La narrazione tossica al tempo del coronavirus

Il Covid-19 è un mucchietto di glicoproteine, fosfolipidi e RNA organizzato biologicamente in modo da parassitare organismi viventi più grandi di lui. Non è dotato di intelligenza propria ma di un certa cattiveria, anche non senziente, utile alla sua personale sopravvivenza. In tutto ciò può essere abbastanza dannoso, in misura direttamente proporzionale al suo grado di “giovinezza”. Un po’ come il morbillo di qualche secolo fa che era in grado di ammazzare una persona in tre giorni. Poi si è evoluto e si è “accorto” che moriva anche lui in assenza di ospiti da contagiare, dato che erano tutti morti a causa della sua cattiveria (si chiama virulenza). Allora si è modificato in forme meno perniciose e più parassitarie, in grado di andare avanti per qualche giorno in più e senza ammazzare, in genere, il suo ospite. I virus sono fatti così: stupidi, cattivi e parassiti. O li eviti o li ammazzi. In entrambi i casi si chiama profilassi: dall’isolamento, all’igiene delle mani, alla somministrazione di vaccini ed ai farmaci antivirali. Punto. La lezione sul Covid-19 finisce qui. Il resto è presa di coscienza di una pandemia in atto e ricerca di tutti i comportamenti utili per tutelarsi e, imprescindibilmente, tutelare gli altri. Il resto rientra o nella narrazione tossica di queste giornate o nell’analisi politica. Capire la prima aiuta a sviluppare la seconda.

La pandemia in corso ha messo in rilievo le criticità del nostro tempo in relazione a media, classe politica ed istituzionale, cultura di massa, sapere scientifico, fragilità sociale e lotta politica. In ordine si può considerare la prima: l’informazione. Questa ha contribuito, e continua a farlo, ad una narrazione tossica di quanto sta accadendo, alimentando stupidità, ignoranza, paura. Nella sostanza gli stessi obiettivi portati avanti negli ultimi decenni. Vari i risultati: assalto ai supermercati, accaparramento di mascherine e gel per le mani, cianciare compulsivo sulla colpa di questo e di quello. Il contorno di episodi razzisti, per fortuna non molti, completa un quadro già ricco di deliri di vario genere ben amalgamati da una certa cultura del complottismo, prodotto della pratica rassicurante di leggere la realtà in maniera totalmente soggettiva fuori da ogni criterio, e critica, scientifico. Un brodo di cultura primordiale in cui ha cercato ulteriore legittimazione la stessa classe dirigente di questo paese, quella che lo ha generato. Una classe di politici, imprenditori, tecnici (baroni) in larga parte cresciuta fra nepotismi, speculazioni e favoritismi ad ogni livello, tagli indiscriminati per far quadrare i bilanci ed arroganza elargita a piene mani nella più totale, acritica e devota sudditanza alle direttive del neoliberismo.

In termini sintetici, in un momento difficile come quello della pandemia in corso, chi sta in cabina di regia, in molti casi, ha mostrato tutta la sua vacuità. Gli esempi non mancano, non solo a livello di singoli soggetti: la mascherina del governatore, i topi vivi del doge, il tecnocrate che insulta le colleghe e così via ma anche a livello di istituzioni. Da un lato quelle sociali, al collasso già in tempi normali per gli scellerati tagli operati in questi anni, dall’altro quelle schiettamente gerarchiche da sempre presenti, le quali stanno giocando la parte del leone e mostrano di essere utili al contenimento della crisi, lungo una metodologia che non riesce ad esprime null’altro che zone rosse militari, consueta risposta da qualche terremoto a questa parte, ai bisogni sempre più inascoltati dei cittadini; comunicando unicamente attraverso bollettini emergenziali della protezione civile che, il più delle volte sono utili per riaffermare la necessità di seguire comportamenti virtuosi ma, ad ogni parola, modellano e strutturano una accettazione rigida e acritica dell’esistente.

Nulla di nuovo. Lo stato e le forze armate e la stessa tecnocrazia da sempre sono gerarchiche, si potrebbe dire dittatoriali. Ha ragione quel tipo che, qualche anno fa sui social, ha detto che la scienza non è democratica. È vero ma la società al contrario lo è. Si potrebbe dire in realtà che la società è in larga parte libertaria, fondata sul mutuo accordo, la partecipazione, la solidarietà. Quando viene regolamentata o peggio avvilita, diventa istituzionale, o peggio, schiava. Nella sostanza, in un tessuto sociale sano, istruito, solidale, sereno, la narrazione tossica dell’epidemia non avrebbe attecchito più di tanto e i comportamenti profilattici da tenere sarebbero stati in buona parte già propri dell’immaginario collettivo. Al contrario, in un paese che corre dietro ad un boyscout arrogante o ad un parassita in camicia verde o al miracolo di uno Sean Connery di Pietrelcina che predica dallo stesso pulpito di un comico fallito, non ci si poteva aspettare di più.

L’incompetenza manifesta dei tanti yesman del potere non riesce però a danneggiare ancora, più di tanto, il tentativo di contenere l’infezione, questo grazie alle conoscenze scientifiche e alla forza della classe lavoratrice. Le prime nei fatti consentono di gestire l’emergenza, anche se attraverso una sequela di scelte, decreti e consigli che sembrano mutare giorno per giorno ma che qualche risultato cominciano a darlo (altrimenti la situazione sarebbe decisamente peggiore). L’altra, la classe lavoratrice, si sta comportando da martire, come in verità ha sempre fatto, visto l’odio di classe che questa società liberista, da sempre, riesce a scaricare su chi più produce e meno guadagna, ma più soffre. I risultati, però, anche in questo caso ci sono, sia nel mondo sanitario sia in generale nel mondo del lavoro.

Lavorare per ore respirando chiusi in uno scafandro di tessuto non tessuto, sentire continuamente l’odore di varechina sulle proprie mani, sopportando la sofferenza di coloro che si sta assistendo, in molti casi in maniera estrema, è qualcosa che non può restare solo negli annali dei martirologi o delle medaglie conquistate sul campo. Chi in queste settimane si sta ammazzando di lavoro domani, quando tutto sarà finito, non si potrà più accontentare di complimenti, saluti, amicizia ed encomi solenni e neanche di qualche soldo in più, sempre ammesso e non concesso che ci sarà. Domani si dovrà fare la conta delle vittime di questa peste del terzo millennio; di quelle dirette, legate al Covid-19, e quelle indirette, figlie dell’emergenzialità tragica abbattutasi sul sistema sanitario nazionale e sul suo welfare. Non è solo una questione di posti letto e di numero di infermieri, è una questione anche di tagli all’istruzione ed alle pensioni, di contrazione dei salari e delle garanzie sociali.

Domani si dovrà passare il conto a chi diceva di chiudere i confini, quando si è visto che i problemi, e non solo i virus, non hanno confini. Si dovrà passare il conto a chi supererà questa crisi senza alcun problema data la sua posizione di classe, a dimostrazione che non siamo sulla stessa barca; non lo siamo mai stati. Questo, il Covid-19, ce lo ha ricordato, anche per i livelli di paternalismo e pietismo diffusi a piene mani, che parlano “dei miei infermieri, dei nostri eroi della corsia”, del rammarico di maniera, oggi espresso, per i tanti tagli di ospedali, posti letto e personale operati in questi anni ma, ieri, non ha fatto niente se non contendersi un posto da dirigente, assessore, direttore, per poi farsela sotto proprio nel momento più critico. È fuori discussione che qualche posto letto verrà riaperto e qualche servizio ritroverà vigore, qualche ospedale tornerà ai fasti del passato, assieme ad una discreta immissione in servizio di personale sanitario, saranno però scelte unicamente congiunturali, conseguenziali, quasi emotive se non truffaldine dato che, nei fatti, l’indirizzo liberista della strutturazione della società non verrà messo in discussione. Di conseguenza, dopo un po’ si tornerà a spezzettare le prestazioni ed a venderle sul mercato del profitto capitalista. Di conseguenza si dovrà lottare per aumentare le risorse dello stato sociale ma anche quelle per i lavoratori, a favore di una società il più possibile curata e vaccinata dai mali del liberismo in atto.

Non solo. Se domani si dovrà passare il conto di ciò che si sta subendo ora e di tutto quello “anche di non sanitario” subito fino ad oggi, lo si dovrà fare con una consapevolezza ulteriore: la totale inesistenza di alcuna forma di movimento di classe, di rivendicazione, di lotta. Un’assenza che, nella deriva sociale di questi ultimi trent’anni è stata costante, attirata più dai facili risultati di settori politici di nicchia (il buon vecchio internazionalismo ad esempio) o dalla ricerca spasmodica di una visibilità fine a se stessa. O ancor peggio dall’essere stato causa ed effetto di un mancato passaggio di testimone fra il passato mondo in lotta per la conquista del sol dell’avvenire e quello di plastica, attuale, totalmente alieno da ogni cotesto socio-economico, appagato semplicemente dall’esistere.

La mancata celebrazione dell’8 marzo di questo 2020, grazie al Covid-19, potrà essere una sorta di ulteriore sprone per uscire fuori dai ripari sicuri della memorialistica politica auto-rappresentativa, per addentrarsi in un mondo e in una storia ma soprattutto in una attualità in cui bisogna dimenticare le scadenze da fare ed urge invece mettere in scadenza il sistema, ricordandosi che si è preferito fino ad oggi fare molte più iniziative sulla resistenza che sulla destrutturazione del welfare, sulla Rojava che sulla privatizzazione della salute. Gli infermieri, ma insieme a loro tutti gli appartenenti alla working class, i pazienti ed i familiari sono chiamati a chiedere giustizia dei sacrifici fatti in questi giorni. Sono chiamati a scegliere se rifiutare di essere schiavi e liberarsi dalle catene di un sistema che ad ogni momento possibile li spreme come limoni o continuare ad essere servi, legati ad un ideale di servizio che fa della loro vita uno strumento di potere e profitto, senza poi rendere nulla, una volta finito il servizio. Il Covid-19 è stupido, cattivo, parassita e gerarchico. Lavarsi le mani ed organizzare una rete di assistenza possono essere scelte gerarchiche, se imposte, non comprese, non partecipate, subite e vendute pronte sugli scaffali del mercato. Oppure no, se si ha la consapevolezza di voler tutelare se stessi a partire dalla irrinunciabile tutela degli altri. Il lavaggio delle mani può essere un atto individuale nella spasmodica difesa di se stessi, in maniera individualista ed ottusa. Oppure può essere, come da definizione, un lavaggio sociale delle mani, per se e per gli altri, e comprendere appieno che, quello di questi giorni, è un insegnamento che deve portare ad un cambio di passo nella costruzione di una società migliore.

Giordano