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Io vado a Zarzis

Tra l’Italia e la Tunisia si intesse una folta rete di reciproche implicazioni costituita da un lungo corso di storie, eventi, snodi politici ed economici, persone connesse e narrative disconnesse, intermittenti, sempre all’occorrenza strumentalizzabili e spesso strumentalizzate per i fini più disparati dai soggetti più eterogenei.

Questa rete si sovrappone e interagisce coi movimenti delle polveriere geopolitiche che, impazzite, si sono moltiplicate sullo scacchiere globale e non hanno mancato di attestarsi anche in Libia, un luogo reso mostruoso dal fatale interessamento internazionale.

La Tunisia con cui questo inferno confina diviene quindi un paese che, a seconda delle differenti prospettive d’osservazione e aspettative, può assumere diverse vesti o ruoli e, tra questi, sicuramente quello di paese quale è ed è già stato – in cui per anni, anche prima della rivoluzione, in modo continuativo e tenace se pur a volte accidentale e accidentato, hanno potuto incontrarsi il nord e il sud del mondo.

Un luogo in cui a partire da vissuti individuali eterogenei e spesso stereotipatamente contrapposti in idilliaci e tragici a seconda dell’esser stati collocati nell’uno o nell’altro emisfero o continente; a partire dalla misurabilità oggettiva della discriminazione evidente nella completa sproporzione delle possibilità entro distanze fisiche in verità brevissime; a partire dal rifiuto politico di delegare sia dei singoli sia dei gruppi che hanno costituito; a partire dalla comune rivendicazione di giustizia fino alla “utopia” condivisa di una necessaria autoproduzione di giustizia; si è provato a costruire un orizzonte di collaborazione orizzontale ed intersezionale contro i sistemi di potere messi in atto da entità come i governi e gli stati, che disconosciamo e delegittimiamo per averci relegato all’angolo di quel potere decisionale acquisito per mezzo del nostro fittizio, “popolare” e democratico consenso, convertito invece in edulcorato assolutismo.

Dal rifiuto delle logiche amministrative e assistenzialiste che il primo mondo elargisce “magnanimo” dopo essersi reso responsabile di averne determinato l’esigenza od indotto la domanda; dal rifiuto delle incalzanti militarizzazioni e dei redivivi confinamenti; dal rifiuto della piramidalizzazione del riconoscimento dei diritti e dell’accesso alle opportunità, la Tunisia si è costituita per alcun*, tra cui me, come luogo fisico e semantico della sperimentazione transnazionale di nuove forme di antagonismo, di disobbedienza e di lotta.

Luogo geografico e politico di contaminazione e divergenza, luogo di straordinaria manifestazione di quei paradossi che, confutando il racconto “ufficiale” sulle migrazioni, ci incoraggiano a perseverare nella decostruzione di strutture pericolosamente polisemiche ed a rinnegare ogni forma di consenso agli attuali paradigmi; a cercare di generare pensieri e azioni “nuovi”, superamenti, evasioni dalla condanna all’attesa inerme di conseguenze tanto drammatiche quanto prevedibili.

La Libia è già l’incarnazione delle nostre previsioni più nefaste, quelle di anni fa circa i possibili epiloghi delle pratiche di “esportazione della democrazia”, delle logiche “economiche” del sistema dei visti, degli accordi bilaterali per l’esternalizzazione delle frontiere, della militarizzazione delle acque del Mediterraneo, delle sue coste, delle sue isole, e in progressione di tutti i suoi territori di confine.

Da anni, ogni azione messa in atto dalle politiche comunitarie in termini di gestione del fenomeno migratorio si è inscritta in quel vortice di “errori” a cui ci si condanna reiterando il ricorso, per formulare soluzioni e alternative, a quegli stessi presupposti da cui il problema che si intende risolvere è generato. Del resto, la conta dei milioni spesi per l’impedimento dei viaggi e per la gestione delle conseguenze della disobbedienza a questo impedimento, avrebbe banalmente potuto esser spesa per favorirli o non essere spesa affatto, se si fosse riconosciuto il fenomeno migratorio come esito di quella libertà di movimento naturale e legittima e lo si fosse lasciato esistere spontaneamente invece di volerlo egoisticamente e speculativamente amministrare.

Da qui il mio invito ad aderire all’iniziativa del “Gruppo informale Europe Zarzis Afrique” e “Carovane Migranti”, incontrandoci tutt* a Zarzis: luogo di partenza dei migranti economici, luogo di arrivo delle persone in fuga dalla Libia via terra, luogo di seppellimento dei corpi naufragati tentando la fuga via mare e, anonimi e martoriati, ritrovati incidentalmente tra le reti dei pescatori o sulla sabbia. Luogo in cui si incontra il dolore dei familiari dei giovani migranti tunisini morti e dispersi, con la speranza (spesso delusa) dei migranti sub-sahariani che sopravvissuti alla schiavitù e alle torture libiche, non sono ancora affrancati da marginalizzazione e discriminazione, né più vicini alla meta che, al di là della ragionevolezza delle ragioni, resta comunque, per loro, l’Europa.

Il braccio di ferro tra la Tunisia e la Comunità Europea sul “sistema di esternalizzazione” si traduce ormai da diverso tempo nel rifiuto del governo tunisino – politicamente strategico e dunque non derubricabile a semplice “manchevolezza” – di sottoscrivere le convenzioni internazionali sul riconoscimento del diritto di protezione e asilo. Con una certa superficialità c’è chi ritiene che questo sia semplicemente il naturale “deficit” dell’attenzione che una neonata democrazia riserva ai diritti umani, senza considerare come in realtà, in nome della “civiltà” insita nel riconoscimento di questi, e tra questi ovviamente per primo – se non soltanto – proprio il diritto di protezione e asilo, si stia tentando disperatamente di far ricadere su uno stato extra europeo la responsabilità delle conseguenze delle politiche comunitarie.

Andando poi al di là dei contenziosi tra stati, ciò che di questa situazione costituisce un aspetto rilevante in termini di elaborazione di nuovi paradigmi, è a mio avviso il fatto che si sia così prodotto quel vuoto normativo di cui la società civile potrebbe approfittare per convertire un cortocircuito del sistema, in uno spazio ritrovato di possibile affermazione ed esercizio dei principi di autogestione ed autodeterminazione. Un vuoto è sempre in senso heideggeriano uno spazio del possibile. Un vuoto legislativo dunque può ben essere lo spazio in cui insinuare una forma nuova e differente di ri-conoscere le esistenze che l’Europa ha spesso negato pur avendo “accolto”.

Il rifiuto di “accogliere” i/le migranti così come lo ha fatto l’Europa, non deve infatti necessariamente significare di non volere o potere accoglierl*, di non volerne rispettare i diritti umani e civili o di non poterne favorire l’integrazione; potrebbe darsi anche l’esatto contrario a parer mio.

In Italia, per esempio, la gestione dei sistemi d’accoglienza da un lato e di esternalizzazione dall’altro ad opera delle destre e sinistre governative, non ha mai soddisfatto né chi ha sostenuto i diritti dei migranti, né chi avrebbe voluto completamente negarli, né i migranti stessi e, più che favorire la fratellanza e l’integrazione millantate nelle narrazioni, ha favorito disconoscimento e emarginazione, contrapposizione e scontro, nazionalismo e razzismo, odio e sfruttamento. I migranti sono stati al contempo la più affilata tra le lame della propaganda salviniana e il più tenero dei bersagli.

Quindi, prima che anche in Tunisia si riproponga il deleterio disegno europeista di una geografia di “riserve” e confinamenti, i così detti “centri”: di identificazione e espulsione (C.I.E.), per il rimpatrio (C.P.R.), hub regionali e interregionali, hot spot nelle zone di sbarco per la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo, in altri termini clandestini e rifugiati; centri d’accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A) o straordinaria (C.A.S.), di primo soccorso e accoglienza (C.P.S.A.). Per i più “fortunati” la seconda accoglienza (S.P.R.A.R.), con tutto il suo portato di fatalismo e ambiguità. La recente chiusura del centro di Medenine in Tunisia, per le condizioni in cui versavano gli “ospiti”, dovrebbe immediatamente essere riconosciuta come frammento di un copione che in Italia va in scena già da quasi un ventennio.

A fronte dello squallore suscitato dall’ipotesi del replicarsi di tutto questo, del dilagare di un contagio decisionista e militaresco, incombe la necessità di figurare e agire nuove forme dell’abitare sociale, politico ed economico nei territori di frontiera, nuove forme di autoproduzione di diritto, legittimità, possibilità, nuove forme di affermazione positiva, compartecipazione e incidenza, nuovi percorsi di libertà.

Di fronte alla barriera fisica costituita da confini che in verità hanno natura semplicemente “astratta”, anche se si preferisce definirla “politica”, è importante tornare a ribadire e denunciare che gli effetti materiali delle frontiere derivano da una categoria di cause che definirei di fatto barriere ideologiche, conservatorismo ed anacronismo; è importante perseguire il superamento, ancor prima che dei varchi di frontiera da parte di chi rivendica, nell’emergenza, il diritto alla libertà di movimento, dell’intero sistema di mobilità internazionale, dell’attuale pretesa di gestione proibitiva dei flussi migratori, e di tutte le logiche post-colonialiste da cui ancora deriva e a cui ancora si ispira.

Di fronte all’inesorabile ed evidente disfatta di un impianto normativo e procedurale ormai inservibile che, senza ravvedimento, nel suo compiersi continua crudele ad insistere sui corpi di chi è stato designato come “sacrificabile”, è urgente interrogarci su dove e come ricominciare, su come costruire alternative sostenibili, su come produrre il cambiamento senza attendere che possa sortire effetto chiedere al “potere” di riformare se stesso.

Per emanciparci dall’ingenuità o dalla buona fede che ci ha fatto continuare per anni a parlare ai sordi ed a mostrare evidenze ai ciechi, stati e governi che certamente più di ricercatori/trici, attivist* e giornalist* hanno facoltà di reperire informazioni e riscontri; per tracciare una rotta diversa da quelle che ci hanno condotto nell’imbuto di battibecchi sterili con i politicanti di turno, per riappropriarci della facoltà del poter fare.

Negli anni si sono moltiplicati esponenzialmente i report, le ricerche, i documenti, i dossier, le testimonianze, le prove, mentre tutto questo contributo di allarmata verità e lungimiranza è rimasto a giacere impolverato tra l’inconsapevolezza casuale di molti ed il disinteresse causale di altri, una coltre di degenerazione e mostruosità è calata tutto intorno a questo nostro sanguinolento Mediterraneo.

Un revival nazi-fascista riconquista la scena socio-politica e a diverse latitudini, dalle Americhe al Medio Oriente, si finanziano campi di concentramento e si incentivano legiferazioni razziali.

Di fronte a tutto questo, e di fronte all’amara constatazione che tutto questo avrebbe forse semplicemente potuto essere altro, l’appello rivolto da “Europe Zarzis Afrique” e Carovane Migranti è ciò che definirei un invito ad aderire al tentativo di concedere al nostro immaginario divergente le circostanze e le forze di diventare realtà.

Monica Scafati