L’editoriale del 1970

Nel numero di Umanità Nova dedicato al centenario del giornale è stato ripubblicato l’articolo di Mario Mantovani dal titolo “1920-1970: Cinquant’anni fa . Nasceva “Umanità Nova.” originariamente pubblicato il 24 Gennaio 1970.

Nell’articolo in questione vi è un breve passaggio dove si fa un parallelo tra la strage del Diana e quella di Piazza Fontana – avvenuta un mese prima dall’uscita del suddetto scritto. Visto che la vicenda di Piazza Fontana è, ancor oggi, oggetto di revisionismi, da parte della stampa borghese e di registi, sul coinvolgimento dei nostri compagni, ci teniamo a precisare quanto segue:

– questo parallelo era la posizione personale di Mario Mantovani, l’estensore dell’articolo, e non la posizione della Federazione Anarchica Italiana dell’epoca e, tantomeno, di oggi, come ben dimostrato dalla presa di posizione della FAI tramite la CdC nei giorni immediatamente successivi alla strage e la lunga campagna che ha visto impegnato fin da subito la FAI e il giornale stesso;

-negli ultimi cinquant’anni, Umanità Nova, in coerenza con quella battaglia, ha fatto non solo una contro-informazione costante sulla Strage di Piazza Fontana e dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, ma ha sostenuto i compagni accusati dalla giustizia borghese di essere autori della strage.

L’articolo pubblicato, che rimane ottimo nella ricostruzione fatta dall’autore della storia di Umanità Nova, rappresenta il pensiero personale dell’autore stesso dell’articolo e non la posizione del giornale.

Purtroppo per una leggerezza commessa dalla Redazione non è stato aggiunto un passaggio che spiegasse il motivo della pubblicazione e che l’opinione di Mantovani in merito alla Strage di Stato era, appunto, opinione sua personale. Ce ne scusiamo con i compagni e ci rendiamo conto dell’imbarazzo che vedere tali righe sul nostro giornale possa causare.

La Redazione Collegiale di Umanità Nova

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Confessiamo di esserci resi conto della ricorrenza mutando le date al numero scorso di ripresa, giusto al momento di andare in macchina. Troppo tardi per fare della “storia”, sia pure in modo sommario. Altri vi avrebbero pensato mesi in anticipo, magari allestendo un poderoso numero speciale ripetutamente annunciato per il “lancio” e per sollecitare le felicitazioni e gli auguri del mondo giornalistico. Noi, invece – e forse pure a torto – non badiamo tanto alle celebrazioni, anche perché gli auguri, ai nostri, specie di questi tempi, giungono piuttosto sotto forma di denigrazioni, di accuse di certa sporca stampa, o di denunce o altre “cortesie” di cui ci è generosa l’autorità giudiziaria.

Eppure, il fatto che, il 27 Febbraio 1920, sotto la direzione di Errico Malatesta era appena tornato, semiclandestino, da Londra, dove si era rifugiato cinque anni prima per sfuggire all’arresto all’indomani della “Settimana rossa” (giugno 1914). Il suo ritorno veniva accolto da grandiose manifestazioni popolari, in una situazione di profondo fermento rivoluzionario, in parte dovuto all’entusiasmo suscitato dalla rivoluzione russa, seguita da quella di Ungheria, dai moti spartakisti di Berlino e di Monaco e, in parte, alla delusa attesa di radicali mutamenti sociali promessi ai combattenti italiani mandati a morire sui campi di battaglia in nome di una bugiarda “guerra rivoluzionaria” liberatrice.

Qualcuno indicava in Malatesta, per il suo grande ascendente sulle masse popolari, il “Lenin d’Italia”, ritenendo di esaltarlo. Ma egli rispondeva, rifiutando decisamente assurdi confronti ed insopportabili glorificazioni di amici e compagni: “Grazie, ma basta! L’iperbole è figura retorica di cui non giova abusare, e l’esaltazione di un uomo è cosa politicamente pericolosa e moralmente malsana per gli esaltati e gli esaltatori.”

Perché un quotidiano anarchico

La propaganda di Malatesta si fa sempre più intensa attraverso il paese. Il tremulo governo Nitti ne ha paura e tenta ogni mezzo per bloccarne la espansione. Dovunque Malatesta si recasse a parlare, la forza pubblica e gli agenti provocatori cercavano di suscitare incidenti clamorosi e determinare qualche “fattaccio” per catturarlo o assassinarlo. Egli non era un grande tribuno, ma la sua parola di ragionatore, semplice e convincente, diveniva “esplosiva” perché tutti la capivano, col cervello e col cuore.

Ma un gruppo di compagni (Nella Giacomelli, Luigi Fabbri, Ettore Molinari, Carlo Frigerio, Molaschi ed altri) consideravano che, con l’ingigantirsi del movimento anarchico, fosse indispensabile fiancheggiare l’opera di Malatesta con la pubblicazione di un portavoce quotidiano dell’anarchismo che si rivolgesse ad un più ampio settore dell’opinione pubblica, che svolgesse giorno per giorno i suoi interventi polemici, critici, traendo dai fatti la giustificazione della dottrina anarchica e l’incentivo per indirizzare l’azione popolare verso soluzioni libertarie.

La proposta di un quotidiano sollevò delle critiche e dei dissensi nell’ambiente anarchico. Si temeva che l’iniziativa finisse per concentrare in un unico giornale i mezzi, in uomini ed in denaro, di cui poteva disporre il movimento, ostacolando seriamente la vita di altre pubblicazioni e, conseguentemente, limitasse la libertà d’espressione delle varie correnti dell’anarchismo. Le critiche si rivelarono ben presto infondate. La pubblicazione del quotidiano non avrebbe compromesso l’esistenza dell’altra stampa anarchica (“Il libertario” di La Spezia, “L’avvenire anarchico” di Pisa, la rivista “Pagine libertarie” di Milano etc).

Il 27 Febbraio 1920, dunque si pubblica a Milano il primo numero di “Umanità Nova”, quotidiano anarchico. Malatesta vi è designato quale direttore coadiuvato da una redazione composta da Gigi Damiani, Francesco Porcelli, Carlo Frigerio, Corrado Quaglino, Carlo Molaschi e, nei primi tempi, anche da Pasquale Binazzi. Benché non vi figurasse ufficialmente, ne faceva parte anche Ettore Molinari, noto studioso di scienze. Malgrado l’ostruzionismo governativo, che esercitava forti pressioni sulle cartiere perché lesinassero sulla fornitura di carta (era razionata), “Umanità Nova” poteva raggiungere in breve una tiratura di 50mila copie, considerata “enorme” in quei tempi.

L’“escalation” repressiva

I numerosi fermi ed arresti di Malatesta in quel tormentato periodo non impedirono la regolare pubblicazione del quotidiano. Poi sopraggiunsero i fatti di Bologna. Il 14 Ottobre 1920 era stato proclamato lo sciopero in tutto il paese in difesa delle vittime politiche e contro la repressione governativa che infieriva. A Bologna parlarono Malatesta, Armando Borghi e un socialista. Poi, più tardi, seguì al comizio una manifestazione di protesta in prossimità delle carceri, finita in un sanguinoso scontro tra forza pubblica e dimostranti, con morti e feriti.

Malatesta, trattenutosi per un paio di giorni in casa Fabbri a Bologna, indisturbato, partito per Milano, al suo arrivo viene arrestato. Borghi, Quaglino, Baldini erano già sotto chiave da alcuni giorni e così ha inizio la fase più acuta della repressione poliziesco-governativa che, partendo dagli anarchici, doveva successivamente spalancare le porte al fascismo.

A questo punto lasciamo la parola a Luigi Fabbri (prefazione al vol. 1 degli “Scritti” di Malatesta, raccolta a cura di Fabbri e di Luigi Bertoni, e pubblicati a Bruxelles nel 1934): “(…) il colpo era forte. Un convegno subito convocato a Firenze fra i vari partiti e organismi sindacali, malgrado i tassativi impegni precedenti di solidarizzare con qualsiasi delle forze rivoluzionarie attacca per prima dal governo, si rifiutò a qualsiasi azione di protesta, meno una platonica dichiarazione verbale (…). Serrati, allora direttore dell’“Avanti!”, disse al convegno che l’arresto di Malatesta era un “episodio transitorio” e che non c’era nulla da fare. Insomma, gli anarchici venivano lasciati soli. Questa remissività incoraggiò ancor di più il governo e la borghesia: la reazione si intensificò. Il fascismo che, sorto un anno e mezzo prima, era stato fino a quel momento cosa insignificante e ridicola, all’improvviso vide ingrossare le sue file e sollevò la testa (…).”

La previsione di Malatesta si avverava. Il proletariato italiano cominciava a pagare con “lacrime di sangue la paura che aveva fatto alla borghesia.” Continua Fabbri: “Malatesta e i suoi tre compagni intanto restavano in prigione. L’autorità giudiziaria non riusciva a stabilire un capo d’accusa plausibile (sembra un riferimento all’attualità! – n.d.r.) contro di loro, ma il governo di Roma non voleva che si rilasciasse la preda. Gli imputati, esasperati, decisero di ricorrere allo sciopero della fame, che cominciarono il 18 Marzo del 1921. In capo a pochi giorni si diffuse la notizia che Malatesta, per l’età e la malferma salute, era ridotto a tale sfinimento dalla privazione di cibo, da minacciarne seriamente la vita… Per gli anarchici l’esasperazione giunse al colmo. “Umanità Nova” pubblicava appelli di disperazione angosciosa e fremente. Nel contempo, quasi a sfida, le violenze fasciste – iniziate dal novembre – aumentarono in varie parti d’Italia E si ebbe di esse un episodio più feroce e letale anche a Milano: l’assalto al circolo socialista di via Bonaparte, la sera del 21 Marzo, con l’assassinio del socialista Inversetti. “Due giorni dopo, la notte del 23 Marzo, una bomba scoppiò contro una porta laterale del teatro Diana di Milano, a Porta Venezia, uccidendovi una ventina di persone e ferendone molte altre (…).”

Strane analogie: Diana e Piazza Fontana

Il resto è noto. L’esasperata protesta del Diana a cui non fu estranea l’opera di provocatori (la storia si ripete), alimentò la recrudescenza del terrore fascista, in preparazione di quella che, grottescamente, venne chiamata la “marcia su Roma”. Un’ora dopo il terribile attentato, “Umanità Nova” venne invasa e distrutta dalle squadracce fasciste appostate nelle vicinanze, forse già in precedenza informate del tragico evento che doveva prodursi.

Il processo a Malatesta, Borghi e compagni ebbe luogo alle Assise di Milano dal 27 al 29 Luglio (1921) e si concluse con un’assoluzione generale. Quindici giorni dopo, a Roma, “Umanità Nova” riappariva ancora quotidiana, sempre sotto la direzione di Malatesta, finalmente libero. Ma la situazione, dopo i dieci mesi della sua prigionia, era profondamente mutata. Il fascismo, subdolamente aiutato dal governo, favorito dalla Corte dei Savoia, finanziato dagli industriali e dagli agrari, fiancheggiato dalle forze poliziesche e militari, si imponeva ormai in buona parte dell’Italia. Il giornale, a Roma, poteva ancora pubblicarsi, ma o veniva sequestrato alla posta o era carpito ai rivenditori e bruciato, come gran parte, del resto, della stampa antifascista. Pochi giorni dopo la fine dell’ultimo sciopero (31 Luglio 1922) proclamato dall’Alleanza del Lavoro, a cui aderivano anche l’Unione Sindacale Italiana e gli anarchici, “Umanità Nova” dovette sospendere le pubblicazioni quotidiane e divenire settimanale (col n. 183 del 12 Agosto 1922)

Le “marce” che partono dal Quirinale

A fine ottobre, la “marcia”. Mussolini è chiamato al Quirinale dal re. Le forze fasciste sono convenute a Roma da ogni parte, particolarmente numerose dopo che si era saputo che il re aveva assicurata via libera. Ogni resistenza armata è ormai impossibile. A Roma, qualche gruppetto di audaci tenta qualche azione armata nei popolari quartieri di San Lorenzo, Porta Trionfale e Città Giardino Aniene. È finita. A Piazza Cavour i fascisti infilzano ridicolmente sulle baionette e poi bruciano un ritratto di Malatesta, trovato in uno dei domicili privati invasi e devastati.

Il 30 Ottobre sono assalite e distrutte nel lontano quartiere di Santa Croce in Gerusalemme, la redazione e la tipografia di “Umanità Nova”. Malatesta riesce, malgrado tutto, a pubblicare altri due numeri del giornale in altre tipografie. Ma allora interviene direttamente il governo, prima col far proibire formalmente ai tipografi, dalla polizia, la stampa del periodico, e pochi giorni dopo con l’arresto dell’amministratore Giuseppe Turci, cui furono sequestrate tutte le carte d’ufficio, i libri contabili ed il denaro restato in cassa.

Così morì “Umanità Nova”, di cui l’ultimo numero, il 196, era uscito il 2 Dicembre 1922. “Malatesta, spezzatagli in mano la penna, riprendeva poco dopo il suo mestiere di elettricista meccanico, con cui si era guadagnato la vita a Londra e altrove quasi ininterrottamente per più di quaranta anni.” (Fabbri)

Umanità Nova”, oggi

Il resto è storia di ieri. Il secondo conflitto mondiale si conclude in anticipo nel Centro Italia e nel Sud. A Firenze, a liberazione avvenuta, si pensa a far risorgere il giornale. Se ne pubblicano alcuni numeri (introvabili), poi “Umanità Nova” torna a Roma, settimanale.

Appena tornato Gigi Damiani dall’esilio, gli si affida la direzione del giornale, coadiuvato da Umberto Consiglio. A Damiani succede quindi Armando Borghi.

Oggi, dopo la scomparsa di Borghi, “Umanità Nova”, redatta, per decisioni di Congressi, sotto la responsabilità e cura della Federazione Anarchica Italiana, rimane profondamente fedele ai principi anarchici cui Errico Malatesta informava la sua opera. Un giornale che sia strumento di propaganda, di affermazione, di battaglia a disposizione dei militanti perché vi esprimano liberamente delle idee.

Idee che si propongano di promuovere lotte e attività dirette ad avviare la realizzazione di una società libertaria al servizio della libertà e del benessere di tutti.

Mario Mantovani

(da Umanità Nova, Anno 50, n. 2, 24 Gennaio 1970, pagg. 1 e 2)