periodo avanti la riscossa, cioè nel periodo preorfanico, di cecità e di debilità vitale. Sottoposta alle altre nazioni è debole, non di forze popolari, ma di forze nazionali. Precisamente come il proletariato prima che il socialismo gli si accostasse. “

Ma un sindacato che organizza uno sciopero in “difesa” dei, presunti, comuni interessi fra le classi che costituiscono uno o più paesi, rompe radicalmente con la nozione stessa di autonomia della classe dagli interessi padronali e statali e con l’individuazione nel proletariato di una classe nei fatti, se non nella consapevolezza, internazionale. Per evitare fraintendimenti, è assolutamente evidente che il proletariato realmente esistente non solo non si vive come un’unica classe mondiale ma spesso non va oltre l’aziendalismo o la semplice tutela degli interessi individuali. Ma qui stiamo parlando di USB e USB è, come sappiamo, non la classe ma un sindacato costituito da dirigenti, quadri intermedi, un robusto, rispetto alle dimensioni, apparato di funzionari retribuito in gran parte mediante finanziamenti forniti dal governo, e una base di lavoratori. Come ogni sindacato, afferma dei valori, una visione del mondo e li afferma con la pratica più che con le affermazioni che fa e, se il sindacato ha, anche una funzione educativa, un sindacato che si allea con il proprio governo contro un, presunto, nemico esterno ha una funzione diseducativa. Insomma, per, provvisoriamente, concludere su questo punto, ognuno ha la responsabilità di quanto fa e, se si sceglie di assecondare le derive nazionaliste favorite da governi e partiti sovranisti, e certamente presenti nel corpo della nostra classe, non lo si fa certo per caso ma, con ogni evidenza, perché non solo si fa propria sino in fondo la linea politica della Rete dei Comunisti, il micropartito che governa USB, il che è abbastanza ovvio, ma nemmeno si sente l’esigenza di celarla o, quantomeno, di edulcorarla.

Siamo, in altri termini, nell’accettazione di un vero e proprio nazionalsindacalismo, a un giocare di sponda col governo assumendo la medesima posizione sul rapporto fra stato italiano e Unione Europea. Quali siano i vantaggi immediati per chi sposa questa posizione sono evidenti, il porsi in relazione con le forze politiche istituzionali garantendosi, di conseguenza, finanziamenti e diritti.

Si pensi, per comprendere di cosa si parla, alla firma da parte di USB alla firma dell’accordo sull’ILVA che non ha in alcun modo posto un limite alla morte ed alle malattia che l’ILVA stessa determina, un comportamento perfettamente eguale a quello di quelle CGIL CISL UIL che USB pretende di criticare. Ma non si vede, per dirlo pacatamente, quale sia il vantaggio per i lavoratori di tale scelta a meno che non si pensi che consista nel rafforzamento del proprio sindacato. Se si pensa che un sindacato debba, contemporaneamente, porsi l’obiettivo di ottenere conquiste per le lavoratrici ed i lavoratori e di favorire la loro capacità di lotta e di organizzazione, è evidente che il nazionalsindacalismo è una proposta da combattere senza ambiguità.

Non so se il corpo militante di USB e la massa degli iscritti condividono le posizioni del loro gruppo dirigente e se ne colgono tutte le implicazioni, credo però sia necessario denunciarle senza ambiguità. Si tratta, a questo punto, di domandarsi se, dietro la posizione nazionalsindacalista vi sia, e nel caso quale sia, una qualche argomentazione razionale e, in qualche misura, condivisibile. È, a mio avviso, evidente che un argomento razionale può essere questo, l’attuale capitalismo vede una classe dominante sempre meno legata ai singoli stati nazionali, l’integrazione mondiale del capitale industriale e di quello finanziario con la conseguente difficoltà per i lavoratori e le lavoratrici di contrastarne il dominio visto che è possibile spostare produzioni e capitali in misura notevolissima vanificando l’effetto delle lotte locali e aziendali.

Si tratta di tesi effettivamente fondata anche se vale la pena di ricordare che il nuovo centro del sistema mondo e cioè la Cina vede, ancora?, un legame forte fra stato/nazione e sistema delle imprese. Lasciamo, provvisoriamente, da parte la specificità cinese e diamo per assodato che vi è un settore apicale della borghesia che ritengo sia più corretto definire come transnazionale o, se si preferisce, internazionale e certo non internazionalista. Ora, l’accresciuto peso della finanza, l’integrazione mondiale dell’economia ecc., intrecciandosi con l’andamento, diciamo così, non brillante del ciclo economico nei paesi a capitalismo maturo qualche cadaverino se lo è lasciato dietro e le ragioni di quanto è avvenuto meritano di essere, assai schematicamente, ricordate.

Mi riferisco, per essere chiari, alla socialdemocrazia e cioè a quella componente del movimento dei lavoratori che, nell’intento di socializzare lo stato, ha statalizzato se stessa. Non a caso, con la fine dei trenta gloriosi, i trent’anni che seguono la seconda guerra mondiale e che hanno visto sviluppo del capitale, aumento dei salari ed estensione del welfare nell’area del capitalismo maturo, si è data la fine del compromesso socialdemocratico.

Se quanto detto è vero, ciò che è andato radicalmente in crisi, ovviamente in misura e modalità diverse nei vari contesti, è la relazione “virtuosa”, fra burocrazie del movimento operaio e stati nazionali con l’effetto che le tradizionali sinistre dovendo scegliere fra incrudimento del rapporto con il capitale e politiche di fiancheggiamento alla distruzione del welfare e all’attacco ai salari, hanno fatto la scelta più consona alla loro natura limitandosi a cercare di addolcire gli effetti dell’offensiva padronale e perdendo, di conseguenza, gran parte del consenso che avevano fra i lavoratori. Per svariate ragioni, il vuoto lasciato dalla crisi della socialdemocrazia non è stato occupato, o non è stato ancora occupato, se non in misura limitata da correnti più radicali, e sembra giunto il tempo dei cosiddetti populismi.

Ora, la cosa bizzarra è che, dal punto di vista dei programmi economici, i populisti ripropongono quello socialdemocratico delle origini: intervento dello stato in economia, difesa dell’industria nazionale, integrandolo, nel caso dei populisti di sinistra, con l’allargamento del fronte a settori popolari diversi dai lavoratori salariati, il sostegno al reddito e il riconoscimento di un ruolo alle comunità locali e, nel caso dei populisti di destra, con misure securitarie, nazionalismo e xenofobia. Perché i populisti di sinistra dovrebbero riuscire dove hanno fallito i socialdemocratici per me resta un mistero della fede. La debacle del M5S in Italia mi sembra dimostrare che non è così facile. 

Resta, quindi, l’ipotesi non ancora sperimentata e cioè il guardare in faccia la realtà per dura che sia, non illudersi di poter frapporre fra la classe e il dominio del capitale un qualche ceto politico e il porsi il problema del coordinamento internazionale delle lotte e delle organizzazioni dei lavoratori.

Non si tratta certo di un percorso facile, c’è la necessità di un lavoro di medio lungo periodo, di sperimentare soluzioni nuove, si dovranno fare i conti con l’esiguità delle forze e, tuttavia, questa scelta ha almeno il pregio di porsi all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte.

Hic Rhodus, hic salta!

Cosimo Scarinzi