La strage di stato

La strategia di comunicazione del potere durante un’emergenza fa capire molte cose. C’è chi cerca di tranquillizzare, sminuendo la natura del problema per continuare a governare come se nulla fosse; chi vuole dimostrare di avere tutto sotto controllo e pubblicizza l’intrusione nella vita privata delle persone, rivendicando l’importanza di controllare i sudditi per il bene di tutti; e chi ne approfitta per aumentare i propri poteri, militarizzando tutto e rivendicando l’importanza di avere un “capo” che decida cos’è bene per ognuno.

L’attuale pandemia da Covid-19 in Italia viene raccontata come una guerra, fingendo di dimenticarsi che le guerre le fanno gli stati tra loro, non le fanno i popoli e non le fa la natura. I morti non sono le vittime di decenni di tagli alla sanità pubblica per favorire le cliniche private, ma diventano, nella narrazione, caduti di una guerra contro un nemico cinico, terribile e impietoso.

I medici, gli infermieri e chiunque lavori in una struttura sanitaria viene presentato come un eroico soldato che deve morire per la patria e non come un poveraccio, mandato allo sbaraglio nel mancato rispetto delle misure minime di sicurezza sul lavoro che ha portato a un altissimo numero di contagi e morti tra il personale sanitario, trasformando chi dovrebbe curare le malattie in un veicolo di trasmissione del virus.

Chi è costretto a lavorare è precettato e militarizzato proprio come durante una guerra: non può sottrarsi alle “superiori esigenze della produzione” anche quando rischia la salute per svolgere attività che con l’emergenza sanitaria non hanno nulla a che fare.

Le persone comuni sono i civili che devono collaborare alla vittoria rimanendo reclusi a casa. Tra loro si nascondono i sabotatori, le quinte colonne nemiche, travestiti da runner, da cinofili, da acquirenti di generi alimentari e farmaci. La popolazione viene colpevolizzata perché non rispetta i divieti. Il distanziamento sociale, che dovrebbe essere una misura di profilassi sanitaria, viene narrato come una reclusione nella quale, dal momento che è nella natura del detenuto provare a evadere, è normale che ci siano dei controlli sempre più aggressivi con una polizia sempre più prepotente. Per questo motivo ci sono più denunciati che contagiati e più controlli di polizia che tamponi diagnostici. Nel dibattito sulla possibilità di far uscire i bambini di casa, si è detto che avevano diritto “all’ora d’aria”, equiparando palesemente la quarantena domiciliare alla reclusione e la possibilità d’uscire di casa dei bambini alla passeggiata dei detenuti nel cortile del carcere.

Del resto, se non ci fosse la colpevolizzazione della popolazione diventerebbe difficile spiegare, con la quarantena necessaria stimata in due settimane e con la popolazione reclusa in casa da più di un mese, come mai si continuino a verificare così tanti contagi. O si dovrebbe ammettere che i contagiati sono chi è costretto ad andare a lavorare (e i suoi conviventi), chi vive in case di riposo, case famiglia e ospedali nei quali dovrebbe essere proprio lo stato a intervenire per prevenire il contagio. Insomma, lo stato sarebbe costretto ad ammettere l’inefficacia della gestione disciplinare dell’epidemia e il suo fallimento nella prevenzione.

In tutto il mondo la pandemia sta determinando l’assunzione di maggiori poteri da parte dell’esecutivo (viene spesso citata l’Ungheria di Orban, ma anche gli altri non scherzano). Con la scusa di impedire le “fake news” si sono adottati comportamenti censori. Con il “lockdown” si sono impedite le proteste e, una volta finita la fase acuta della pandemia, si usa comunque il coronavirus per gestire l’ordine pubblico. A Hong Kong, che ha avuto 862 casi e 4 morti (sostanzialmente pochi su 7,2 milioni di residenti), non appena sono comparsi alcuni nuovi casi è ricominciata una serie sproporzionata di divieti che hanno l’unico obiettivo sedare le proteste che avevano caratterizzato tutto lo scorso anno e stavano ripartendo finita la fase di reclusione domiciliare.

In questa situazione emerge anche la cronica inefficienza dello stato nel gestire qualsiasi cosa. Spesso viene rimproverata ai libertari l’incapacità di una società non gerarchica nell’affrontare le situazioni di criticità. Adesso, che viviamo nel pieno di un’emergenza, verifichiamo l’assoluta incapacità di una società gerarchica nel farvi fronte.

I gel disinfettanti che si trovano in giro sono autoprodotti o prodotti in maniera artigianale, non sono quelli dei quali il governo, preoccupato fin dalla fine di gennaio solo di dotarsi di poteri per lo stato d’emergenza, avrebbe dovuto approvvigionarsi. Le valvole per le maschere respiratorie per la terapia sub-intensiva sono prodotte in casa con le stampanti 3D violando le regole del copyright, fatto questo che ne fa lievitare il prezzo a 11.000 euro a fronte di un costo reale di produzione di poche decine di euro. La solidarietà ai più poveri è garantita solo dal volontariato. Per evitare la rivolta sociale di chi non ha nulla si è deciso di modificare la pena per chi non rispetta i divieti: da una sanzione di 300 euro (per chi ha i soldi) o 3 mesi di carcere (per chi non ne ha) si è passati a una multa di 4.000 euro; chi non ha nulla non dovrà mai pagare e può tranquillamente infischiarsene.

Lo stato ha dimostrato una totale incapacità di gestire la situazione. La gestione della politica sanitaria è stata un fallimento rovinoso, di cui oggi paghiamo le drammatiche conseguenze. Trentasette miliardi di tagli e 359 reparti chiusi negli ultimi dieci anni, 400 ospedali e 120.000 posti letto in meno in 20 anni: si è passati da 5,8 posti letto a 3,6 posti letto per 1.000 abitanti, uno dei dati più bassi in Europa. Il personale è sottodimensionato rispetto alle esigenze, sottopagato e costretto a turni massacranti. Gli unici a guadagnarci sono stati i privati ai quali, con appalti e convenzioni, è destinata quasi la metà della spesa sanitaria. C’è un’incapacità assoluta di programmazione. Si mette il numero chiuso alle facoltà di medicina e poi, se c’è una crisi, si è costretti a richiamare i medici dalla pensione, a far andare in corsia neolaureati senza l’abilitazione e a far venire in Italia medici di mezzo mondo. Quando vediamo un numero di morti in Italia più alto che in altri paesi, il motivo è in queste cifre.

Diventa normale, a questo punto, domandarsi quanto di vero ci sia in questa emergenza. Se le dimensioni reali del contagio siano quelle raccontate, se ci sia voglia di far percepire cose diverse da quelle che sono. Ho cercato di verificarlo con un’indagine statistica.

C’è un problema preliminare di fiducia nell’Istat. Lo scorso anno è stato nominato come presidente Giancarlo Blangiardo, un leghista ultracattolico, omofobo (“antigender”), antiabortista, xenofobo (“gli immigrati non sono la soluzione”), sessista, sostenitore di una famiglia “tradizionale”, basata su un uomo e una donna sposati in chiesa e con molti figli, di cui non c’è quasi più traccia proprio nelle statistiche dell’ente da lui presieduto e che si è distinto dal punto di vista professionale per voler calcolare la speranza di vita dal concepimento, equiparando gli aborti a omicidi statistici. Insomma il personaggio meno adatto a presiedere un ente che dovrebbe raccontare in maniera del tutto neutrale, attraverso le statistiche, i fenomeni che si verificano in Italia. Oltretutto, le statistiche Istat sono rilasciate con un notevole ritardo: per avere quelle complete relative al 2020 bisognerà aspettare dicembre 2022.

Insomma, per questi motivi, è importante accedere direttamente alla base dei dati, che è di più difficile falsificazione. Più degli altri dati è significativo il numero dei decessi. Sono quelli che tracciano, inequivocabilmente, il segno di qualcosa che non va nella gestione della sanità.

Per chi vuole verificare di persona la bontà dei dati, c’è l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, a cui aderiscono 5.866 comuni italiani (su 7.904 totali) alla quale comunicano, quasi quotidianamente, i dati sui decessi. L’Istat pubblica, una decina di giorni dopo, i dati settimanali dei decessi in Italia relativi a 1.084 comuni all’indirizzo: https://www.istat.it/it/archivio/240401 divisi per comune, fascia di età e settimana. Pubblica anche i dati dei cinque anni precedenti per gli stessi comuni, lo stesso periodo e per le stesse tipologia di soggetti. Si tratta di un campione rappresentativo, dove vive circa il 25% della popolazione, distribuito su tutta Italia. Al momento in cui scriviamo sono disponibili i dati fino al 21 marzo 2020: le prime undici settimane del 2020.

Ragioniamo allora sui numeri dei morti. Ma non dimentichiamoci mai che non sono solo dati statistici. Si tratta di uomini e donne, di persone care a qualcuno che, in questa situazione, non gli è potuto stare accanto negli ultimi istanti e non ha potuto neanche celebrarlo con un funerale. Parliamo di numeri, ma teniamo vicino al cuore e alla mente le persone che quei numeri rappresentano.

I dati ci dicono che, fino al 22 febbraio scorso (il primo caso “autoctono” si è verificato a Codogno il 21 febbraio scorso), la mortalità in Italia è stata inferiore (all’inizio dell’anno molto inferiore) rispetto alla media dei 5 anni precedenti.

Anche se non dovrebbe essere correlato all’epidemia, nel periodo dall’inizio dell’anno al 22 febbraio si segnala anche un rilevante aumento (con percentuali dal 40% al 80% nelle diverse settimane) della mortalità delle persone con meno di 65 anni. Si tratta di una mortalità diffusa di cui non si capisce il motivo (vedremo, quando saranno rese note le cause di morte, se sarà per incidenti stradali o tumori maligni che sono le cause principali dei decessi in quella fascia d’età, o per altro).

Dal 23 febbraio lo scenario cambia completamente. Il numero dei morti aumenta in maniera esplosiva. Tra l’8 e il 14 marzo è del 140% in più dello stesso periodo nei 5 anni precedenti, e sale al 160% in più la settimana successiva. I morti in più rispetto alla media dei 5 anni precedenti, in un campione statistico che rappresenta solo il 25% della popolazione, sono addirittura più numerosi di tutti i morti indicati per il coronavirus nella stessa settimana in tutta Italia.

Tanto per spiegarlo meglio: nella settimana dal 15 al 21 marzo nei 1.084 comuni censiti sono morte 6.649 persone. Nella stessa settimana, negli stessi comuni, l’anno prima ne erano morte 2.633. La media dei morti in quella settimana, sempre in quei comuni, nei cinque anni precedenti (2015-2019) è di 2.546 morti. Rispetto alla media ci sono stati 4.103 morti in più. Secondo la Protezione Civile in quella settimana, in tutta Italia (non solo in quei 1.084 comuni) sarebbero morte per il coronavirus 3.384 persone.

La differenza maggiore si concentra proprio in Lombardia e in Emilia, con un aumento dei decessi superiori al 215% e che anche in questo caso è molto superiore al numero di morti conteggiati per il coronavirus nelle stesse regioni.

Va tenuto presente anche che il numero dei morti complessivi, non considerando la pandemia, dovrebbe essere più basso degli anni passati per il minor numero di incidenti stradali (diminuiti del 90%) e di infortuni sul lavoro conseguenti alla quarantena domiciliare.

È possibile che una parte dei morti sia conseguenza indiretta dell’epidemia: persone che non si recano all’ospedale per paura del contagio e muoiono per alte cause. Si hanno però notizie di molte persone morte (soprattutto nelle case di riposo, che sono diventati dei focolai di contagio) a cui non sono stati fatti i tamponi per accertare la positività al virus.

Dai dati sembra perciò emergere, in maniera inequivocabile, che il numero dei morti derivante dall’epidemia è sottostimato nelle cifre fornite dalla Protezione Civile. Una conferma in questo senso viene anche da una ricerca fatta dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio per conto del Ministero della Salute. Questa ricerca usa un campione di 19 città capoluogo ed è aggiornata al 28 marzo.

Probabilmente, quando si analizzeranno i dati complessivi, l’aumento dei decessi su base annua sarà meno significativo: una parte dei deceduti di questi giorni sarebbe forse morti nei mesi successivi, indipendentemente dall’epidemia. Dovrebbe invece rimanere estremamente significativo lo scostamento di questi due/tre mesi.

Il senso politico di questi dati sembra essere la volontà di non far percepire a pieno la letalità dell’epidemia. Probabilmente c’è paura che, di fronte al fallimento della politica governativa certificato da questi dati, venga messa in discussione tutta la gestione avuta fino ad ora. C’è il timore che, come fu per i disastri nucleari di Chenobyl e Fukushima quando la maggior parte delle persone acquisì la consapevolezza del pericolo della produzione di energia elettrica dal nucleare, adesso si acquisisca la consapevolezza che una gestione privatistica e basata sul profitto della sanità porta a queste catastrofi.

Già adesso si è passati dalle canzoni sui balconi, dall’inno d’Italia, dalla fiducia nella gestione dell’emergenza, dall’ “andrà tutto bene”, al silenzio, alla rassegnazione, al dubbio, allo “io speriamo che me la cavo”. Il timore del potere è che questo si trasformi in rabbia, in rottura dell’equilibrio esistente, in rivolta.

Fricche