A Gradisca si muore. Sappiamo chi è Stato.

Il CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) ha aperto da poco più di un mese, ma un mese è bastato per uccidere una persona ed instaurare un clima di violenza e terrore proprio di un lager. Questo sono i CPR in Italia: lager di Stato, dove le persone vengono annichilite, ridotte a numeri, umiliate, picchiate e uccise.

Chi gestisce il centro di Gradisca è l’Edeco, una cooperativa di Padova già nota per la gestione del Centro di prima accoglienza di Cona (Venezia). Il 2 gennaio 2017 Sandrine Bakayoko, una donna ivoriana di 25 anni, muore nei bagni del centro: i richiedenti asilo accusano i gestori del campo di aver chiamato i soccorsi in ritardo (oltre a soprusi, cibo immangiabile, ecc.) e danno il via a una rivolta che dura molte ore.

A Gradisca fin da subito sono iniziate le proteste, le rivolte, i tentativi di fuga (alcuni per fortuna riusciti) ed i pestaggi feroci da parte della polizia. Pestaggi e violenze fatti contro uomini impossibilitati a difendersi e sotto il costante ricatto dell’espulsione immediata.

Sabato 18 gennaio la notizia è arrivata nel primo pomeriggio: un uomo di origine georgiana di 37 anni, V. E., è morto dopo essere stato trasportato all’ospedale di Gorizia dal CPR di Gradisca. Una notizia terribile, cui quasi immediatamente è seguita la velina della Questura: l’uomo è morto dopo una rissa con un compagno di cella per un malore, la polizia lo ha portato subito in ospedale ma inutilmente – e giù lacrime di coccodrillo.

Tutti i media locali hanno dato spazio alla velina poliziesca, senza farsi domande e senza approfondire la questione, che fin da subito non era chiara come volevano farla passare. Alcune e alcuni solidali non si sono dati per vinti e hanno voluto saperne di più.

Grazie al filo diretto con l’interno è trapelata la verità che Questura e Prefettura ancora negano: l’uomo è morto dopo essere stato picchiato da otto poliziotti con i manganelli, finché non ha sbattuto la testa contro il muro. A quel punto i poliziotti gli sono saltati sopra con i piedi, sul collo e sulla schiena, lo hanno ammanettato e portato via. È l’ultima volta che gli altri reclusi hanno avuto l’occasione di vederlo.

Nel pomeriggio di sabato 18 gennaio alcune decine di solidali si radunano sotto il muro del CPR e lanciano messaggi di solidarietà ai reclusi: la morte di V. non deve passare sotto silenzio e non deve essere dimenticata. Nel giro di 24 ore viene organizzato un corteo che occupa la strada regionale e si ferma di fronte al CPR. Di nuovo viene scandita forte la parola “LIBERTÀ”, di nuovo da dentro le voci parlano di pestaggi e di poliziotti in assetto antisommossa fin dentro le celle. Ad un certo punto un fumo nero si alza fin sopra il tetto: un materasso sta bruciando in una delle tante celle di Gradisca.

V. è stato ammazzato dalle botte dei poliziotti. È stato però ammazzato anche da uno Stato che, dietro una maschera di democrazia, da molti, troppi anni sta conducendo una guerra non dichiarata a quegli uomini, donne e bambini il cui reato è non avere dei documenti in tasca. Una guerra che ha provocato un numero infinito di morti, dal Mediterraneo ai boschi delle Alpi.

Nella notte di Capodanno, a due passi da Trieste, è morto Ahmad, un giovane algerino, scivolato in un burrone sul Carso sotto gli occhi della moglie e di un amico. Nel 2013, sempre a Gradisca, era morto Majid, caduto dal tetto del CIE dopo un fitto lancio di lacrimogeni da parte della polizia.

Pare che V. avesse accettato di essere rimpatriato in Georgia. Invece lo hanno ucciso. Da parte dei suoi compagni di reclusione è arrivato questo messaggio: “Oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi. Bisogna far sapere a tutti quello che è successo.” Sarà nostro compito – di tutte e di tutti – dare seguito a queste parole.

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Redazione di Trieste