Tra tagli e saccheggi

È un dato incontrovertibile che la pandemia da Covid-19 abbia evidenziato quanto il sistema di servizi essenziali nazionale sia inadeguato. Lasciando da parte per un istante le tare dovute alla “mala gestione”, da intendersi come un cocktail di imperizia negligenza e fraudolenza, ci concentreremo sui tagli ai servizi essenziali: in questo caso prenderemo la sanità come esempio chiave per la nostra breve trattazione. Cercheremo di smontare qualche luogo comune partendo da quello che recita: “in altri paesi le cose vanno diversamente”, continuando di mantra in mantra fino a giungere a quello più noto: “in Germania il welfare funziona!”. Cercheremo di decostruire quel non detto che può ribaltare l’evidenza apparente, rintracciando il filo conduttore che collega tutti i fenomeni più controversi del recente passato alla sistematica destrutturazione del welfare state. È doveroso, quindi, stabilire alcuni assunti base per poter iniziare l’operazione di dissezione dei luoghi comuni, il principale dei quali è la centralità della “ragione economica”. Il fatto che la spesa pubblica sia un fattore determinante per i mercati finanziari pone il concetto di indebitamento sotto una luce diversa rispetto a una trentina di anni fa. Come ampiamente illustrato sulle pagine di questo giornale [1] [2] [3], il meccanismo perverso che ci ha condotti all’attuale stato delle cose si basa su un circolo vizioso che nessun governo si è mai peritato di spezzare, men che meno i fissati col sovranismo, troppo ancorati agli interessi dei loro sostenitori ai quali le meccaniche neoliberiste vanno benissimo così come sono. In estrema sintesi, il luogo comune descrive il meccanismo basato su fattori che si alimentano a vicenda: minore ricchezza del paese (PIL), minore possibilità di spesa pubblica in debito e, va da sé, riduzione dei servizi. Ma il meccanismo, in apparenza lineare e semplice, è assai più complesso. Tale complicazione non è data dalle sole regole restrittive dei vari trattati europei, perché vi è qualcosa di assai meno meccanico e molto più ideologico e politico: gli equilibri tra paesi voraci in espansione e paesi la cui espansione economica è tenuta sotto scacco. Non vogliamo, ovviamente, con questo difendere l’italico diritto di accaparrare mercati, diritto che spesso la stracciona classe dirigente italiana lamenta come usurpato da questa o quella potenza estera. Stiamo solo descrivendo un processo le cui implicazioni sociali disegnano lo stato delle cose nel quale stiamo vivendo. Si tratta, di fatto, di impedire che un paese membro possa adottare strategie di deficit spendingcosì da evitare le azioni erosive ai danni del welfare, in pratica attraverso politiche di espansione evitare di incappare nelle politiche di austerity esattamente come riesce a fare la Germania. Ma come si sviluppano queste politiche predatorie? Il dato principale è quello della speculazione sul debito cosiddetto sovrano, quello italiano è tra i preferiti tra gli operatori finanziari: l’Italia ha il 151% di debito pubblico, seconda in Europa dopo la Grecia, ma in quanto a debito delle famiglie le cose vanno decisamente meglio: il 41% contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda.[4] Il debito delle imprese segue un andamento virtuoso superato solo di poco dalla Germania. Proseguendo questa breve carrellata di dati concludiamo con un po’ di numeri sul debito. A partire dal 1992 (tranne il 2009) il bilancio dello stato è sempre stato positivo, dal 1992 al 2017, lo stato ha risparmiato un bel po’ di quattrini: si parla di qualcosa come 795 miliardi. Di contro negli stessi anni, le spese per interessi hanno raggiunto i 2.094 miliardi con una crescita del debito di 1.299 miliardi. È quindi chiaro che la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dagli interessi: ricorda un po’ la situazione di chi finisce nella mani dei cravattari. Se questo meccanismo lo immaginiamo governato dalla speculazione finanziaria cominciamo a capire cosa ci sia dietro al mantra “ce lo chiede l’Europa” o, peggio, “ce lo chiedono i mercati”. Ma tutto ciò, da solo, non spiega ancora fino in fondo i “tagli” ai servizi pubblici, e l’inefficienza che ne deriva. Per fare ciò c’è bisogno di inserire nel sistema un paio dei principi cardine del neoliberismo, ossia quello della concorrenza, seguito a ruota da quello della competitività. Il cavallo di Troia che li ha fatti entrare nel sistema pubblico è stato il principio di sussidiarietà introdotto con la modifica dell’art. 118 della Costituzione nel 2001. Ciò ha di fatto consentito di inserire la concorrenzialità tra pubblico e privato anche (e soprattutto) in materia di servizi pubblici, aprendo la stagione dell’esternalizzazione dei servizi e dell’aziendalizzazione di fatto del comparto pubblico. Quindi abbiamo, da un lato, una pressione debitoria che spinge al “risparmio”, dall’altra la Costituzione che impone il libero mercato e tutt’attorno sciacalli, iene e avvoltoi che non attendono altro che farci a brandelli. Questo è ciò che succede ogni volta che inciampiamo in qualche crisi, e dal 1992 ad oggi passando per il 2008 (anche se le ripercussioni in chiave di macelleria sociale sono avvenute nel biennio 2010-2011) abbiamo fornito occasioni per cibarsi di pezzi succulenti del welfare ma anche di pezzi importanti del comparto produttivo (manifatturiero in primis). L’assist che di volta in volta viene fornito dai vari governi – e in special modo tutti – sono le riforme lacrime e sangue, le quali di fatto agiscono come machete per staccare il boccone già nelle fauci dei suddetti predatori. Accade così che dopo la crisi del 2008 e le purghe della Troika un’aquila dal becco affilato si è infilata prepotentemente nel mercato bancario e nel controllo di numerose aziende manifatturiere: l’aquila in questione è ovviamente la Germania. Oggi la posizione dell’Italia nei confronti della Germania è di pesante subordinazione produttiva, caratterizzata da esportazioni di beni intermedi (semilavorati e componentistica in genere) e importazioni di beni strumentali e tecnologici ad alto valore aggiunto (strumentazione di precisione, macchine utensili, ecc.). Ciò spiega il gap di produttività maturato nei confronti dei paesi-core europei. Gran parte dell’export fa parte di un programma di esternalizzazione della produzione, in pratica molte non sono aziende che vendono alla Germania, ma sono aziende a partecipazione tedesca (se non addirittura aziende assorbite in toto da marchi tedeschi) essendo l’Italia un posto in cui i costi si sono abbassati dopo le politiche di precarizzazione del lavoro (legge Biagi in primis) e in seguito all’austerity post 2008. Il che implica che parte del PIL tedesco viene realizzato in Italia a costi sociali e ambientali tutti italiani e con un regime fiscale tutto a favore dell’imprenditoria teutonica. Le immediate implicazioni di essere territorio di caccia consistono nel fatto che meno si guadagna meno si contribuisce alla spesa pubblica, e questo è un circolo vizioso che rischia di trasformarsi in uno stallo a vite. Due dati su tutti: l’82% delle entrate fiscali derivano dal lavoro dipendente, e il 44% di questa popolazione di tassati percepisce redditi mediamente inferiori ai 15.000 euro. Il che implica con un’evidenza sconcertante che la spesa pubblica si regge quasi per intero sul lavoro dipendente e le politiche di austerity che abbassando di fatto i salari e diminuendo i posti di lavoro non fanno altro che stringere il cappio dentro il quale abbiamo infilato il collo.

Questo comincia a mettere in luce l’inconsistenza di quei famosi luoghi comuni. Se è vero, come è vero, che la Germania ha tagliato meno posti letto, ciò è stato possibile anche grazie a una produttività maggiore, che implica un PIL più elevato quindi nell’ottica del rapporto debito/PIL, una maggiore libertà di spesa. Ma tutto ciò è vero solo in parte, nel senso che mentre la spesa strutturale sanitaria italiana è tutta sostenuta dallo stato (tranne diagnostica e farmaci che sono in larga parte a carico delle famiglie), in Germania tale spesa è in buona parte sostenuta dalle famiglie attraverso l’introduzione dell’obbligo dell’assicurazione sanitaria [Fig. 1].

Fig. 1

Altro aspetto affatto secondario che divide le due nazioni consiste nelle politiche degli ammortizzatori sociali e gli interventi di sostegno dei consumi. Nel caso teutonico assistiamo, negli anni successivi alla caduta del Muro e per tutti gli anni ’90, a una profonda mutazione del rapporto tra Stato e cittadino, dall’assistenza di matrice socialdemocratica al paternalismo di stampo neoliberista, dal welfare al workfare.[6]

Le riforme introdotte durante gli ultimi due decenni in Germania (la più nota è la famigerata Hartz IV) hanno fatto sì che la retribuzione di parti sempre maggiori dei lavoratori non specializzati e a basso reddito diventassero dipendenti da forme di reddito erogate direttamente dal pubblico. In pratica le imprese sono state liberate dalla necessità di retribuire una quota dei lavoratori e il salario di questi viene erogato dalla fiscalità generale. In cambio? In cambio si esige il rispetto pedissequo di un regime di lavoro particolarmente duro, senza sbocchi migliorativi a livello individuale – e figuriamoci collettivo – controlli dei consumi individuali e familiari da parte di ispettori pubblici che ti insegnano come devi stare al mondo, dato che come percettore di queste forme di reddito sei colpevole di essere un salariato pauperizzato. Ma lo stato tedesco è buono, ed è pronto ad aiutarti anche se evidentemente non vivi in stato di grazia con il buon Dio di Lutero e la sua emanazione terrena: lo Spirito Santo del Capitale.

L’apparato di controllo tecno-burocratico si prende carico della gestione della vita di queste fasce di proletariato, che esse siano terze generazioni (figli o nipoti dell’immigrazione anatolica) o cittadini dell’ex DDR che non sono riusciti a mettersi in pari con chi viveva a Ovest della Cortina di ferro.

Una vera e propria compressione del costo del lavoro per le imprese tedesche che possono godere dei servigi di una manodopera quasi servile, rimasta intrappolata nella spirale del debito e quindi soggetta alla burocrazia che si occuperà di salvarli dopo averli colpevolizzati come si deve. Un capolavoro dell’ideologia neoliberista dell’homo oeconomicus.

Ovviamente questo si è legato a una costante finanziarizzazione della vita economica dei singoli e delle famiglie. Basti pensare al mercato delle assicurazioni sanitarie private in Germania, che sono nei fatti obbligatorie per tutti i residenti di lungo periodo e con costi che variano dalle decine di euro ai centinaia di euro mensili. Un gigantesco flusso di introiti per le casse dell’Allianz e degli altri gruppi assicurativi che viene garantito da quella che è nei fatti un’obbligatorietà nel sottoscrivere tali contratti.

Vi è anche un altro luogo comune, particolarmente pernicioso in quanto molto diffuso nel milieu della sinistra radicale italiana: che tutto questo sia colpa di qualche sordido complotto ordito nel Nord Europa ai danni della Grande Proletaria di pascoliana memoria.

Sicuramente un paese come la Germaia, come abbiamo descritto in questo articolo, ha molto guadagnato dal legare a sé in posizione subordinata il comparto manifatturiero italiano, ma la borghesia italiana – la stessa che manda i suoi rappresentanti governativi a stracciarsi le vesti a Bruxelles – ha guadagnato enormemente da questa situazione. Lo smantellamento graduale delle forme di assistenza pubblica hanno portato guadagni nelle casse di italianissimi imprenditori. La compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro dipendente, la minore redistribuzione dei proventi della fiscalità, ovvero quello che era il salario indiretto dei lavoratori, è una dinamica che è andata a tutto vantaggio della grande e media borghesia italiana: dai gruppi finanziari, che pure non hanno la levatura dei loro equivalenti tedeschi, alle grandi multinazionali del manifatturiero e giù fino a tutta la schiera delle Piccole e Medie Imprese, campionesse indiscusse dell’arte del “chiagni e fotti”, che, incapaci di trasformarsi in aziende ad alta intensità di capitale, rimangono volentieri ancorate all’alta intensità di lavoro, sopratutto se sottopagato: è un dato di fatto la pluridecennale stagnazione dei salari mentre i padroncini continuano a mettere da parte tesoretti. Tanto per rimanere alle più recenti cronache: è noto che nella bergamasca vi sia uno dei più tenaci e mortiferi focolai di Covid-19 e che parte dei contagi siano avvenuti nelle fabbriche che sono state tenute aperte nonostante si levassero numerosi voci che ne chiedevano la sospensione delle attività. Una delle principali fabbriche è la Dalmine di proprietà della famiglia Rocca, capitanata dall’ottavo uomo più ricco del Belpaese. Questa famiglia controlla, oltre al polo siderurigo di Dalmine (tenuto forzosamente aperto inventandosi che produceva beni di prima necessità perché si producono bombole di ossigeno, ma solo in un reparto con qualche decina di addetti su centinaia di lavoratori impiegati nell’impianto), altre decine di stabilimenti della filiera dell’acciaio sparsi in America Latina, nonché l’Istituto Clinico Humanitas, uno dei principali gruppi attivi nella sanità privata italiana. Un classico esempio di finanziarizzazione e integrazione orizzontale che porta una holding ad avere interessi che variano dalla produzione di tubi e profilati alla sanità, costituendo una potenza di fuoco politico – Gianfelice Rocca è stato il presidente di Assolombarda e vicepresidente di Confindustria – che consente di mettere in crisi la salute pubblica.

Quindi, pur nella brevità di un articolo, abbiamo cercato di descrivere la complessità di fenomeni socio-economici che sono spesso veicolati con slogan e luoghi comuni. Questi non sono che parole spesso orbe di senso dietro cui si celano i reali processi e gli interessi specifici che governano l’esistenza di milioni di individui.

JR & Lorcon

NOTE

[1] Fricche, Il meccanismo europeo di stabilità https://www.umanitanova.org/?p=11915

[2] Fricche, La strage di Stato, https://www.umanitanova.org/?p=11854

[3] Fricche, Scenari per l’economia prossima ventura, https://www.umanitanova.org/?p=11774

[4] Andrea Fumagalli, Il grande business del debito italiano, https://www.attac-italia.org/il-grande-business-del-debito-italiano/

[6] JR & Lorcon, Breve discorso sul reddito https://www.umanitanova.org/?p=6036